“Bin Laden era in Pakistan ma noi siamo contro il terrorismo”

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“Bin Laden era in Pakistan ma noi siamo contro il terrorismo”

02 Giugno 2011

Non c’è dubbo che l’eliminazione di Osama bin Laden abbia rovinato le relazioni diplomatiche fra Stati Uniti e Pakistan. Tra i due Paesi però continua ad esserci un’inestricabile vicinanza, una strana alleanza fondata sulla reciproca diffidenza, che non si spezzerà facilmente. Ne è convinta Arshi Saleem Hashmi, che insegna presso la "National Defence University" di Islamabad, e sembra voler ridimensionare l’eclatante raid di Abbottabad. Dalle risposte della studiosa emerge chiaramente il fastidio suscitato nei pakistani dalla Operazione Geronimo, che ha violato l’integrità territoriale del Paese (anche se bisogna dire che il Pakistan ha concesso agli Usa l’uso dei Droni…). Insieme, prevale la costernazione per aver scoperto che il capo di Al Qaeda viveva a due passi di una delle accademie militari del Paese.

La Hashmi non si sbilancia facilmente, difende la democrazia pakistana e dice che non si può paragonarla ai regimi (caduti) del nordafrica. Parla di "dissapori" con gli Stati Uniti e ricorda che il suo Paese sta combattendo una difficile guerra al terrorismo interno. Nonostante gli sforzi profusi dall’esercito, però, la Hashmi ammette che il governo pakistano non è ancora riuscito ad avere la meglio in Waziristan, capitolo decisivo per risolvere il conflitto afghano. Assicura che i militari stanno facendo il possibile per favorire gli americani nell’area, ma poi apre ai "talebani moderati" spiegando che Karzai è costretto ad assecondarli se vuol stabilizzare il Paese.

Nei giorni scorsi, il Wall Street Journal ha scritto che il Pakistan starebbe cercando di convincere l’Afghanistan a voltare le spalle agli Usa per stringere rapporti con la Cina: in una delle sue risposte la Hamshi sembra confermare questa predisposizione a vedere in Pechino un interlocutore alternativo agli Usa, tanto più che il caso Bin Laden ha gelato le relazioni con l’India. Nello stesso tempo, però, la ricercatrice sembra voler scongiurare l’esistenza di un "asse" ostile all’America. Ascoltandola in molti casi si può restare interdetti, ma è opportuno capire il suo pensiero per avere un quadro complessivo del difficile gioco diplomatico e di intelligence tra Washington e Islamabad.

Sono ormai trascorse diverse settimane dall’operazione che ha condotto all’uccisione di Osama bin Laden. Quali sono state le reazioni in Pakistan a seguito dell’operazione?

La popolazione pakistana, i militari e la classe politica sono d’accordo sul fatto che il capitolo bin Laden sia ormai chiuso. La sua morte, o come direbbero alcuni, il suo assassinio, non rappresenta un argomento molto discusso in Pakistan. In questi giorni la società pakistana è più interessata nel dibattere dell’uso unilaterale della forza da parte degli Stati Uniti.

Il Pakistan era a conoscenza dell’operazione? Perché l’Inter-Services Intelligence (ISI) non ha individuato la presenza dell’ex-numero uno di al-Qaeda a poche centinaia di metri da un’accademia militare nel cuore del Paese?

Il capo dell’ISI è apparso davanti al Parlamento, ammettendo le proprie responsabilità per l’accaduto e, dal giorno successivo, tutto è tornato alla normalità. Questo non significa che alcuni interrogativi circa le capacità delle forze armate di difendere il Paese non siano state sollevati. Al contrario, i militari hanno preso la cosa molto seriamente, discutendo con vari esperti provenienti dalla società civile per conoscere le loro opinioni e preparare future strategie. Io credo, come lo stesso generale Kayani, che scoprire che bin Laden si trovasse sul territorio pakistano abbia colto tutti di sorpresa. Non si può negare l’esistenza di simpatizzanti della filosofia di bin Laden all’interno del Paese, ma l’alto commando militare ha adottato una politica di “tolleranza zero” nei confronti dei fanatici, come dimostrato dalle operazioni di pulizia di interi segmenti della società che sono in pieno svolgimento.

Chi ha commesso errori, allora?

La situazione attuale è frutto di politiche sbagliate e di molti altri elementi che nel tempo si sono sedimentati e che, oggi, sono difficili da eliminare con un semplice colpo di spugna. La popolazione pakistana era a conoscenza della presenza di bin Laden ad Abbottabad. Ma di certo non vi risiedeva da 5 anni. È molto più probabile che vi si fosse trasferito da poco e che la CIA, al corrente di tale trasferimento, non abbia voluto condividere questa informazione con l’ISI, a causa della scarsa fiducia che nutre nei confronti di questa istituzione.

Tutti sanno che il Pakistan e gli Stati Uniti hanno siglato un accordo che permette a Washington di condurre operazioni con i droni sul territorio pakistano. Inoltre, le autorità di Islamabad erano da tempo a conoscenza della presenza di agenti CIA entro i confini nazionali. Non crede che la reazione del Pakistan dopo "l’Operazione Geronimo" sia stata perlomeno esagerata e un po’ ipocrita?

Se l’operazione fosse stata condott con la collaborazione del Pakistan, il governo di Islamabad avrebbe potuto condividere il successo con gli Stati Uniti e migliorare la propria immagine all’interno della comunità internazionale. Al contrario, tenendo il governo e le forze armate all’oscuro dei fatti, Washington ha esposto le autorità pakistane alle critiche della comunità internazionale e ciò sta creando qualche imbarazzo. Quindi, non è una questione di ipocrisia, ma il fatto che agendo in questo modo gli Stati Uniti hanno fatto emergere dei dissapori tra i due governi.

Come definirebbe le attuali relazioni tra Pakistan e Stati Uniti?

E’ un rapporto interessante. Sebbene vi siano sfiducia, diffidenza reciproca e mancanza di coordinamento, i due Paesi dipendono l’uno dall’altro. Gli Stati Uniti stanno portando a termine le loro operazioni in Afghanistan e questa è dunque una fase molto delicata per l’esito finale della cosiddetta “guerra al terrore”. D’altra parte il Pakistan ha bisogno di assistenza finanziaria e di mantenere intatte le proprie relazioni diplomatiche con Washington. Credo proprio che non ci sia alcuna possibilità che le relazioni tra i due Paesi vengano interrotte.

Crede che il rifiuto del Pakistan di intervenire militarmente nel Nord Waziristan sia ancora giustificabile?

L’esercito e il governo pakistano capiscono la situazione e sanno bene che c’è bisogno di riportare ordine nel Nord Waziristan, eliminando i militanti che vi si sono stabiliti in questi ultimi anni. Tuttavia, le ragioni per cui il Pakistan si mostra tanto riluttante nei confronti di un eventuale intervento è che l’esercito è già impegnato in altre aree, come il Sud Waziristan e negli stessi centri urbani, dove risultano in crescita gli attentati terroristici contro gli obiettivi e interessi governativi. È chiaro che impegnarsi adesso su un altro fronte non sarebbe una decisione affatto saggia, mentre l’obiettivo è quello di minimizzare i danni per il Paese. Ad ogni modo sia il governo che l’esercito sono a conoscenza dell’importanza che avrebbe un eventuale successo contro i militanti del Nord Waziristan e sanno che dovranno risolvere al più presto questo problema. Basta dare uno sguardo alle cifre sugli attacchi subìti dalle forze armate pakistane per rendersene conto e, il recente attentato contro la marina pakistana a Karachi, è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi analoghi.

Cosa deve fare l’esercito per evitare questi episodi?

Deve innanzitutto ripristinare una situazione di normalità all’interno delle principali città, ripulendole dei militanti che vi si sono stabiliti e che da lì operano. Una volta completate queste operazioni saranno finalmente in grado di aprire un nuovo fronte nel Nord Waziristan e assestare un importante colpo alle reti terroristiche che attraversano il Paese. Credo però che l’impazienza degli Stati Uniti sia assolutamente comprensibile in quanto i problemi del Nord Waziristan stanno avendo delle ripercussioni negative sulle operazioni condotte in Afghanistan, danneggiando in questo modo gli stessi interessi statunitensi. Washington e Islamabad sono dunque sulla stessa lunghezza d’onda su questo preciso punto, ma c’è un disaccordo sulla tempistica.

Nelle ultime settimane Pakistan e India si erano riavvicinati. Ma a seguito dell’operazione Geronimo l’India ha condannando i presunti legami di Islamabad con alcuni gruppi terroristici. C’è una reale possibilità che i due Paesi giungano a un accordo che metta fine a tutti questi decenni di aperta ostilità?

Il dialogo andrà avanti ma l’uccisione di bin Laden ha indebolito il potere negoziale del Pakistan. Così adesso, quando il Pakistan verrà chiamato a rispondere dell’attentato di Mumbai del 2008, così come di molti altri fatti avvenuti in questi anni, sarà molto più difficile convincere le autorità di Nuova Delhi e la stessa comunità internazionale della sua effettiva volontà di combattere il terrorismo. L’India, col sostegno di tutta la comunità internazionale, diverrà molto più esigente e pretenderà molte più garanzie cercando di ottenere il massimo da eventuali negoziati.

Secondo alcune fonti, da marzo ci sarebbero degli incontri ai massimi livelli tra Stati Uniti e Afghanistan finalizzati alla sigla di un SOFA che permetterebbe a Washington di stabilire una presenza permanente nel cuore dell’Asia centro-meridionale, a pochi chilometri dalla Cina. Come reagirebbe il Pakistan?

Non conosco i dettagli della questione, ma non è un segreto che il governo afghano sia, di fatto, nelle mani degli Stati Uniti. La Cina non sarebbe affatto a proprio agio con una presenza americana così vicina al proprio territorio nazionale, anche perché ciò potrebbe costituire un ostacolo per la realizzazione di progetti futuri tesi a soddisfare alcuni interessi strategici. Credo che rafforzando ulteriormente le proprie relazioni con Islamabad, la Cina voglia lanciare agli Usa il messaggio di non oltrepassare il limite.

A Marzo c’è stata una visita ufficiale del premier pakistano Gilani a Kabul che, secondo la stampa americana, avrebbe cercato di convincere Karzai a rafforzare i legami tra il suo paese e la Cina, voltando di fatto le spalle a Washington.

Quel che interessa a Pechino è che non ci sia nulla che possa provocare dei problemi per la stabilità del vicino Xinyang (regione a maggioranza musulmana, ndr). Per il resto la Cina non è affatto interessata a mettersi apertamente contro gli Stati Uniti e rischiare di compromettere i propri interessi economici. Pechino continuerà a intrattenere allo stesso tempo relazioni diplomatiche con Nuova Delhi, con Washington e con Islamabad, per cui non vedo alcun complotto ordito da Afghanistan, Pakistan e Cina che possa avere come vittima gli Stati Uniti. Questo sarebbe completamente illogico e comporterebbe dei danni, non solo economici, per tutti e tre i Paesi.

Gilani avrebbe anche cercato di negoziare con presidente afghano un posto nel prossimo governo per alcuni esponenti del "network Haqqani", gruppo terroristico attivo tra Pakistan e Afghanistan e che avrebbe le sue basi proprio nel Nord Waziristan. Qual è la sua opinione a riguardo?

Gli Stati Uniti sono attualmente impegnati nel dialogo con i “buoni talebani”, come vengono definiti da Washington, e sanno bene che per abbandonare il Paese nel modo più indolore possibile devono fare in modo che il governo afghano goda di una certa stabilità. Il governo Karzai sa bene che senza il supporto dei talebani/pashtun non può esserci alcuna stabilità politica e quindi è vero che Washington, Kabul e Islamabad sono oramai d’accordo sul fatto di inserire nella futura amministrazione afghana quei talebani che avranno deciso di deporre le armi e collaborare col presidente Karzai. 

Dall’inizio del 2011, Medio Oriente e Nordafrica sono il teatro di sollevazioni popolari che hanno provocato il collasso di alcuni regimi e stanno minando la stabilità di altri. Crede esistano le condizioni tali per cui ciò possa accadere anche in Pakistan?

Le rivolte arabe hanno delle caratteristiche proprie che al Pakistan mancano. Le sollevazioni a cui stiamo assistendo in Nordafrica e Medio Oriente sono basate sulla frustrazione nei confronti di regimi autoritari che utilizzano la forza per imporre alla gente un sistema fondato sulla combinazione di una cultura tribale e di una islamica. Il Pakistan, invece, è dotato di un sistema democratico – che sia buono o cattivo, questa è un’altra storia –, di un sistema giudiziario attivo e indipendente, di organizzazioni per i diritti umani, di organizzazioni sociali e filantropiche che ricoprono un ruolo attivo all’interno di una società civile forte e ben educata e, infine, di una classe media che ha sviluppato una cultura del silenzio. E’ proprio questo silenzio la principale ragione per cui non vedo rivoluzioni nel futuro prossimo del Paese. La popolazione pakistana è determinata e tenace ed ha un grande abilità nel sopportare tutte le avversità che incontra lungo il proprio cammino. Questo fa sperare che il Paese possa prima o poi tirarsi fuori da questa brutta situazione e che il popolo possa dare vita alla Nazione pakistana.