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La polveriera mediorientale

Biden e le incognite sul dossier Afghanistan

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Cosa fare in Afghanistan? Il nuovo presidente Usa, Joe Biden, appare incerto. Attualmente sulla sua scrivania  ci sono tre scenari: un ritiro, come previsto da Trump, di tutte le truppe entro il primo maggio; un ritiro graduale, accompagnato da nuovi negoziati con la guerriglia per ridurre la violenza; oppure, restare all’infinito in quella che è da tempo «la guerra più lunga» degli Stati Uniti.

Ognuna delle soluzioni presenta dei rischi. I pachistani — e il Pentagono — auspicano un rallentamento nella partenza dei 2.500 soldati Usa e dei 5mila della Nato. Chiedono un «ritiro responsabile», così lo chiamano, e non caotico, in quanto la previsione è che i talebani possano facilmente imporre il loro potere con la forza. Al tempo stesso un mantenimento della presenza non si traduce certo nella fine degli attacchi che, peraltro, continuano in modo massiccio e selettivo contro funzionari, dirigenti, esponenti della società civile afghana. Attentati spesso condotti con bombe magnetiche piazzate sui veicoli, gesti attribuiti a talebani e Stato Islamico. Tra le ipotesi c’è anche quella di schierare forze speciali, pronte a intervenire, in basi fuori dai confini afghani, dunque l’Arabia Saudita, gli Emirati. Da qui dovrebbero partire raid di commandos e droni. Ci sono però contro-indicazioni logistiche — sono lontani dalla zona — e potrebbero nascere veti da parte di chi ospita.

Biden è tormentato e bisogna anche ricordare come dieci anni fa, in veste di vice di Obama, avesse suggerito di mettere fine all’impegno bellico. Ora i suoi collaboratori lo avvisano delle conseguenze  di un tutti a casa troppo veloce. Se il presidente seguisse quello che gli dice l’istinto, dovrebbe chiudere l’operazione, ma la ragione lo invita a pensare ai costi di un tracollo a Kabul, alla reputazione, all’interesse nazionale. E c’è sempre la possibilità che lasciato un vuoto saranno i concorrenti, come russi, cinesi, iraniani a riempirlo.

Considerazioni di sicurezza obiettive, che però non possono tramutarsi in una missione ad oltranza. I settemila militari non possono certo sconfiggere i militanti e i governi alleati ritengono che il tempo sia scaduto. Ma è forse solo per orgoglio che Biden non insiste su una strada già segnata. La questione, infatti, sarebbe già stata risolta da Trump, visto che vi è già un dossier chiuso e impostato, che sta avendo la sua efficacia. Si tratta di un accordo bilaterale con i talebani sul ritiro delle truppe in cambio dell’impegno dei talebani nel controterrorismo, l’avvio del negoziato intra-afghano, un contingente ridotto, che, così recita l’accordo con i talebani del 29 febbraio 2020, andrà ritirato del tutto entro il 30 aprile 2021, come ricordato prima. Il movimento guidato da Haibatullah Akhundzada ha poi ottenuto legittimità politica internazionale, il ritiro (anche se non completo) e il rilascio di 5.000 prigionieri. E non ha mai dovuto riconoscere la legittimità del governo afghano, contro cui continua a combattere.

Accettando di negoziare con i talebani in modo bilaterale – cosa che nessuna amministrazione precedente aveva fatto – Trump ha per questo incassato la fine delle ostilità tra Usa e talebani, calendarizzato e avviato il ritiro e indebolito il governo afghano. Facendo accettare al presidente Ashraf Ghani, al consigliere per la sicurezza nazionale Hamdullah Mohib e a una parte dell’establishment politico decisioni che gli afghani avrebbero voluto evitare o posticipare, nell’ottica di un negoziato prolungato con i talebani. Vale per esempio per il rilascio dei 5.000 detenuti talebani in cambio dei 1.000 prigionieri governativi, uno scambio previsto dall’accordo di Doha tra Usa e talebani, di cui però Kabul non è firmatario.

Questa è stata la realpolitik di Trump, che lo ha ripagato anche con un lungo periodo di pace e di assenze di guerre degli Stati Uniti nel mondo, diversamente da quanto accaduto negli otto anni precedenti al suo arrivo a Washington. Per questo, per evitare che per gli Usa l’Afghanistan diventi, seppur in proporzioni ridotte, un nuovo Vietnam, Biden farebbe bene a confermare l’accordo proposto dal suo predecessore. Anche perché ben più rilevanti appaiono altri dossier allo studio nella Casa Bianca, sullo scacchiere internazionale. A partire dai rapporti tra Stati Uniti e Europa, con una Ue divisa anche sulla continuazione dell’esistenza della Nato, di cui gli Usa sono gli azionisti di maggioranza. Com’è noto, il presidente francese, Macron, ne vorrebbe un ridimensionamento se non addirittura una cancellazione, vista la dissoluzione del patto di Varsavia, dice, riferendosi all’alleanza novecentesca degli Stati comunisti dell’Est Europa. L’altra zona calda, a parte i sempre tesi rapporti con la Russia, è rappresentata dalla Birmania, soprattutto dopo il colpo di stato militare che ha rovesciato il presidente eletto, Aung San Suu Kyi, vincitrice del Nobel per la Pace, ora deposta e arrestata. Un paese dalla posizione strategica, quello che oggi si chiama Myanmar, vista la collocazione geografica di raccordo tra India e Cina.

 

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