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Bernard Laporte: il Velasco di destra di Sarkò

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Bernard Laporte è un Velasco di destra, un Capello più simpatico, un Lippi meno ritirato. CT della nazionale francese di rugby. Psicologo sportivo. Guru del gioco di squadra, ideologo del lavoro di gruppo. Commentatore radiofonico e televisivo. Con un passato da allenatore di club e da giocatore (mediano di mischia). E un futuro da Segretario di Stato, delegato per i giovani e lo sport.

Il suo nome figurava nella lista dei convocati all'Hôtel de Matignon, tra i “selezionati” del François Fillon II, giusto una settimana fa. Laporte si è riservato d'accettare l'incarico solo a Coppa del Mondo archiviata. E possibilmente vinta, ça va sans dire. Alzata al cielo dallo Stade de France, davanti a tanti compatrioti. E' o non è una questione d'interesse nazionale privilegiare quest'impegno anziché l'altro? Del resto è un affare di pochi mesi. Poi, dal prossimo 21 ottobre, l'uomo di Gaillac potrà “scendere in campo” definitivamente, entrando nel vivo dell'agone politico.

Lui e la sua pelata sacchiana, sul naso un paio di occhialini tondi alla Harry Potter: chiarito che passa per mago del pragmatismo, non per babbano integralista. Lui e il suo carisma di motivatore, lui e il suo piglio tranquillamente deciso, anzi pacatamente fermo. E che sia un osso duro, persino durissimo, lo sanno bene tutti quelli che ci hanno avuto a che fare, da Bordeaux a Parigi e ancora nella grande provincia d'Oltralpe. Basti ricordare che il ventunenne Bernard, placcato da un platano mentre si trovava lanciato a 120 Km/h, al volante della sua automobile, beh, mica si arrese al grave incidente di percorso, magari a una vita sedentaria: neanche per sogno. Il tempo di ricomporre le ossa e di riordinare le idee, ed eccolo di nuovo a palpeggiare l'ovale.

Nella sua carriera, dopo quell'episodio, si sono sempre susseguite vittorie e sconfitte, come in perfetta alternanza. Ma è sulla panchina del quindici in bleu che il tecnico ha acquisito una nuova dimensione. Laporte ha saputo fare tesoro dei suoi errori, mettendo da parte esperienze e competenze (anche di business, con discrete soddisfazioni). E ora lo attende un compito inedito, di grande responsabilità, quasi di rupture con quello stesso ambiente che frequenta da una vita.

«L'Équipe» rimane piuttosto freddina, nei suoi confronti: «Vedremo come l'allenatore della Nazionale - vero inesperto in materia - andrà poi a gestire un'amministrazione così delicata. Il suo successo dipenderà molto da quello della sua squadra, nella Coppa del Mondo di casa. Perché nessuno vedrebbe di buon occhio un CT sconfitto e demoralizzato, promosso a capo dello sport del Paese». Eppure Bernard Laporte non si scompone, forse già forte della sua proverbiale «preparazione mentale all'obiettivo». Le mete di Sarkozy passano (anche) per la piena riuscita della sua missione. La parola agli 80' dei match sul campo, dunque. E al lungo supplementare che ne seguirà, nella mischia del Segretariato allo sport.

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