Berlusconi vince sempre perché ha un rapporto diretto con i suoi elettori

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Berlusconi vince sempre perché ha un rapporto diretto con i suoi elettori

28 Maggio 2009

“Capo carismatico”, “seduttore”, “imbonitore”, “demagogo”, “comunicatore istrionico”, “populista”: questi alcuni esempi di epiteti riferiti a Silvio Berlusconi, campione nei sondaggi demoscopici  e sempre in prima pagina (nel bene e nel male).

Le sue passeggiate tra i cittadini comuni (i “bagni di folla”) e di recente  le visite nelle zone disastrate dal sisma in Abruzzo; il suo intervento in televisione in risposta a certe dichiarazioni della consorte; la relativa esplosione mediatica producente una ridda di interpretazioni, chiacchiere e moralismi vari più o meno al servizio dell’attacco di una sinistra sempre  più alla sbando (perché non affronta con solennità il suo unico e vero problema, quello dell’assenza di identità politica). Tutto questo mostra l’aspetto reale di una situazione che sembra non aver sbocco se non la concentrazione del fuoco dell’attenzione su Silvio Berlusconi. Mi chiedo il perché.

Penso che una risposta possa ottenersi con una riflessione pacata, sottratta cioè dall’apologia o dalla denigrazione del Presidente del Consiglio; e che prenda a oggetto non gli aspetti contingenti, superficiali o volutamente scandalistici della situazione ma un significato profondo di cultura politica che rinvia alla natura peculiare della leadership di Berlusconi. Tale significato si evince considerando qualcosa di elementare e irriducibile che lega questa figura alla storia politica italiana e che spesso sfugge, perché poco o per nulla messo in debito risalto.

Berlusconi e Forza Italia (insieme con la Lega di Bossi) innovano lo schema delle forze politiche in Italia, occupando e ridefinendo lo spazio aperto dalla disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Berlusconi però delinea un terreno di azione di maggior respiro rispetto a quello di Bossi (che ha come quadro di partenza una comunità locale delimitata territorialmente, la “Padania”). Berlusconi guarda in effetti all’intera comunità politica nazionale e su di questa fonda il suo programma politico.

Baget Bozzo – uno dei più raffinati interpreti delle cose politiche nostrane, scomparso purtroppo qualche settimana fa – elabora una tesi secondo la quale l’avvento di Berlusconi determina un cambiamento del principio stesso di legittimità del nostro sistema politico come sistema democratico. La fine del regime fascista fece sì che la legittimità dello stato repubblicano fosse tutta assorbita, al di là della facciata giuridico-costituzionale, dal patto tra i partiti ( i c.d. partiti dell’arco costituzionale) nel nome dell’antifascismo e della Resistenza. L’antifascismo diviene così sia il simbolo di origine della Repubblica italiana (si noti: un simbolo declinato solo in negativo, e ciò la dice lunga sulla debolezza generale del nostro simbolismo politico fondamentale), sia la matrice valoriale di mille invocazioni permeanti la retorica pubblica dei partiti ideologici di massa. Berlusconi mette da parte tutto ciò e opera una specifica conquista politica, per cui il principio di legittimità non è più l’antifascismo (non a caso “sdogana” il Msi); bensì il voto popolare, l’investitura di legittimità e di potere scaturente dalla libera scelta del popolo degli elettori. La tesi di Baget Bozzo cattura la realtà e offre spunti alla riflessione.

Innanzitutto, lo spostamento del principio di legittimità dall’antifascismo (accordo tra i partiti costituzionali) a quello che potremmo chiamare il “potere del popolo costituente” significa nientemeno che puntare il dito sopra il principio intrinseco al sistema liberal-democratico: vale a dire un sistema politico in cui la regola del gioco che decide chi vince e chi perde nella competizione politica è, per l’appunto, il voto popolare. Ciò trascina con sé una conseguenza. La chiamata in causa del rapporto diretto tra Berlusconi e il popolo degli elettori mette in primo piano non un partito, come entità collettiva, né un’ideologia; bensì, solo ed esclusivamente, la personalità dell’individuo Berlusconi come leader. Di qui la fortissima importanza di una relazione estremamente personale tra Berlusconi e il suo seguito di militanti, simpatizzanti, elettori. È facile pertanto capire come Berlusconi abbia davanti sempre il problema di provare  a pieno la vitalità e il vigore operativo della propria personalità, anche in un senso intimo, come modello di sensibilità e di vita interiore. Il che comporta di necessità l’esteriorizzazione di qualità personali congrue con il suo ruolo di capo politico (intelligenza, responsabilità, coraggio, etc.); in modo da alimentare continuamente, essendo la personalità al centro di tutto, sentimenti di fiducia e di lealtà verso la sua persona.

In un articolo di Vittorio Feltri, si chiede “perché il Presidente del Consiglio continui a giustificarsi davanti alle accuse che gli piovono addosso da ogni parte”. Penso che lo faccia per sostenere la detta relazione personale. Non tanto e non solo per amor proprio di un sé ferito, ma per l’imperiosità di ribadire l’autenticità della relazione personale con il pubblico degli elettori, a fronte di una situazione di crisi che involge precisamente l’integrità della sua persona. Certo, c’è sempre l’ombra della questione posta da Machiavelli: poiché la politica (lotta per il potere) è separata dalla morale, il principe può ben essere, se gli torna di vantaggio in termini di potere e sostegno, “un gran simulatore e dissimulatore”.

Tuttavia,  ed è questo il bello della democrazia, sta e resta nelle mani della nazione e del suo popolo libero il potere di destituire o conservare un capo politico e il suo governo. Come dice Popper, il giorno della votazione è  effettivamente il giorno del giudizio.