Birmania, si sblocca il Consiglio di Sicurezza

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Birmania, si sblocca il Consiglio di Sicurezza

12 Ottobre 2007

Il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, dopo una lunga fase di
stallo, ha approvato ieri un documento, firmato da tutti i quindici membri, in
cui “deplora” la condotta del regime birmano. Il testo, riscritto più
volte per mettere d’accordo l’unanimità dei firmatari, non è vincolante: non si
tratta di una risoluzione, ma di una semplice presa di posizione politica. Da
segnalare l’adesione della Cina: per la prima volta dall’inizio delle proteste
e della repressione da parte della giunta, il gigante asiatico si trova a
fianco delle maggiori potenze occidentali in una presa di posizione condivisa.

Il testo si apre con un apprezzamento del lavoro svolto dall’inviato delle
Nazioni Unite, il nigeriano Ibrahim Gambari, che ha recentemente trascorso
quattro giorni in Myanmar – incontrando tanto il leader della giunta, Than
Shwe, quanto la leader dell’opposizione, Aung San Suu Kyi. In seguito i
quindici del Consiglio “deplorano fortemente l’uso della violenza contro
dimostrazioni pacifiche nel Myanmar e accolgono la Risoluzione S-5/1 del
Consiglio per i Diritti Umani”.

Cosa chiede nello specifico il Consiglio di Sicurezza? Primo, l’immediato
rilascio di tutti i prigionieri politici e dei restanti detenuti: ma proprio
oggi l’agenzia di stampa “Mizzima” dà notizia del trasferimento di
quarantacinque prigionieri nella prigione di Thayet, scortati da imponenti
misure di sicurezza. Secondo, cooperazione tra la giunta e i partiti
d’opposizione per il raggiungimento di una soluzione pacifica. Terzo: la giunta
al potere deve parlare, e trattare, con il Nobel Aung San Suu Kyi, considerando
le raccomandazioni fornite da Ibrahim Gambari. Di dialogo tra giunta e
opposizione si è molto parlato nei giorni scorsi: le condizione poste dal regime
(un sostanziale abbandono della protesta da parte della donna) sono parse però
inaccettabili ai dissidenti. Quarto: la giunta deve prendere tutte le misure
necessarie per garantire i diritti fondamentali al popolo birmano. In chiusura,
il Consiglio accoglie positivamente la collaborazione da parte dell’Asean,
l’unione dei paesi del sud-est asiatico.

Il documento del Consiglio di Sicurezza rappresenta un ulteriore tassello
nella “moral suasion” contro la giunta di Than Shwe: da un punto di
vista pratico, più utili saranno però le sanzioni che l’Unione Europea
discuterà nei prossimi giorni. Dai membri del Consiglio provengono comunque commenti
positivi: secondo l’ambasciatore britannico alle Nazioni Unite, John Sawers, il
documento “è significativo, perché mette in assoluta evidenza che il
governo della Birmania è isolato rispetto all’opinione mondiale”. Stati
Uniti, Gran Bretagna e Francia si sono però premurate di far sapere che
“le promesse del regime di collaborare con le Nazioni Unite e il signor
Gambari devono essere seguite dai fatti”: in caso contrario, la questione
tornerà sul tavolo del Consiglio di Sicurezza nel giro di due settimane.
“Non rallenteremo, persisteremo” ha aggiunto l’ambasciatore americano
Khalilzad.

E la Cina? Il suo ambasciatore all’Onu, Liu Zhenmin, ha misurato le parole
limitandosi a sperare che il documento possa supportare l’azione di Gambari.
Nessun commento su eventuali future iniziative da parte del Consiglio: sta al
governo del Myanmar e alla popolazione “risolvere la questione”. Un
colpo al cerchio e un colpo alla botte, come sempre: gli interessi cinesi in
Birmania sono troppo forti per fermarsi di fronte a migliaia di arresti e centinaia
di morti. L'”Economist” ha ricordato come per tutti gli anni novanta
la Cina abbia rafforzato i rapporti con il regime fornendogli armi, tra cui
caccia e lanciarazzi, in cambio di importanti risorse energetiche. Secondo
l’americana Earth Rights International, inoltre, le imprese cinesi sono
attualmente implicate nei progetti per la costruzione di quaranta centrali
idroelettriche in Birmania, così come in diciassette progetti per il trasporto
di gas e petrolio. A breve seguirà la costruzione di un gas-oleodotto.

Novità consistenti sono giunte poi sui futuri progetti dell’inviato Ibrahim
Gambari. Lunedì il nigeriano sarà in Thailandia, per poi visitare Malaysia,
Indonesia, India, Cina e Giappone. Una sorta di accerchiamento che dovrebbe
riportarlo in Myanmar: lì potrà chiedere conto alla giunta dei presunti
“progressi” sul fronte della protesta.

Contrastanti, e sempre più esili, le notizie dal Myanmar. Mentre Laura
Bush, in un articolo pubblicato dal “Wall Street Journal”, ha
invitato senza mezzi termini la giunta ad “andarsene”, Than Shwe e i
militari tengono sotto stretto controllo la situazione. Qualche giorno fa
internet è stato riattivato, ma solo nelle ore notturne (quando tutti gli
internet point sono chiusi), mentre la repressione mediatica continua su altri
fronti. “Mizzima” parla di censura nei confronti del celebre
vignettista Awpikye, colpevole di aver sostenuto le manifestazioni dei monaci.
Censurato anche l’attore Kyaw Thu, protagonista di un film (intitolato
“Total Security”) contro la diffusione del virus Hiv: secondo il
governo, il lungometraggio sarebbe stato “temporaneamente sospeso”. In attesa di ulteriori indagini.