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Boomerang a sinistra

Bersani fa propaganda sulla precarietà. Ma i numeri raccontano un’altra storia

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Con ‘quella faccia un po’ così’ che lo porta sempre più a somigliare all’attore Maurizio Ferrini (il quale, dopo il successo ottenuto a ‘Quelli della notte’, fu costretto a vestirsi da donna con il nome di signora Coriandoli per continuare a lavorare) Pier Luigi Bersani insiste sul tasto del lavoro. E la sinistra, in questa campagna elettorale rissosa e menzognera,  gioca gran parte delle sue prospettive sulla condizione lavorativa dei giovani.

Susanna Camusso, in occasione dello sciopero generale del 6 maggio (assist clamoroso e inutile per l’opposizione),  è arrivata persino a sostenere che ogni  famiglia è alle prese  con il fenomeno della precarietà.  Basterebbe scattare, però, un’istantanea sulla struttura del mercato del lavoro per accorgersi che la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti ha un rapporto a tempo indeterminato, mentre lavorano a termine il 7,6% degli uomini e l’11,9% delle donne.

I cocopro rappresentano l’1% degli uomini occupati e l’1,9% delle donne. Prestatori occasionali sono rispettivamente lo 0,3% e lo 0,5%. Certo, sulle giovani generazioni si concentra, per motivi che hanno radici lontane e profonde, quasi interamente la flessibilità di cui ha bisogno il sistema. E purtroppo, nel pieno della crisi, le imprese hanno tagliato quei rapporti di lavoro aggiuntivi a cui ricorrevano, magari con forme lavorative a termine, per fare fronte ai picchi produttivi.  Ovviamente, nel rappresentare una situazione allo sfascio, la sinistra propone delle soluzioni illusorie, tutte incentrate sul contrasto delle ‘norme maledette’ della più recente legislazione del lavoro. Dimenticando, però, che sono stati proprio quei provvedimenti (dal pacchetto Treu alla legge Biagi) a consentire - prima della crisi e in corrispondenza di incrementi modesti del Pil -  otto anni di crescita ininterrotta dell’occupazione, i cui esiti non sono stati del tutto cancellati.

Si considerino, infatti, i seguenti dati che prendono in considerazione l’arco temporale che va dal 1997 (l’anno della riforma Treu), che finisce nel 2009 (l’anno nero della crisi) e che assumono il 2007 come anno del picco per quanto riguarda l’occupazione. Nel 1997 il tasso di impiego dei maschi era pari al 71,%; nel 2007 era salito al 75,8%, mentre nel 2009 era sceso al 73,8%. Per quanto riguarda le femmine si è trattato rispettivamente del 39,2%, del 49,9% e del 49,7%. In sostanza la crisi non ha annullato tutti gli avanzamenti conseguiti. Le medesime considerazioni valgono, all’opposto, se osserviamo il tasso di disoccupazione. Per quanto riguarda i lavoratori la scansione è la seguente: 8,85 nel 1997, 4,6% nel 2007 (il tasso è dimezzato), 6,5% nel 2009. Con riferimento alle lavoratrici si è passati dal 15,5% del 1997 al 7,6% del 2007 per risalire nel 2009 al 9%. Ma ci sono altre considerazioni, di carattere strutturale, che possono spiegare l’attuale situazione delle coorti dei giovani. In un recente saggio (Lavoro e formazione dei giovani, La scuola) Giuseppe Bertagna ha messo in evidenza le contraddizioni del caso italiano. Abbiamo la più alta percentuale Ue di inoccupazione giovanile tra i 15 e i 29 anni.

Nello stesso tempo, vi è la più alta disponibilità di posti di lavoro manuale che restano vacanti per mancanza di competenze di chi dovrebbe svolgerli o perché vengono rifiutati (secondo il Censis più di 60mila nel 2010). Da noi l’età media del primo impiego è a 22 anni contro i 16,7 dei tedeschi, i 17 degli inglesi, il 17,8 dei danesi. Il tasso di attività per i laureati dai 25 ai 29 anni è sceso negli ultimi otto anni dall’81% al 68%, contro l’89,1% della media Ue. I nostri laureati, alla fine, percepiscono stipendi in media inferiori a quelli di un buon saldatore o di un idraulico. Quanto al lavoro manuale, il Censis ha calcolato che dal 2005 al 2010 è in atto un vero e proprio ‘effetto sostitutivo’ di lavoratori stranieri (sempre più necessari) rispetto a quelli italiani.

Nel periodo considerato, sono usciti dal mercato del lavoro (a vario titolo, compreso il pensionamento) ben 847.740 nostri concittadini (-11,1%), mentre sono entrati, ex novo, 718.639 stranieri (+84,5%). La quota di prestatori d’opera stranieri è passata dal 10% al 18,8%. Gli italiani in età inferiore a 34 anni sono scesi dal 33,1% al 25,1%. Può reggere una situazione siffatta, per di più in tempo di crisi ? Evidentemente no. Ma non basta – anche se è importante farlo – osservare che , da noi, esiste tanto lavoro regolare e stabile che viene rifiutato, perché si tratta dell’aborrito lavoro manuale. Occorre impegnarsi in una battaglia culturale, anche all’interno delle famiglie che favoriscono con il loro comportamento, la naturale propensione dei giovani a non impegnarsi nel lavoro fino a quando non si apre, per loro, la prospettiva di lavoro a cui ambiscono.

Occorre convincersi che tutti i lavori sono decenti e che, aver acquisito un know how scolastico e culturale, è comunque un vantaggio anche per svolgere mansioni di carattere manuale. La disoccupazione intellettuale è sicuramente un problema, soprattutto in una fase storica in cui la pubblica amministrazione non è e non sarà più in grado di assorbire dipendenti come ha fatto negli anni passati. L’Italia è e rimane una economia largamente manifatturiera. Bisognerà pure prenderne atto.

 

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1 COMMENT

  1. Gli italiani, o almeno, molti italiani.
    Mio figlio deve avere una laurea, non importa quale e come raggiunta, ma una laurea.
    Mio figlio non voglio che si allontani troppo da casa per andare a lavorare.
    Mio figlio e’ sempre meglio dei figli degli altri.
    Ma in quale mondo vivono ancora molti italiani?
    Il mondo sta cambiando e siamo noi che ci dobbiamo adeguare a lui, lui non si adeguera’ mai a noi. Alvaro.

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