Biagi: il grande diseducatore nazionale

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Biagi: il grande diseducatore nazionale

17 Novembre 2007

“E’ da notare la virulenza di
certe polemiche tra uomini politici per il loro carattere personalistico e
moralistico. Se si vuole diminuire o annientare l’influsso politico di una
personalità o di un partito, non si tenta di dimostrare che la loro politica è inetta
o nociva, ma che determinate persone sono canaglie, ecc:, che non c’è ‘buona
fede’, che determinate azioni sono ‘interessate’ (in senso personale e privato)
ecc. E’ una prova di elementarità del senso politico, di livello ancor  basso della vita nazionale”. Queste parole, che non sono
di un avvocato del Cavaliere, né di un columnist di ‘Mediaset’ o del
‘Giornale’, ma del fondatore del Partito Comunista Italiano, Antonio Gramsci,
mi sono tornate in mente leggendo i necrologi dedicati dai maggiori quotidiani
nazionali alla figura di Enzo Biagi. Un grande diseducatore nazionale giacché
pochi altri come lui hanno barattato per una facile  popolarità l’ethos professionale del giornalista che
all’applauso preferisce la schiettezza d’accenti e non rinuncia a trattare i
problemi scottanti della vita nazionale solo perché, in tal modo, potrebbe
perdere le simpatie di certi inquilini del Palazzo. Biagi, come Giorgio Bocca,
come Maurizio Maggiani, è stato il maestro di quella retorica antiretorica, che
tanto piace agli italiani, consistente nell’appellarsi al buon senso della
‘provincia profonda’ per fare accettare disegni politici e programmi che,
piacciano o no, vengono prodotti nei piani alti del ‘sistema’.

E’ il topos del “Bruto e Cassio
sono uomini d’onore”. “Vi dicono così e così delle tasse, del mercato,
della guerra irakena; sarà come dicono lor Signori, che conoscono tanti bei
paroloni, ma uno come me, che è di Pianaccio, non si fa fregare…”.Questo
stile, un tempo definito a torto ‘qualunquistico’, coglie due piccioni con una
fava: solletica l’antiintellettualismo nazionale e, insieme, si pone al
servizio di una ben precisa area politica senza darlo a vedere. Ovviamente
quando le stesse maschere compaiono a destra, scendono in campo legioni di
pubblicisti e intellettuali impegnati a denunciare l’antico odio dei
conservatori e dei reazionari per la ‘cultura’ e il tersitismo immarcescibile
iscritto nel dna di certi ambienti giornalistici. In tal modo, se uno di Sant’Anna di Valdieri, dice
‘cose di sinistra’ è la vox populi, se dice ‘cose di destra’ diventa
l’espressione della profonda provincia arretrata e controriformistica, che la
buonanima di Piero Gobetti, avrebbe voluto bonificare con una autentica
‘riforma morale e intellettuale’ degli Italiani .

Tutto questo, si dirà, fa parte del normale
gioco politico. Anche in altri paesi i Jacques Bonhomme e i John Doe vengono tirati
per la giacchetta in questa o in quella direzione per ottenere i voti dell’uomo
della strada. Da noi, però, il populismo moralistico assume una valenza
diseducativa e mistificante che non ha eguali in altre parti del mondo. Esso,
infatti, si traduce in una strategia occulta intesa a velare i rapporti
effettivi di potere che segnano la vita nazionale da mezzo secolo a questa
parte. Nelle sabbie mobili predisposte dai ‘grilli parlanti’ sprofonda ogni
velleità di sapere chi ‘muova effettivamente le fila’, quali siano le reali
poste in gioco del conflitto sociale e politico di questi anni, cosa si celi
nella lotta, spesso esasperata, dei simboli.

Di questa strategia Enzo Biagi è stato, per
così dire, il ‘momento plebeo’. Il momento alto, invece, è rappresentato oggi da
Barbara Spinelli, una sorta di Hannah Arendt in sedicesimo, che scrive gli
articoli intingendo la penna nel calamaio dell’Imperativo categorico. Vale la
pena citare quanto il profetico ardore le dettava su ‘La Stampa’ del 25
febbraio ultimo scorso – Il perdente radicale – a proposito della ‘malattia
italiana’. “È un
male non legato a una sola forza – |…| ma è una patologia che affligge la
maggior parte dei politici e quasi tutta la classe dirigente (cioè chiunque
eserciti indirettamente responsabilità nella polis: attori economici,
intellettuali, giornalisti). I sintomi sono chiari: una perdita di memoria che
sconfina nell’amnesia, una profonda sottovalutazione del pericolo che si corre
quando s’occulta il passato, una mancanza continuativa di coscienza etica. Quel
che si è dimenticato è l’epoca che segna il nostro tempo: dieci anni dominati
da Berlusconi, caratterizzati da un rapporto arbitrario con la legge, una
monocrazia televisiva, una confusione sistematica tra interesse pubblico e
interesse privato. La minaccia che si sottovaluta è il ritorno di
quell’esperienza. La coscienza etica mancante è quel che impedisce di
riconoscere in se stessi la soggezione, radicata e quindi malata, alla forza di
Berlusconi. Quest’ultimo continua a determinare il nostro modo di giudicare la
politica, di semplificarla, di sprezzarla. In realtà sono nove mesi che gran
parte della classe dirigente guarda al governo Prodi attraverso le lenti falsificatrici
di Silvio Berlusconi”.

Forse non sarebbe caritatevole consigliare
alla profetessa la lettura del gran libro di Bernard Crick, Difesa della
politica
: potrebbe averne un trauma leggendo che 2siamo tutti sul
mercato” e se si decide di scendere nella ‘feccia di Romolo’ (specie se si è
la compagna di un ministro in carica) non si possono indossare le penne dell’Arbitro
morale. Il punto, però, è un altro ed è che l’antiberlusconismo teologico (sia
nella versione populistico-biagiesca sia in quella arendtiana-spinellesca) sembra
inventato dal mago David Copperfield per nascondere agli occhi del cittadino i
giganteschi iceberg che minacciano la rotta della nave Italia. Nessuno dei
grandi attentati allo stato di diritto è diventato motivo d’allarme per il duo
Sancho Panza (Biagi)/Chisciotte (Spinelli): non ha battuto ciglio dinanzi agli
oltre trecentomila insegnanti immessi nei ruoli senza aver mai sostenuto un
concorso, un vulnus gravissimo per la democrazia che sconteranno le
giovani generazioni di laureati che potranno pure avere il genio di Kant o di
Gauss ma non troveranno posto nella scuola pubblica, a causa del corporativismo
sindacale; non si è mai chiesto quanto ci fosse di vero nell’accusa rivolta da
Giulio Tremonti a Massimo D’Alema, nel corso di una popolare trasmissione
televisiva, d’aver trasformato Palazzo Chigi in una Merchant Bank; non
ha  mai messo sotto accusa quegli estesi
settori del capitalismo italiano che, infischandosi del mercato e delle sue
regole, sarebbero pronti ad allearsi con la sinistra antagonista pur di
ricavarne commesse e rapporti privilegiati con il potere; non si è mai preso la
briga di leggere le analisi del sistema bancario italiano fatte da Oscar
Giannino o quelle relative all’occupazione in Italia di economisti e
giuslavoristi come Pietro Ichino. E, soprattutto, nei suoi otri pieni di buon
senso contadino o di ponzamenti kantiani, ma in realtà colmi solo di vento, non
si è mai fatto promotore di effettive indagini empiriche e terra terra volte ad
accertare, ad esempio, se ,con tanto parlare di emergenza ecologica e di
effetto serra, le amministrazioni locali di centro-sinistra, in vent’anni di
governo, abbiano cementificato di più o di meno rispetto alle precedenti di
destra o di centro-sinistra d’antan. E la lista potrebbe continuare per
un bel pezzo..

In realtà, ai moralisti ‘dal basso’ e ‘dall’alto’
sarebbe forse opportuno ricordare che la vera moralità si fa ‘lasciando parlare
i fatti’, tutti i fatti e non solo quelli di casa Berlusconi. Il resto è
chiacchiera ovvero, per dirla col grande Eduardo, ‘aria e rumore’…