Berlusconi non molla e rilancia la palla nel campo dei finiani
19 Novembre 2009
Quello che sembrava dover accadere da un momento all’altro, Silvio Berlusconi lo allontana, quasi a esorcizzare lo spettro che ha attraversato la scena politica e che due giorni fa sembrava a un passo dal materializzarsi, dopo l’altolà di Schifani a Fini. Il Cav. rompe il silenzio e sceglie la formula mediatica più istituzionale che c’è, la nota di Palazzo Chigi, per rassicurare i suoi e l’elettorato che no, di dimettersi non ha alcuna intenzione, che vuole continuare il suo lavoro e ha i numeri per farlo, che la legislatura durerà cinque anni, che la maggioranza è solida è ciò che accade è frutto della dialettica interna che in un partito del 40 per cento rappresenta un arricchimento.
Nei palazzi della politica le parole del premier vengono lette come la “contromossa” che si attendeva da giorni, da quando cioè è iniziato l’assedio – esterno e interno – alla sua leadership. L’immagine è quella di un Berlusconi che nel giro di due giorni da “preda” diventa “predatore”. Della serie: io a lasciare non ci penso neanche lontanamente, ma se la maggioranza dovesse cadere è naturale che si vada a elezioni. Ragion per cui – è il convincimento nelle file pidielline – se qualcuno vuole rompere se ne assuma tutta la responsabilità, in primis davanti agli elettori. In altre parole, è come se Berlusconi volesse scoprire chi realmente ha intenzione di creare l’incidente, mettere alla prova tutti quei distinguo, i sì, ma…, aperti su vari fronti per vedere fino a che punto non lui ma gli altri, hanno intenzione di spezzare la corda oppure di riannodarla e una volta per tutte. Ed è probabilmente anche per questo che nel pomeriggio conversando coi cronisti in Transatlantico, il Cav. ribadisce il concetto aggiungendo che le frasi del presidente del Senato argomentano un concetto semplice: “Se la maggioranza cade ci saranno elezioni, è una cosa ovvia. E’ chiaro che non si può pensare a un governo diverso dalla maggioranza che hanno votato i cittadini”. Passaggio quest’ultimo che sbarra la strada a qualsiasi tentativo di far nascere in parlamento maggioranze nuove e magari trasversali.
Quanto ai rapporti con Fini, è altrettanto chiaro quando ricorda di averlo già incontrato (a Montecitorio due settimane fa) e per questo di “non aver nulla da chiarire”. Capitolo chiuso? E’ presto per dirlo e ieri in Transatlantico l’aria che si respirava era quella di attesa. Attesa per qualcosa che sta per accadere o dovrebbe accadere, ma non si sa quando né come. Anche perché, a ben guardare i versanti sui quali si sta giocando la partita nella maggioranza, si capisce che il piano inclinato del voto anticipato non sfuma, resta lì nonostante buona parte del Pdl lavori per evitare l’eventualità e ricucire gli strappi. I fronti aperti sono sostanzialmente tre, tutti strategici: la riforma della giustizia con in testa il ddl sul processo breve (è stato incardinato il disegno di legge del Pdl firmato tra gli altri dal presidente e dal vicepresidente del gruppo, Gasparri e Quagliariello), il caso Cosentino e la cittadinanza-voto agli immigrati.
Due temi questi ultimi sui quali, soprattutto ieri, nella maggioranza non sono mancate nuove fibrillazioni. Nel primo caso per la disponibilità dei finiani a valutare la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario all’Economia (proprio ieri è stato ascoltato dalla giunta per le autorizzazioni della Camera e ai cronisti ha ripetuto che intende restare al suo posto) per il quale la procura di Napoli chiede l’arresto, con il vicecapogruppo dei deputati Pdl Italo Bocchino che dice “valuteremo” e chiede a Cosentino di fare “un passo indietro”, mentre Fabio Granata non esclude fin d’0ra l’opzione di votare a favore insieme a Pd e Idv che hanno già depositato due mozioni. Nel secondo caso, per la proposta di legge di iniziativa parlamentare presentata alla Camera da Flavia Perina, finiana doc e direttore de Il Secolo d’Italia, e dall’ex leader democrat Walter Veltroni (tra i firmatari anche Orlando dell’Idv e Rao dell’Udc). Obiettivo: estendere il diritto di voto per le amministrative agli immigrati regolari che vivono in Italia da almeno cinque anni. Iniziativa che fa il paio con quella sulla cittadinanza breve firmata da Granata (altro finiano di ferro firmatario pure del testo Perina-Veltroni) e da Andrea Sarubbi (Pd).
Entrambe rispedite al mittente dal presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto insieme a gran parte dei big del partito, compresi autorevoli esponenti degli ex An. Su Cosentino taglia corto Cicchitto quando scandisce che quella della sfiducia “è un’ipotesi che non esamino nemmeno” e il ministro Matteoli gli fa eco dicendosi “molto meravigliato e indignato che colleghi del mio partito minaccino di votare a favore di una mozione di sfiducia presentata da avversari contro un collega dello stesso partito”. Anche La Russa sottolinea che della questione non c’è neanche da discuterne, bocciando l’uscita del suo ex collega di partito Bocchino.
Paletti ben precisi dunque, che riguardano pure la questione del voto agli immigrati. Li piantano Cicchitto (con buona parte del Pdl) e Bossi. Il primo considera “inaccettabile” che su un tema così delicato deputati del Pdl presentino un ddl insieme agli esponenti dell’opposizione “senza che la presidenza del gruppo sia stata minimante interpellata e tenendo conto che questa proposta non è contenuta nel programma di governo”. Il Senatur, usa toni più forti e dice che “gli immigrati devono essere mandati a casa loro, perché qui non c’è lavoro neanche per noi”. Un “anatema” che non piace a Fini perché ”una battuta liquidatoria non risolve il problema”, spiega partecipando al convegno sulla cittadinanza promosso dalla sua fondazione e da quella di Bocchino. Ma la Lega fa quadrato attorno a Bossi col capogruppo Roberto Cota che la bolla come “un’idea tipicamente di sinistra” ribadendo il principio di coerenza “rispetto agli impegni di chi ci ha votato” e Raffaele Volpi per il quale è “irresponsabile” chi nella maggioranza la porta avanti sostenendo le iniziative dell’opposizione perché, rimarca, “la posizione della Lega e del Pdl è chiara, compatta e di netta contrarietà, e non sarà certo la sottoscrizione un po’ frettolosa da parte di un paio di deputati della maggioranza a farci cambiare idea”.
In mezzo, una sfilza di commenti che per tutto il giorno rimbalzano tra i corridoi di Montecitorio e le agenzie di stampa. E sono i berlusconiani i più agguerriti. Per Giorgio Stracquadanio il voto agli immigrati non solo non sta nel programma di governo ma non è neppure una priorità. Non a caso osserva come nel Pdl ci sia “chi considera una priorità difendere il voto degli italiani dall’assalto politico-mediatico-giudiziario e chi invece pensa che venga prima il voto agli immigrati. Io sto tra i primi, mentre i secondi dimostrano di non avere il senso della storia. E’ come se Churchill, mentre il nazismo trionfava in Europa, si fosse occupato della pulizia delle strade a Londra”. Ci va giù duro Riccardo Mazzoni , ricordando prima la firma di Granata per la cittadinanza col Pd Sarubbi poi quella insieme a Veltroni e Orlando della “direttrice del Secolo d’Italia, pomposamente definito ‘quotidiano nel Pdl’ ma che col Pdl non ha più nulla a che spartire. Il tutto in spregio al programma di governo presentato agli elettori e alla linea del Pdl”.
Alla fine, la sintesi di ciò che si muove nel Pdl sta nei fatti che segnano la giornata a Montecitorio: la mossa di Berlusconi e il fatto che la partita è e resta nelle mani della maggioranza del Pdl, ex An compresi. E il segnale chiaro che emerge è che a questo punto il tema non è falchi o colombe, ma chi resta leale al programma e al mandato ricevuto dagli elettori e chi, invece, preferisce fughe in avanti. Magari strizzando l’occhio a Bersani, Casini o Di Pietro. Lo fa capire il Cav. nel passaggio in cui afferma che "la discussione interna" al partito è un arricchimento. Discussione interna, appunto, che tradotto vuol dire: ci si confronta nelle sedi opportune, non sottoscrivendo progetti di legge o annunciando il voto favorevole a mozioni presentate dagli avversari politici, tantomeno organizzando conferenze stampa guidate dai leader dell’opposizione.
