Stati Uniti

Biden: uno starnuto lo seppellirà (e Trump se ne avvantaggia…)

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«Il rimedio non può essere peggiore del male». Il pragmatismo del presidente Usa, Donald Trump, martedì s’è fatto sentire di nuovo, quando, durante una conferenza stampa, ha proposto delle decisioni da adottare per la lotta alla SarsCov2, che ora negli Stati uniti ha messo lockdown quasi un terzo della popolazione, mentre più della metà degli abitanti, il 54%, è costretto a rimanere a casa. Ma Trump, per l’Easter, per la Pasqua, vuole riaprire tutto, ha detto martedì, dopo aver ribadito il massiccio intervento per far fronte alla crisi, di 2 trilioni, ovvero 2000 miliardi di dollari. Una cifra monstre, che solo Oltreoceano è possibile investire.

Già, poiché, «il rimedio» – quale il blocco totale delle attività – come adottato altrove, sarebbe un colpo mortale all’economia e alla dimensione politico-sociale del paese, causando molti più danni del nuovo coronavirus. Virus che Trump si appresta a valutare, per piegarlo a proprio vantaggio, anche in chiave politica. Intanto continua la corsa alle presidenziali, con le primarie e i caucuses del partito democratico e del partito repubblicano: per quest’ultime scontate, visto che sono stati cancellati anche gli appuntamenti previsti in Alaska, Arizona, Hawaii, Kansas, Nevada, South Carolina e Virginia. Per i dem, invece, sono state rinviate le consultazioni dei giorni scorsi in Georgia e Porto Rico, e quelle in Alaska del prossimo 4 aprile. Si ricomincerà il 4 aprile, alle Hawaii, e poi via via dal 7 aprile, in Wisconsin. E se il moderato John Biden, il vice di Obama negli otto anni di presidenza alla Casa Bianca, sembra ormai il candidato dem favorito alla nomination finale, il socialista Bernie Sanders si lecca le ferite, dopo le recenti sconfitte. Per la stampa americana, come il Washington Post, «Bernie», lo sfidante preferito da Trump, avrebbe perso, dopo i successi iniziali, per non essere stato in grado di conquistare la fiducia degli elettori afroamericani.

Un elettorato che invece si starebbe orientando verso Biden, «sleepy» Biden, come appellato da Trump. Ma è possibile che un terzo candidato, al di là dei due partiti, repubblicano e democratico, possa introdursi nella campagna elettorale e giocare un ruolo tutto suo. No, non è un nuovo Ross Perot – l’imprenditore che negli anni ’90 tentò di inserirsi come terzo incomodo in due elezioni presidenziali – ma il coronavirus, che ha già imposto dei cambiamenti in agenda. In proposito, alcuni funzionari elettorali di entrambi gli schieramenti stanno chiedendo finanziamenti per sostenere il voto per corrispondenza, quello di novembre, ma i repubblicani, a Washington, hanno dichiarato di non essere inclini a includerlo nel pacchetto da 2 trilioni di dollari. Vi sarebbero implicazioni legali – affermano dal partito dell’elefantino – logistiche e finanziarie nell’attuazione della votazione per posta elettronica.

Tuttavia il coronavirus è un “candidato” che non spezzerà l’equilibrio del sistema politico americano, anzi è probabile che dia una mano a Trump, se il tycoon continuerà nell’affrontare con decisione l’epidemia, così come sta dimostrando negli ultimi giorni, senza ledere le libertà fondamentali degli individui, ma offrendo, al contrario, un gigantesco contributo alla ripartenza economica. Certo, non è apparso rassicurante Biden, nelle interviste di ieri ad alcune tv americane, quando , in diretta, ha dato alcuni colpi di tosse. Sì, ha rassicurato di stare bene, ma è stato anche rimproverato da un giornalista, per non aver piegato a gomito il braccio, di fronte ad uno stranuto. Episodio subito colto da Trump, che ha rilanciato, in proposito, un tweet di Dan Scavino – il suo assistente nel rapporto con i media – con le interviste dell’esponente dem evidentemente in imbarazzo. Anche questa è comunicazione politica.

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