Berlusconi smonta le correnti per evitare la “balcanizzazione” del Pdl

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Berlusconi smonta le correnti per evitare la “balcanizzazione” del Pdl

21 Giugno 2010

Un monito con più destinatari che suona così: no alle correnti; basta divisioni, smettiamola di "farci del male" da soli. Lo lancia Silvio Berlusconi nella giornata conclusiva di ”Liberamente”, la fondazione nata per iniziativa di Franco Frattini, Sandro Bondi, Mariastella Gelmini e Mario Valducci. I destinatari, è facile intuire, sono in primis Gianfranco Fini ma anche la Lega del Senatur che specie nelle ultime settimane è sembrata curare più i propri interessi (politici) che quelli della maggioranza (vedi intercettazioni e manovra). Ma a ben guardare, le parole del Cav. sono rivolte anche ai tanti che nel Pdl pur restandogli fedeli, puntano ad incassare visibilità con fondazioni o associazioni che rischiano di dare l’immagine di un partito diviso.

In questo senso l’appello, seppure indirettamente, vale pure per i protagonisti del meeting a Monigo del Garda – ancorché di comprovata fedde –  che ad alcuni esponenti del Pdl è sembrato il "battesimo" della corrente dei berluscones. In collegamento telefonico, il premier ribadisce il concetto facendo intendere che di correnti lui non vuole sentire parlare.

Del resto il Pdl è nato ripudiando la logica correntizia, tipica dei partiti della prima Repubblica. Perché c’è un pericolo che il Cav. intuisce e vuole scongiurare: la balcanizzazione del partito degli elettori che è  l’esatto opposto del partito delle tessere.

"Purtroppo stiamo cercando di farci del male in casa, cerchiamo di non farlo", esordisce Berlusconi che avverte: non dobbiamo "aprirci in correnti, ma semmai restare uniti". Insomma, per lui le fondazioni "devono concorrere a rafforzare" il Pdl, non a indebolirlo. Evidente su tutto, anche se indiretto, il riferimento all’attivismo del presidente della Camera e dei suoi fedelissimi. Nei toni, tuttavia, non c’è l’intenzione di sferrare un nuovo affondo (come si è visto in direzione nazionale), piuttosto l’idea che il partito è uno e tale deve restare e in quest’ottica tutti sono chiamati a remare dalla stessa parte.

Parole che dai finiani vengono lette come "estremamente positive" perché leggitimano il dibattito interno " (Bocchino) e perché dimostrano che il Pdl è "sulla strada giusta" verso un "confronto" fra maggioranza e minoranza interna. Urso tira l’acqua al mulino dei finiani, ma il punto è che la sua interpretazione va nella direzione opposta a quella che il Cav. non vuole: il riconoscimento formale di una minoranza interna. Sarà anche per questo che dalle intercettazioni alla manovra economica ha scelto la via della mediazione, in attesa di verificare se ci sono le condizioni per un accordo (alias tregua) coi finiani.

Ma a preoccuparlo non sono solo i fedelissimi dell’inquilino di Montecitorio e anche se non lo dice apertamente è presumibile che le tante fondazioni nate soprattutto nell’ultimo anno, non lo entusiasmino granché. Perché – è il ragionamento di alcuni berlusconiani – il premier ha sempre incoraggiato le iniziative che portino un contributo di idee e rappresentino al tempo stesso un collante per il consolidamento del partito, a patto però  che restino dentro i confini della progettualità. Anche perché adesso con Fini che fa pressing per ottenere un riconoscimento come leader della propria componente, c’è il rischio che si crei un pericoloso precedente e chiunque si senta autorizzato a creare gruppi o gruppetti di riferimento che invece di unire, finiscono per dividere.

Non solo Pdl, l’appello di Berlusconi sembra avere un terzo destinatario: Umberto Bossi. E’ una lettura ricorrente nella settimana che si è appena chiusa, dove l’attivismo della Lega su più fronti ha suscitato un certo malumore nella maggioranza. Compresa l’ultima uscita del Senatur dopo la nomina di Aldo Brancher a ministro per l’attuazione del federalismo o quella che prova a rispolverare il refrain secessionista. Il leader del Carroccio ha assicurato che sarà lui a gestire il federalismo, messaggio che in molti nel centrodestra interpretano come rivolto al Cav, che invece, con la delega a Brancher (berlusconiano doc) è sembrato voler "sfilare" alla Lega l’esclusiva del dossier federalista.

Nel suo intervento, il premier ha parlato poi della situazione economica dell’Italia mostrando ottimismo perché – ha assicurato – "mettendo insieme i due debiti", quello pubblico e quello privato "siamo il paese più ricco d’Europa".

Una cosa è certa: ad impensierirlo in questo momento non sono tanto la crisi o gli effetti di una politica economica improntata al rigore per tenere in ordine i conti pubblici, quanto piuttosto i rapporti all’interno della maggioranza.