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Birmania, l’opposizione continua a chiedere aiuto all’Occidente

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Una disperata richiesta d’aiuto, di preghiera. Alcuni cattolici del Myanmar, costretti a mantenere l’anonimato, hanno fatto pervenire all’agenzia di stampa Asia News – vicina al Vaticano – un appello a Benedetto XVI perché in occasione del Natale “continui a pregare” per il popolo birmano e “contribuisca a non far dimenticare al mondo le sofferenze del nostro paese”. L’appello, ripreso anche dall’“Osservatore Romano”, è stato seguito da quello di alcuni buddisti birmani esuli in Thailandia: la richiesta è la stessa, che l’Occidente non dimentichi la tragedia birmana e mantenga accesi i riflettori sul sud-est asiatico.
 
La disperazione è comprensibile perché – anche se i media ne parlano sempre meno – nell’ex-Birmania gli abusi da parte della giunta di Than Shwe restano molteplici. Un esempio? Pochi giorni fa, tre abitanti di Monywa sono stati condannati a due anni e mezzo di carcere: l’accusa, terribile, è quella di aver fornito della “pericolosa” acqua ai monaci impegnati nelle proteste di questo autunno.

 Incredibili testimonianze giungono poi da Asia News. Kyaw Lin Aung ricorda quello che ha visto e sentito raccontare dai parenti: “Gli spari contro i bonzi che recitavano preghiere di amore e pietà a Pakokku, gli incendi ai monasteri che si sono schierati contro il governo, ma anche i racconti di corpi di manifestanti bruciati nei forni crematori o sepolti in tutta fretta per alterare le reali cifre della repressione”. Sedate le proteste di agosto e settembre, la Birmania sembra essere ora un’enorme prigione a cielo aperto: “Nel Paese girano spie travestite da monaci che contribuiscono all’arresto di giovani attivisti e religiosi buddisti – racconta Kyaw – nelle carceri questi vengono torturati e viene negata loro l’assistenza medica”. Inutili anche gli interventi della comunità internazionale: “È  successo anche che dopo le pressione di Onu e Usa a liberare i detenuti, prima di liberarli, i carcerieri hanno fatto iniezioni con virus letali per far morire i manifestanti una volta tornati a casa ed evitare così ogni critica o responsabilità”.

Nay Zey Tun, altro testimone, parla invece della drammatica situazione degli ospedali statali, dove mancano le più elementari forme di assistenza. “Diversi mesi fa ho assistito mio padre ricoverato per una settimana e mi sono ritrovato a fare l’infermiere per altri pazienti: c’era una donna che doveva partorire e nessuno la aiutava, si è poi scoperto che il suo bambino era morto già da 10 giorni e nessuno se ne era accorto”. Nay arriva alla conclusione che, dovendo scegliere dove morire, in Birmania la casa è più sicura delle strutture ospedaliere.

Nay Zey Tun non si fa illusioni: è ben consapevole dell’inutilità degli sforzi internazionali, almeno finché la Cina non toglierà il suo sostegno a Than Shwe. “Pechino sta praticamente colonizzando le nostre terre: le ditte cinesi delocalizzano le loro imprese in Myanmar, perché la manodopera costa ancora meno che in patria. Inoltre sfruttano il nostro territorio senza criterio, appropriandosi delle risorse energetiche e delle materie prime”.

Se la giunta può infatti continuare imperterrita sulla strada dell’intransigenza, dichiarando pubblicamente (come ha fatto in una conferenza stampa a inizio dicembre) che l’ordine e l’armonia sono stati ristabiliti – e che per la stesura della Costituzione non c’è alcun bisogno dei consigli dell’opposizione –, gran parte del merito va al sostegno cinese.

Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione Europea, è volato a Pechino nel tentativo di ammorbidire la posizione del governo. Il 18 e 19 dicembre ha incontrato due personaggi di secondo piano (l’assistente del ministro degli Esteri e il capo del Dipartimento internazionale del Partito comunista), ma i risultati non sono stati confortanti: “Durante i miei incontri – ha dichiarato – le autorità cinesi hanno chiarito che il futuro circa la crisi birmana è nelle mani dei birmani stessi”. Insomma, la posizione di Pechino (da settembre a questa parte) non si è mossa di un millimetro: gli affari della Birmania vanno lasciati alla Birmania, scordatevi sanzioni o anche solo pressioni da parte nostra su Than Shwe. Fassino, che aveva chiesto senza successo di poter visitare il Myanmar a fine anno, ha ora reiterato la richiesta per i primi mesi del 2008: si attende il sì dei generali.

Mentre in Birmania la popolazione fa quel che può per contrastare il regime e aiutare i dissidenti – con donazioni spontanee di sangue e proteste del partito d’opposizione –, la comunità internazionale cerca altre vie per farsi sentire, almeno formalmente. Senza la collaborazione di Pechino non si va da nessuna parte, certo, ma questo non impedisce di tenere alta la pressione sulla giunta.
 
Tra le iniziative internazionali spicca quella del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che, alle soglie del Natale, ha istituito un “gruppo di amici” per discutere della situazione birmana. I quattordici membri del gruppo sono Australia, Indonesia, Russia, Stati Uniti, Cina, Giappone, Singapore, Vietnam, Francia, Norvegia, Thailandia, India, Portogallo e Gran Bretagna e il loro compito è quello di tenere saltuarie riunioni informali, quando la situazione sul campo lo richiederà. Stando alle dichiarazioni di un portavoce di Ban Ki-moon, il gruppo dovrà essere un sostegno politico alle azioni dell’inviato delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari: cosa ci facciano nel gruppo Cina e India, a questo punto, resta un mistero.
 
Forti critiche al regime vengono poi dagli Stati Uniti. La first lady Laura Bush ha preso a cuore la questione birmana sin dalle prime proteste. Lo scorso lunedì, dopo aver parlato direttamente con Gambari, Laura Bush ha ricordato a gran voce che “la giunta non ha fatto passi soddisfacenti nella direzione dell’incontro e del dialogo con gli attivisti democratici, anzi ha continuato a perseguitarli e arrestarli”.
 
A darle manforte, con considerazioni maggiormente accademiche, due professori. Secondo David Steinberg (direttore degli Studi Asiatici dell’Università di Georgetown, appena tornato da una visita sul campo), “a meno che non ci siano cambiamenti nella società, ci saranno altre dimostrazioni innescate da alcuni incidenti ma basate su questi profondi problemi”. Sean Turnell, professore di Economia all’Università australiana di Macquarie, ricorda invece che “i problemi restano gravissimi, ed è difficile essere ottimisti sull’immediato futuro della Birmania”.

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