Birmania: finte manifestazioni a favore del regime

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Birmania: finte manifestazioni a favore del regime

15 Ottobre 2007

Weekend di follia nelle strade dell’ex-Birmania. Sabato mattina circa
50.000 persone sono scese in piazza, nei pressi dello stadio Thawanna di
Rangoon, per una manifestazione a favore del regime di Than Shwe e contro le
proteste dei monaci. Il quartiere è stato circondato da mezzi militari, che
hanno poi regolato l’afflusso dei manifestanti giunti a bordo di pullman:
rigorosamente vietato l’accesso ai giornalisti stranieri. Secondo alcuni
testimoni, la folla avrebbe urlato slogan contro le iniziative dei monaci
buddisti, per poi auspicare a gran voce il ritorno di “pace e
sicurezza”. Il corteo avrebbe inoltre condannato l’ingerenza
internazionale negli affari della Birmania.

Che la giunta possa ancora contare su un gran numero di sostenitori? In
apparenza sembrerebbe così: dal 1962, quando la dittatura militare prese il
potere, molte sono state le manifestazioni di sostegno al regime. Ma le
testimonianze di alcuni cittadini, così come le notizie che filtrano dalla rete
di sorveglianza, lasciano intendere che le cose stanno molto diversamente.

Sabato, in piazza per Than Shwe, erano davvero decine di migliaia. Ma
perché erano lì? Cosa li ha spinti, oltre alla paura che imperversa in Birmania
da quando i monaci hanno invaso le strade – provocando le ire, e la
repressione, del regime? Prima di tutto, i soldi: fondamentali in un paese
ridotto alla fame. Stando ad alcuni funzionari locali, infatti, ai partecipanti
sarebbe stata garantita una ricompensa in denaro: non a caso l’accesso all’area
della manifestazione era controllata, e i comuni cittadini non potevano neppure
avvicinarsi al luogo dell’evento. E forse per evitare che quella di sabato
sembrasse una giornata “normale”, ai non manifestanti è stato vietato
di lavorare, andare a scuola e al tempio.

Per quanto concerne il reclutamento dei supporter, fonte principale
d’approvvigionamento sono state le fabbriche: secondo svariati testimoni
oculari, la giunta avrebbe ordinato di prendere parte alla manifestazione ad
“almeno cinquanta operai per ogni fabbrica privata”. In caso
contrario, la licenza lavorativa concessa dallo stato agli imprenditori sarebbe
stata ritirata. Oltre ai soldi, dunque, anche il ricatto. L’obbligo di
partecipazione, poi, è stato evidentemente esteso anche a tutti i lavoratori
statali: pena licenziamento immediato.

Forte di una manifestazione di sostegno costruita sul ricatto, la giunta
militare si è inoltre espressa sul documento di condanna emanato dal Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite. Parlando alla televisione di Stato, un
portavoce del regime ha espresso “rammarico” per il richiamo
internazionale, rinnovando però l’impegno al dialogo con il Palazzo di Vetro e
il suo emissario, Ibrahim Gambari. Il governo birmano, ha detto il portavoce
della giunta, continuerà “con la sua tabella di marcia” verso le
riforme democratiche, anche perché la situazione del paese “non minaccia
la pace e la sicurezza nella regione o internazionale%22.

Una serie di prese in giro che l’Occidente fatica ad accettare. La Casa
Bianca, che ha nella First Lady Laura Bush la maggiore oppositrice al regime
birmano, ha chiesto ad Ibrahim Gambari si recarsi immediatamente in Birmania,
saltando le tappe asiatiche previste per l’inizio di questa settimana:
“Visto che la giunta continua a maltrattare la gente, esortiamo Gambari a
tornare in Birmania il più presto possibile – ha detto il portavoce
statunitense Tony Fratto –, in modo da incontrare i responsabili governativi e
Aung San Suu Kyi, per una transizione pacifica della Birmania verso la
democrazia”. Molto più diplomatico della First Lady, che aveva suggerito
alla giunta di “andarsene” senza mezzi termini. Sull’operato delle
Nazioni Unite, invece, si è aggiunto al coro delle critiche anche il primo
ministro thailandese Surayud Chulanont: “I recenti richiami da parte del
Consiglio di Sicurezza non hanno portato cambiamenti in Birmania. Tutti si
chiedono se le Nazioni Unite siano in grado di favorirne lo sviluppo”.

Sul fronte europeo, invece, il problema restano le sanzioni. Da venerdì si
parla di “divisioni” tra gli Stati dell’Unione Europea: le divergenze
non riguarderebbero tanto i contenuti, quanto il calendario di applicazione
delle misure punitive. A questo proposito, la presidenza di turno portoghese ha
indetto per oggi una riunione straordinaria degli ambasciatori Ue. Il ministro
degli esteri Massimo D’Alema ha indirettamente confermato le divergenze,
invitando tutti i paesi a fare “sacrifici” per giungere a
“sanzioni efficaci”. Secondo alcune fonti diplomatiche, le sanzioni
dovrebbero riguardare in linea di massima tre classi di beni: legnami, pietre e
metalli preziosi. Sul tavolo anche l’ipotesi di un embargo che coinvolga la compagnia
petrolifera Total.

Misure di protesta “civili” contro Than Shwe e la sua giunta si
stanno intanto diffondendo in tutto il mondo. L’idea del biocottaggio sta dando
i suoi frutti sul fronte turistico: numerosi voli tra Bangkok e Ragoon sono
infatti stati cancellati, e dall’inizio della repressione il flusso del turismo
occidentale ha registrato una forte battuta d’arresto. “Asianews”
riferisce poi che la London Market Aviation Insurer ha sospeso le polizze
assicurative con la compagnia aerea birmana, la Myanmar Airways International.
L’iniziativa avrebbe già portato alla cancellazione di molti voli giornalieri.
Contro il regime si sono registrate poi le iniziative di molti colossi del
lusso: Bulgari ha interrotto l’acquisto di pietre preziose dalla Birmania, così
come la francese Cartier e l’americana Tiffany & Co. Molto più difficile
risulta invece bloccare l’acquisto delle pietre che dall’ex-Birmania vengono
esportate nei paesi confinanti, da dove prendono il volo verso l’Occidente. Nel
suo piccolo, infine, la città di Parma ha proposto il conferimento della
cittadinanza onoraria alla leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi.

La vita in Birmania, intanto, procede tra arresti e terrore. Il quotidiano
inglese “Guardian” parla di militari ancora in forza a presidio della
pagoda di Shwedagon, epicentro elle proteste. Molti monasteri della zona, dove
vivevano oltre mille monaci, restano chiusi e vuoti: se chiedi agli abitanti
che fine abbiano fatto, questi rispondo semplicemente che “non possiamo
parlare, non possiamo difenderci. Non abbiamo le armi, le hanno tutte
loro”. Al numero degli arrestati si sono sommati lo scorso week end
quattro attivisti di primo piano, facenti parte del gruppo “Studenti della
Generazione 88”: lo ha denunciato Amnesty International, la quale ritiene
“che queste personalità di alto profilo dell’opposizione siano a grave
rischio di tortura e maltrattamento”. Tra quattro fermati, anche uno dei
“most wanted” del regime: si tratta di U Htay Kywe, che ha guidato l’inizio
delle proteste di agosto contro il rincaro dei prezzi del carburante.
Dall’inizio della repressione, altri tredici membri del gruppo “Studenti
della Generazione 88” sono finiti nelle mani dei militari.