Berlusconi studia le contromosse per non restare col cerino in mano

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Berlusconi studia le contromosse per non restare col cerino in mano

03 Settembre 2010

Mosse e contromosse, aspettando Mirabello. Se Gianfranco Fini calibrerà il suo intervento alla prima kermesse di Futuro e Libertà sul ‘benservito’ ricevuto dal Pdl, Berlusconi non ha intenzione di restare col cerino in mano. E nel summit di ieri coi suoi a Palazzo Grazioli ha ribadito la linea su partito e rapporti con l’ex co-fondatore, ma al tempo stesso ha messo a punto una exit strategy sul vero nodo politico coi ‘dissidenti’ di Fli e, sul piano istituzionale, delle relazioni col Quirinale: il testo sul processo breve licenziato dal Senato.

Il premier vuole giocare d’anticipo – è il ragionamento ai piani alti di via dell’Umiltà – e ricondurre la questione coi finiani al documento politico varato dalla maggioranza Pdl nella direzione nazionale dell’aprile scorso e sul quale pesano i no di dodici finiani. In altri termini, basta ripartire da lì per capire come sono andate le cose.

Il punto è sempre quello. Se dal un lato Fini tenta di riportare le cose a quella che considera la vera questione politica, ovvero la sua ‘cacciata’ dal partito e il deferimento ai probiviri (Verdini ha confermato che la riunione calendarizzata a metà settembre si farà) di tre dei suoi fedelissimi (Bocchino, Granata e Briguglio), Berlusconi sposta il tiro sul capitolo giustizia chiedendo all’ex leader di An un’adesione incondizionata alla soluzione sullo ‘scudo’ per il capo dell’esecutivo e le alte cariche dello Stato, considerando il tema come vero nodo politico per arrivare a un’intesa in parlamento. Non a caso proprio ieri il Guardasigilli Angelino Alfano ne ha parlato con il presidente della Repubblica Napolitano illustrandogli le possibili modifiche al testo uscito da Palazzo Madama, lo stesso sul quale il Quirinale aveva manifestato perplessità e riserve.

Ma nei ranghi del partito non si escludono soluzioni alternative tra le quali un eventuale allungamento a due anni del legittimo impedimento o una più complessiva riforma del processo penale che contenga norme che risolvano la questione dello ‘scudo’. Una contromossa che – spiegano alcuni parlamentari pidiellini – dimostra come il Cav. da Mirabello non si aspetta granchè se non la conferma del suo pensiero: il presidente della Camera non ha intenzione di rompere defitinitivamente tantomeno di annunciare la nascita di un nuovo partito, bensì continuare a “logorare il Pdl dall’interno”. Per questo ci si aspetta che buona parte del suo intervento verterà sul fatto che è stato ingiustamente messo alla porta del partito che ha contribuito a fondare.

Per il premier, invece, è proprio lui che ha la responsabilità dello strappo nella direzione di aprile. Tanto è vero – è il ragionamento della maggioranza – che il pronunciamento sulla “incompatibilità” di Fini con il Pdl nell’ufficio di presidenza di luglio certificherebbe proprio il voto contrario di Fini e dei suoi fedelissimi al documento politico votato due mesi prima dal Pdl (eccetto i 12 fedelissimi del presidente della Camera che fanno parte dell’organismo). E’ anche per questo che, nonostante la via della mediazione sollecitata dalle ‘colombe’ pidielline non sia stata ancora definitivamente chiusa, l’approccio diretto alla questione è che nessuno nel Pdl è disponibile a una trattativa sine die coi finiani.

La prova dei fatti sarà in Aula, nei voti sui provvedimenti inseriti nei cinque punti programmatici sui quali il Cav. chiede la fiducia per portare avanti la legislatura. Anche Umberto Bossi è prudente, nonostante in questi giorni si sia speso come parte attiva nell’opera di mediazione col presidente della Camera (il quale però ha già fatto sapere di preferire parlare con gli emissari leghisti solo dopo Mirabello). Ieri ha ribadito di non vedere all’orizzonte le elezioni anticipate ma ha rimandato il tutto a come si metteranno le cose dopo la kermesse finiana.

Certo è che l’ipotesi del voto resta sullo sfondo e discende da una condizione che per la maggioranza del Pdl resta centrale: o c’è subito un accordo o si vota, anche perché c’è la consapevolezza che in questa fase chi ha bisogno di ulteriore tempo è proprio Fini, non Berlusconi. Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori lo dice in chiaro: “I partiti stanno insieme se c’è una comunanza di visione su dei principi di fondo che possono essere anche all’interno di uno stesso partito declinati in modo differente, ma su alcune cose bisogna intendersi. I dibattiti di questi mesi hanno fatto emergere la circostanza per la quale tra noi e i finiani su una serie di temi fondamentali, legalità-garantismo-laicità-immigrazione, temi che riguardano l’agenda politica del nuovo secolo non c’è uno stesso modo di vedere e allora meglio prenderne atto e aprire un confronto su queste cose piuttosto che mettere la testa sotto la sabbia”.

Ed è proprio sulla necessità di velocizzare una giustizia troppo lenta e evitare che riparta lo scontro tra politica e giustizia che esorta la maggioranza a dare una prova concreta di compattezza che “vale molto di più di tutti i discorsi estivi”.

Di rapporti con i finiani hanno discusso pure i big ex aennini Gasparri La Russa, Matteoli, Meloni e Alemanno nella riunione di ieri al Campidoglio. E se il sindaco di Roma non rinuncia al ruolo di ‘colomba’ nel tentativo di recuperare una base di dialogo con i fedelissimi del presidente della Camera chiedendo ai ‘falchi’ del Pdl un ‘cessate il fuoco’ e ai finiani una prova di coerenza e lealtà al governo e al programma elettorale che muove dallo scoglimento dei gruppi autonomi, da Matteoli arriva un no secco a trattative infinite.

Il giro di boa per capire meglio gli scenari resta Mirabello. Ma il count down è già iniziato.