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Nilcolas Sarkozy a proposito di minareti

“Bisogna rispettare chi arriva ma bisogna anche rispettare chi accoglie”

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Attraverso referendum, il popolo svizzero si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul suo territorio. Questa decisione può legittimamente suscitare interrogativi. Il referendum impone di rispondere alla domanda con un «sì» o con un «no». Si può rispondere con un «sì» o con un «no» ad una domanda così complessa, che riguarda questioni così profonde? Sono convinto che si possano creare malintesi dolorosi, un sentimento di ingiustizia, ferire gli animi dando una risposta così netta ad un problema che deve poter essere risolto caso per caso nel rispetto delle convinzioni e delle idee di ciascuno.

Ma come non essere sorpresi dalla reazione che questa decisione ha suscitato in alcuni ambienti mediatici e politici del nostro Paese? Reazioni eccessive, quasi caricaturali, nei confronti del popolo svizzero, la cui democrazia, più antica della nostra, ha le sue regole e le sue tradizioni che sono quelle di una democrazia diretta, dove il popolo ha l’abitudine di prendere la parola e di decidere autonomamente?

Dietro la violenza di queste prese di posizione si nasconde in realtà una sfiducia viscerale nei confronti di tutto ciò che proviene dal popolo. Rivolgersi al popolo rappresenta per alcuni l’inizio del populismo. Ma in realtà il populismo si nutre dell’ignorare i richiami del popolo, di essere indifferenti alle sue difficoltà, ai suoi sentimenti e alle sue aspirazioni. Questo disprezzo per il popolo, dato che di questo si tratta, ha sempre esito negativo. Come sorprendersi del successo degli estremismi quando non si tengono nella giusta considerazione le sofferenze degli elettori?

Ciò che è accaduto mi ricorda come fu accolto il rifiuto della Costituzione europea nel 2005. Mi ricordo delle parole persino offensive che sono state pronunciate contro quella maggioranza di francesi che avevano scelto di dire «no». Si mettevano in forte contrapposizione la Francia del «sì» e quella del «no», si apriva una frattura che, qualora si fosse ulteriormente allargata, non avrebbe più permesso alla Francia di riprendere il suo posto in Europa.

Per riconciliare la Francia del «sì» e quella del «no» occorreva soprattutto provare a comprendere ciò che realmente avevano voluto esprimere i Francesi. Occorreva ammettere che quella maggioranza non si era sbagliata, ma che aveva, come la maggioranza degli irlandesi, o quella degli olandesi, espresso ciò che sentiva e rifiutato con cognizione di causa un’Europa considerata incapace di comprendere le aspirazioni dei popoli.

Non potendo cambiare i popoli, occorreva cambiare l’Europa. La Francia del «no» ha cominciato a riconciliarsi con quella del «sì» nel momento in cui invece di giudicarla si è cercato di comprenderla. È allora che, superando ciò che la divideva, la Francia ha potuto mettersi alla guida del processo di cambiamento dell’Europa.

A questo punto invece di offendere gli Svizzeri perché non ci è piaciuta la loro risposta, è meglio interrogarci su ciò che essa rivela. Perché proprio in Svizzera, paese con una lunga tradizione di apertura, ospitalità e tolleranza, si è potuto verificare un rifiuto così netto? E cosa risponderebbe il popolo francese alla stessa domanda?

Invece di condannare senza appello il popolo svizzero, cerchiamo di comprendere ciò che esso ha voluto esprimere e ciò che provano molti popoli europei, compreso quello francese. Niente sarebbe peggio dell’indifferenza. Niente sarebbe peggio di non guardare in faccia la realtà dei sentimenti, delle preoccupazioni, delle aspirazioni di tanti europei.

Prendiamo atto innanzitutto che ciò che è successo non ha nulla a che fare con la libertà di culto o di coscienza. Nessuno, in Svizzera come altrove, si sogna di rimettere in discussione queste libertà fondamentali.

I popoli europei sono accoglienti, tolleranti, per loro natura e cultura. Ma non vogliono che il loro modo di vivere, di pensare e le loro relazioni sociali siano snaturate. E il timore di perdere la propria identità può essere causa di profonda sofferenza. La globalizzazione contribuisce ad incrementare questo sentimento.

La globalizzazione rende l’identità problematica perché tutto in essa concorre a rimetterla in discussione, e allo stesso tempo ne rafforza la necessità perché più il mondo è aperto, più la circolazione e la commistione di idee, uomini, capitali, merci sono intense, più si ha bisogno di ancoraggi e punti di riferimento, più è necessario non sentirsi soli al mondo. C’è bisogno di appartenenza, vi si può rispondere con il gruppo o con la nazione, con il comunitarismo o con la Repubblica.

L’identità nazionale è l’antidoto aa tribalismo e al comunitarismo. È per questo motivo che ho sollecitato un grande dibattito su questo tema. Questa sorda minaccia che molti europei, a torto o a ragione, sentono pesare sulla loro identità deve essere affrontata insieme, affinché non finisca per nutrire un terribile rancore.

Gli Svizzeri come i Francesi sanno che il cambiamento è necessario. La loro lunga storia ha insegnato loro che per rimanere se stessi occorre accettare di cambiare. Come le generazioni che li hanno preceduti, essi sanno che l’apertura agli altri è un arricchimento. Nessun’altra civiltà europea ha praticato di più nel corso della sua storia la contaminazione tra le culture, che è il contrario del comunitarismo.

La contaminazione è il desiderio di vivere insieme. Il comunitarismo è la scelta di vivere separatamente. Ma la contaminazione non è la negazione delle identità, è il riconoscimento, la comprensione e il rispetto.

Spetta a chi accoglie riconoscere ciò che l’altro può portare con sé. Spetta a chi arriva il rispetto di chi c’era prima di lui. Spetta a chi accoglie l’offerta di condividere la sua eredità, la sua storia, la sua civiltà, il suo modo di vivere. Spetta a chi arriva la volontà di inserirsi senza brutalità, in maniera naturale, nella società che contribuirà a trasformare, in quella storia che contribuirà a scrivere. La chiave di questo mutuo arricchimento è la fusione di idee, pensieri, culture, è un’assimilazione riuscita.

Rispettare coloro che arrivano significa permettere loro di pregare in luoghi di culto appropriati. Non si rispettano le persone quando le si obbliga a praticare la loro religione nelle cantine o nei garages. Accettando situazioni del genere non rispettiamo i nostri stessi valori. Poiché, ancora una volta, la laicità non è il rifiuto di tutte le religioni, ma è il rispetto di tutti i credo. È un principio di neutralità, non di indifferenza. Quando sono stato Ministro degli Interni ho costituito il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) affinché la religione musulmana fosse posta su un piano di uguaglianza con tutte le altre religioni.

Rispettare coloro che accolgono significa sforzarsi di non offenderli, di non scioccarli, rispettare i loro valori, le loro convinzioni, le leggi, le tradizioni, e farle – almeno in parte – proprie. Significa fare propria l’uguaglianza dell’uomo e della donna, la laicità, la separazione del temporale dallo spirituale.

Mi rivolgo a miei compatrioti musulmani per dir loro che farò di tutto perché essi si sentano cittadini come gli altri, godano degli stessi diritti in materia di fede, possano praticare la loro religione con la stessa libertà e dignità. Combatterò tutte le forme di discriminazione.

Ma voglio anche dir loro che, nel nostro paese, dove la religione cristiana ha lasciato una traccia così profonda, dove i valori delle Repubblica sono parte integrante della nostra identità nazionale, tutto ciò che potrà apparire come una sfida lanciata a quell’identità e a quei valori condannerebbe al fallimento l’instaurazione così necessaria di un islam francese che, senza rinnegare la propria origine, dovrà trovare al suo interno le vie per integrarsi senza traumi nel nostro patto sociale e civile.

Cristiani, ebrei e mussulmani, uomini di fede, quale che sia la loro fede, credenti, quale che sia il loro credo, ciascuno deve evitare di ostentare e provocare e, cosciente dell’opportunità che ha di vivere in una terra di libertà, deve praticare il proprio culto con l’umile discrezione, sinonimo non di scarsa fede nelle proprie convinzioni, ma di rispetto fraterno nei confronti di colui che non la pensa allo stesso modo e di colui con il quale si vuole vivere.

(traduzione di Michele Marchi)

da le Monde

 

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7 COMMENTS

  1. Caso per caso?Sembra
    Caso per caso?Sembra sfuggire completamente il significato dei minareti,che i promotori del referendum hanno invece ben colto.Per il resto,forse,non si può dire di più,visto il punto in cui siamo arrivati.Certo, se si fanno processi a porte chiuse,invitando la famiglia della vittima a stare zitta,se si hanno zone off limits per la polizia,se si hanno persone con la vita distrutta, perchè inseguite da minacce di morte….beh….io non vorrei essere francese.E spero che l’Italia non arrivi mai a quella situazione.

  2. L’incoerenza di Sarkozy
    I tripli salti carpiati con scappellamento a destra del sig. Sarkozy per conciliare una difesa d’ufficio del voto referendario svizzero con la propria (apparente) ferma volontà di non fare mai in Francia contro i musulmani una castroneria xenofoba come quella degli svizzeri, sono davvero commoventi. Specie quell’accomunare il referendum francese sull’UE con quello svizzero sui minareti, quando anche un analfabeta capirebbe che nel primo caso si trattava di un sacrosanto referendum fra cittadini di una nazione in cui si valutava un organismo politico sovrannazionale di cui tutti si faceva parte, mentre nel secondo si trattava di un referendum fra…cristiani sull’architettura dei luoghi di culto della minoranza musulmana. Come direbbe il buon Di Pietro:”Ma che c’azzecca!”:-)

  3. Sarkozy, la destra europea vincente
    Quella di Sarkozy è la vera destra europea, mica quella fantomatica a cui sostengono di ispirarsi i finiani, ed il fatto che per costoro la Merkel sia di destra rende bene l’idea della loro confusione politico/culturale…
    Dai discorsi di Fini & C. il tema dell’identità nazionale e culturale è scomparso da subito dopo le elezioni, del resto deve essere un argomento troppo poco politically correct per questa gente.

  4. Non vedo l’ora che queste
    Non vedo l’ora che queste divisioni di uomo contro uomo spariscano. Tra tre generazioni in Europa, si spera, saremo tutti mischiati tipo Londra/Parigi/New York e altri posti anni luce più avanti di noi. Chi volesse isolarsi, tipo quei paesini dove la Lega fa l’80% dei voti,andrebbe recintato nel proprio paesino, con le sue mucche e i suoi formaggi, a parlar solo in dialetto. Gli altri capiranno che, come noi ce ne andammo a cercar fortuna ed esportare la mafia in america,così oggi veniemo invasi. La prossima colonizzazione non si fa più con le bombe, ma con i bimbi. Nascono già i primi partiti politici per stranieri,o islamici, e prima o poi saremo mischiati a sufficienza per costruire nuovi valori,nuove forme di umanità, nuove forme di libertà, la cui ricchezza vera è la DIFFERENZA, e mai l’Identità!

  5. Tra tre generazioni
    Tra tre generazioni resteranno solo i ricordi di chi, come i Borghezio e simili, faceva discorsi di divisione tra NOI e LORO. Saremo tutti mischiati, luoghi di culto accanto ad altri, banche e sistemi di diritto paralleli, partiti politici islamici o per stranieri, saremo mischiati e,finalmente, più liberi…di essere e scegliere ciò che si vuole essere! Non ci sarà più divisione, ma figli di ogni colore…con buona pace dei Borghezio e di chi, come lui, vorrebbe viver solo con i suoi simili…

  6. Al delirante Anonimo qui sotto
    Certo Anonimo, Londra,Parigi e New York sono proprio anni luce davanti a noi, con i loro ghetti etnici dove quasi nessuno ha più il coraggio di entrarci, non solo di notte, ma nemmeno di giorno, con il loro esorbitante tasso di delinquenza, quelle sì che sono città civili, mica come le nostre (o come la razzista ed incivile Svizzera) dove gli atti di teppaglia sono ancora una notizia e non la norma… ma stai tranquillo, come hai detto anche tu, ancora qualche anno e li eguaglieremo!
    D’altronde sei un povero illuso, la storia ci insegna che le differenze culturali, religiose, politiche e sociali hanno sempre creato conflittualità e scontri, sarà così anche nella futura (ed in parte già presente) tanto auspicata società multietnica/multiculturale, che è ora di moda dipingere come il migliore dei mondi possibili.

  7. Per Ritvan Shehi
    In realtà, anche un’analfabeta si renderebbe conto che Sarkozy non accomuna i due referendum in sé, ma le aspre reazioni di sdegno che certe conformiste e manichee élite intellettuali/culturali (o pseudo tali) hanno in entrambi i casi riversato nei confronti del popolo, evitando in maniera ottusa di cercare di comprenderne le motivazioni.
    Tra l’altro, in entrambi i casi, in cui il popolo (è bene ricordarlo) si è espresso sia contro l’opinione della maggioranza dei propri partiti politici di riferimento (di centro-destra e di centro-sinistra) sia contro quella della stragrande maggioranza di TV e giornali, c’è stato (e c’è tuttora) il tentativo di ignorarne la volontà.
    Non dimentichiamoci però che lo stesso Sarkozy è stato tra i promotori ed ha avallato (senza quindi dare la possibilità al popolo di potersi nuovamente esprimere) il “Trattato di Lisbona” ovvero quella farsa di trattato che come ammettono molti fra gli stessi fautori (come Giscard d’Estaing) ha riproposto in una forma un po’ meno prolissa quasi interamente gli stessi punti presenti nella Costituzione Europea bocciata dagli elettori, qui sì che Sarkozy dimostra una certa incoerenza, anche se nonostante questo resta comunque una spanna sopra qualsiasi altro leader europeo di centro-destra (non che ci volesse comunque molto visto il livello).

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