Berlusconi inaugura il partito degli italiani liberi e punta al 51%

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Berlusconi inaugura il partito degli italiani liberi e punta al 51%

27 Marzo 2009

Libertà.  E’ la parola chiave che Silvio Berlusconi ripete ed enfatizza parlando al suo popolo – una platea sterminata di oltre seimila delegati –  radunato qui alla nuova Fiera di Roma per celebrare il battesimo del Pdl.  Le note dell’Inno di Mameli e dell’Inno alla Gioia aprono la kermesse che si conclude domenica e l’intervento del presidente del Ppe Martens esalta il progetto politico di Berlusconi e Fini citando la Carta dei valori dei popolari europei come cardine del nuovo cammino.

Libertà. E’ la parola nella quale il premier racchiude e sintetizza il  “dna” del nuovo partito, la parola sulla quale incassa applausi, quella alla quale contrappone il profilo di una “sinistra che non ha mai fatto i conti col proprio passato e che in questi anni ha tentato solo inutili trasformismi. Una sinistra con la testa girata all’indietro”.  Sull’immenso palco bianco sormontato da due mega-schermi  che trasmettono a ripetizione immagini del Belpaese (e sulle note dell’ormai celebre “Meno male che Silvio c’è” che ne introducono l’intervento), il premier ripercorre un cammino lungo quindici anni. La strada che ha condotto il popolo dei moderati alla “casa comune”.

Libertà. E’ la “religione laica” che Berlusconi assegna e consegna al nuovo soggetto unico, l’asse portante  del discorso che pronuncia a braccio per due ore.  Con passaggi ad hoc dedicati a Gianfranco Fini nel ruolo di co-fondatore del Pdl  e riconoscimenti all’alleato Umberto Bossi (entrambi siedono accanto in platea).  Li definisce “due leader” e  ne ricorda il contributo  “determinante” (Fini) e la “profonda lealtà e amicizia” (Bossi).  Passaggi che servono a smussare le tensioni dei giorni scorsi (compreso il nuovo botta e risposta col presidente della Camera sulle riforme istituzionali) e a rimettere al centro le ragioni del progetto politico, che “già oggi i sondaggi veri danno al  43 per cento, ma noi intendiamo puntare al 51 per cento dei consensi da parte degli italiani”. Pdl o anche “partito degli italiani” (in omaggio allo slogan coniato da An nel giorno del suo ultimo congresso) nel quale è racchiuso passato, presente e futuro dell’impegno al quale il premier chiama “tutti coloro che credono nella libertà”.

Del futuro parlerà domenica, chiudendo i lavori della tre-giorni congressuale “se voi me lo permetterete eleggendomi a presidente del partito”, gigioneggia rivolgendosi ai delegati. Scatta l’applauso. E tuttavia non manca un accenno alle cose da fare.  Nell’agenda di lavoro Berlusconi ha già segnato in bell’evidenza il capitolo riforme istituzionali. E poco importa se Fini non approva del tutto. Berlusconi va avanti e scandisce il concetto riaffermando l’ autorità del governo chiamato a tradurre le proprie azioni in tempi brevi per renderle efficaci e per questo sottolinea l’esigenza delle riforme (compresa quella dei regolamenti parlamentari per sveltire l’iter delle leggi) quando dice che “le istituzioni sono chiamate “a tempi più rapidi di quelli attuali”, visto che “ci rispettiamo e ci riconosciamo nella Costituzione. Ne sentiamo il patriottismo ma non fine a se stesso”.  E’ l’unico momento nel quale Fini non applaude, non così invece per i riferimenti al percorso condiviso con Forza Italia fin dal ’93, elezioni amministrative a Roma. Data che Berlusconi fissa come prologo del cammino verso il Pdl proprio  quando invitò a votare per Fini candidato sindaco nella Capitale con l’allora avversario Rutelli (nessun accenno, invece alla svolta del Predellino,  che in molti hanno letto come un gioco di fioretto per non irritare il leader di An). In  mezzo gli anni di governo e quelli all’opposizione, fino al 2 dicembre 2006 e la grande manifestazione popolare a piazza San Giovanni  che il premier individua come l’indicazione, chiara e netta, della volontà degli elettori di centrodestra di incamminarsi verso la casa comune.  Poi la vittoria alle politiche e da lì un crescendo con la conquista di Roma e i successi elettorali in Friuli, Abruzzo, Sicilia e Sardegna.

La storia, le tappe, le radici. Berlusconi cita Don Sturzo, Alcide De Gasperi, Pinuccio Tatarella e il suo sogno di “un partito unico dei moderati” (Fini si commuove), Bettino Craxi  (“mio grande amico amico, che fu il primo presidente del Consiglio a rivolgersi in Parlamento ai banchi della destra attriobuendole pari dignitò democratica e decretando nei fatti la fine del cosiddetto arco costituzionale”, dice salutando la figlia Stefania che trattiene a stento le lacrime mentre dalla platea, tutta in piedi, si leva un lungo applauso). Riferimenti  anche al presidente degli Stati Uniti  Barack Obama  e alla sua “audacia della speranza”  e ai suoi predecessori Franklin, Jefferson e Washington che “scrissero la Dichiarazione d’Indipendenza, dissero: Noi popolo degli Stati Uniti”. Al concetto di libertà, Berlusconi accosta quello del  “popolo” perché questo“è il Pdl: “un partito di popolo”, interprete e protagonista di quella rivoluzione liberale, borghese, moderata e interclassista” che il premier traduce nella mission del Pdl perché “l’Italia, secondo molti storici, ha una lacuna nel suo percorso storico. Non ha avuto come come la Francia, la Gran Bretagna o gli Usa, una vera e propria, autentica rivoluzione liberale. Noi abbiamo oggi l’ambizione di colmare questo vuoto e rispondere a questa domanda rimasta inevasa da decenni”.
Il premier cita anche il Pontefice e lo ringrazia “per l’incoraggiamento che ci e’ venuto da Papa Benedetto XVI al quale va il nostro affettuoso saluto”.

Storia, tappe, radici. Che trovano la loro sintesi nell’azione del governo alla quale Berlusconi lega, indissolubilmente, quella del nuovo partito. Individua nel “riformismo liberale” la cifra dell’azione e del progetto politico e scandisce: “Siamo l’unico governo possibile oggi in Italia”. Ma avverte, il destino del Pdl dipende anche “dal destino anche di chi non ha votato per noi”. Non chiude la porta al
dialogo con la sinistra e tuttavia auspica che la sinistra sappia proporsi come “forza riformista. Li attenderemo, augurando che si trasformino in socialdemocratici. Perché una sinistra veramente riformista sarebbe indispensabile per il paese”. Ma certo non risparmia parole dure sul Pd che “ancora demoratico non è” e su Franceschini che dopo “il bluff di Veltroni sulla prospettiva del bipolarismo” ora sta “tentando di salvare il salvabile”.

L’ultima immagine che dal palco offre ai delegati è una foto di gruppo. Chiama uno ad uno gli uomini e le donne che in questi mesi si sono impegnati per la costruzione del nuovo partito. Parte l’ultimo intervallo musicale (il repertorio ha proposto anche Volare e Azzurro). Berlusconi  accenna una “ola”
sulle note di “Meno male che Silvio c’è”. La platea lo segue.