Berlusconi “studia” Milano, rilancia il patto con Bossi e guarda a Casini
17 Maggio 2011
La nuova rotta su Milano impone al centrodestra di vincere. Come a Napoli. Punto. In gioco c’è la partita nel feudo berlusconiano e le ripercussioni a livello nazionale che se certamente non pregiudicheranno il destino del governo, in caso di ipotetica sconfitta, potrebbero avere effetti sul quadro nazionale. La correzione della rotta che al primo turno ha fermato la corsa di Letizia Moratti al 42 per cento contro il 48 del vendoliano Pisapia, passa da due condizioni: riportare al voto i settantamila elettori mancati all’appello del primo turno (trentamila del bacino centrista-finiano che cinque anni fa stava col centrodestra, quarantamila riconducibili all’astensionismo, come segnala la Gelmini), calibrare la campagna elettorale sulla visione della città, presente e futura. Insomma, una nuova strategia sul tavolo del Cav. che ieri ha riunito i suoi per analizzare il voto.
Un vertice che mette al centro una consapevolezza: la partita è aperta e se è stato perso il primo round è possibile “vincere lo scudetto” per usare la metafora di Maurizio Lupi. Come? Il Cav. riafferma il patto di ferro con Bossi e nonostante il silenzio del Senatur , ci sono le parole di Calderoli a dire come la pensa il Carroccio: andiamo avanti convinti col Pdl per confermare la giunta Moratti. Certo, i leghisti fanno i conti con una frenata nei consensi e in parte questo vale anche per il Pdl che a Milano resta il primo partito e tuttavia è tallonato dal Pd. Diverso lo scenario complessivo uscito dalle urne in base al quale – secondo l’analisi dello stato maggiore pidiellino nella conferenza stampa post-voto – il Pdl sta sopra il 26 per cento nei comuni capoluogo e in quelli sopra i quindicimila abitanti mentre il Pd si ferma al 21. Alle provinciali, il Pdl ottiene il 25 per cento dei consensi, il Pd il 24.
Dal quartier generale di via dell’Umiltà, i vertici del Pdl confermano che sulla lealtà di Bossi non ci sono dubbi, “né a Milano, né altrove” scandisce Gaetano Quagliariello. Da Palazzo Grazioli a tarda sera filtrano poche indiscrezioni sul vertice col Cav., tra queste l’impegno del premier a mettere su una consultazione permanente col Senatur che servirà a superare i distinguo che pure dal Carroccio negli ultimi tempi non sono mancati (in buona parte per motivi elettorali) e proseguire con una maggiore condivisione delle scelte, sia per Palazzo Marino che a Palazzo Chigi. Del resto, che Berlusconi e Bossi siano destinati a stare insieme lo dicono i numeri di questo voto ma anche il percorso che dal 2008 a oggi è stato fatto al governo del paese con al primo posto il dossier riforme. Per la Lega la ragione essenziale dell’alleanza col Cav., come ricorda Roberto Cota a Ballarò; per il Pdl la questione prioritaria. Per entrambi, punti precisi del programma elettorale. Bossi sa bene che dal federalismo in su, la garanzia di centrare l’obiettivo ce l’ha solo con Berlusconi e questo nonostante le sirene bersaniane che al Senatur da due giorni suonano questo disco: non si può essere berlusconiani a Roma e leghisti col maldipancia berlusconiano a Milano.
L’imperativo che Berlusconi trasmette ai suoi è chiaro: non si può consegnare il capoluogo lombardo alla sinistra radicale, né far vincere a Napoli un pm che con le sue inchieste ha danneggiato i cittadini. Due obiettivi che impongono il ‘serrate i ranghi’ e lavoro a testa bassa in campagna elettorale. Quanto al coinvolgimento diretto in vista dei ballottaggi, il Cav. vuole rifletterci, rinviando la decisione di qualche giorno, magari coi nuovi sondaggi alla mano. Ma certo non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro e ai vertici del partito conferma di voler giocare la partita fino in fondo. Nessun dubbio su possibili effetti del voto in relazione alla stabilità del governo. Il succo del ragionamento suona così: queste elezioni non cambiano nulla, l’esecutivo è solido e va avanti, il cammino della legislatura non dipenderà dall’esito dei ballottaggi.
Nella nuova strategia c’è un capitolo dedicato all’elettorato centrista. Si guarda con interesse a Casini leader della vera forza trainante del terzo polo col suo 5,6 per cento, come la definisce Verdini. Perché se si leggono i dati di Fli e Api la musica cambia: complessivamente i finiani si attestano all’1,35 per cento alle comunali e su un 1,52 alle provinciali. Il richiamo a ricompattare il fronte moderato arriva da Quagliariello ed è rilanciato da Cicchitto che individua proprio nei voti centristi quel bacino che potrebbe fare la differenza a Milano. Anche perché – viene ricordato da via dell’Umiltà – Pisapia ha ottenuto esattamente gli stessi voti di Ferrante cinque anni fa nella sfida con la Moratti. La logica conseguenza per il presidente dei deputati Pdl è che nel medio-lungo periodo sia impossibile “la collocazione del partito di Casini in uno schieramento di sinistra”. E ancor di più per il governo di città come Milano e Napoli dove i candidati della sinistra al ballottaggio non sono targati Pd, bensì Vendola e Di Pietro. Su Pisapia anche Berlusconi raccomanda ai suoi di evidenziare il fatto che al netto dello ‘stile’ del candidato sindaco, il vero tema ruota attorno alle forze che lo sostengono e che di moderato non hanno nulla. Ma se Milano ha catturato l’attenzione dei media in queste ore, il dato da considerare e che finora è passato in secondo piano è pure un altro: lo rileva Verdini quando invita a considerare i tredici milioni di elettori e non solo quelli del capoluogo lombardo e in particolare la performance del centrodestra nelle altre piazze al voto. Dalla Calabria (dove “c’è la riprova che quando l’Udc si allea con noi vince e perde quando sta con la sinistra” al risultato di Mantova roccaforte rossa come Rimini in Emilia Romagna dove si va al ballottaggio e perfino Bologna dove Merola ha vinto ma con un risultato (di poco superiore al 50 per cento) che segnala come il Pd sia in difficoltà persino nei feudi dove tradizionalmente governa. E ancora il Molise o il caso Caserta in Campania.
A Milano lo schiaffo c’è stato e nessuno lo nega. Il Pdl incassa il ‘peso’ del ballottaggio ‘al contrario’, ammette che errori ci sono stati e che ora bisogna cambiare rotta. Massimo impegno, massima coesione. Nell’analisi del voto, si mette in conto anche quel ‘file rouge’ che lega le performance dei leader (e rispettivi governi) di mezza Europa e che ha investito pure l’amministrazione Obama. Francia, Germania, Spagna nei turni elettorali di mid term hanno già registrato livelli in controtendenza rispetto alla vittoria elettorale, anche se in Italia il fenomeno è stato più contenuto. Tutto vero, come è vero che se i numeri si leggono per quelli che sono, il dato di fondo è che il Pdl nei 29 comuni capoluogo e nei 104 municipi con più di quindicimila abitanti il Pdl sta al 26,58 per cento (la Lega al 5,2)e il Pd al 21,88. Il terzo polo sfiora il 7 per cento ma se si va più in profondità, si scopre che a ‘tirare’ è solo Casini con il 5,07, mentre il peso di Fini equivale all’1,35 per cento e quello di Rutelli vale lo 0,97 per cento. Alle provinciali il Pdl registra un 25,12 per cento (la Lega al 16), il Pd sta al 24. Più o meno confermato il trend dei terzo polisti con Casini che ottiene il 4,60, Fini l’1,52 e Rutelli lo 0,62. Sono i numeri messi nero su bianco nella conferenza stampa del Pdl (Verdini, La Russa, Gasparri, Quagliariello, Cicchitto e Lupi).
Certo, la fotografia del voto fissa un quadro di riferimento che non basta, né può bastare a derubricare la battuta d’arresto nella roccaforte lombarda del centrodestra. E infatti il Pdl non si nasconde dietro un dito. La parola d’ordine è marciare compatti con la Lega per vincere; non è tempo di recriminazioni, tantomeno di prestare il fianco al gioco della sinistra. Piuttosto il centrodestra invita Bersani a riflettere sul dato di Napoli e che dalle parti del Nazareno si tende a minimizzare. Nel capoluogo campano il Pd è stato “cancellato al primo turno, mentre la Moratti è ancora in gioco e la partita a Milano è aperta” osserva La Russa. Il segretario del Pd, invece, da 48 ore continua a ripetere che “abbiamo vinto noi e hanno perso loro”, come se la debàcle all’ombra del Vesuvio non contasse nulla, come se non avesse il peso che invece ha la radicalizzazione a sinistra, con Vendola e Di Pietro veri vincitori della sfida lanciata ai democrat.
Non è un caso se Di Pietro a Porta a Porta rivendica di fatto la leadership della coalizione, mandando messaggi chiari proprio a Bersani e rifilando stoccate al terzo polo che ora “deve decidere da che parte stare” perché la libertà di voto ai ballottaggi non è ammissibile e per qualsiasi convergenza serve una condivisione piena del programma di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli. In sintesi il senso dell’arringa (politica) dell’ex pm di Mani pulite che, seduto accanto a Rutelli, lo chiama in causa sollecitandolo a dire se è favorevole o no al nucleare, alla privatizzazione dell’acqua e al legittimo impedimento (temi referendari che incrociano quelli della campagna elettorale, secondo il verbo dipietrista).
Già, il terzo polo. Oggi dal summit tra Casini, Fini e lo stesso Rutelli dovrebbe uscire la linea per i ballottaggi; così almeno secondo gli annunci. Ma ad ora Casini parla il politichese, Rutelli non si sbilancia, Fini tace ma in compenso ci pensa Granata a dare la linea futurista quando dichiara che lui a Milano voterebbe Pisapia e a Napoli De Magistris. Esattamente l’opposto dei colleghi di partito Urso e Ronchi che hanno già detto con chi stare, cioè col centrodestra. Il futurismo rischia un altro clamoroso salto nel vuoto. Con buona pace di Casini e di quanti, specie a sinistra, si riempiono la bocca col ‘moderatismo’. Un nuovo neologismo sul quale perfino De Magistris e Pisapia cercano di mettere il cappello del politically correct.
