“Bisogna rispettare chi arriva ma bisogna anche rispettare chi accoglie”

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“Bisogna rispettare chi arriva ma bisogna anche rispettare chi accoglie”

09 Dicembre 2009

 

Attraverso referendum, il popolo svizzero si è pronunciato contro la costruzione di nuovi minareti sul suo territorio. Questa decisione può legittimamente suscitare interrogativi. Il referendum impone di rispondere alla domanda con un «sì» o con un «no». Si può rispondere con un «sì» o con un «no» ad una domanda così complessa, che riguarda questioni così profonde? Sono convinto che si possano creare malintesi dolorosi, un sentimento di ingiustizia, ferire gli animi dando una risposta così netta ad un problema che deve poter essere risolto caso per caso nel rispetto delle convinzioni e delle idee di ciascuno.

Ma come non essere sorpresi dalla reazione che questa decisione ha suscitato in alcuni ambienti mediatici e politici del nostro Paese? Reazioni eccessive, quasi caricaturali, nei confronti del popolo svizzero, la cui democrazia, più antica della nostra, ha le sue regole e le sue tradizioni che sono quelle di una democrazia diretta, dove il popolo ha l’abitudine di prendere la parola e di decidere autonomamente?

Dietro la violenza di queste prese di posizione si nasconde in realtà una sfiducia viscerale nei confronti di tutto ciò che proviene dal popolo. Rivolgersi al popolo rappresenta per alcuni l’inizio del populismo. Ma in realtà il populismo si nutre dell’ignorare i richiami del popolo, di essere indifferenti alle sue difficoltà, ai suoi sentimenti e alle sue aspirazioni. Questo disprezzo per il popolo, dato che di questo si tratta, ha sempre esito negativo. Come sorprendersi del successo degli estremismi quando non si tengono nella giusta considerazione le sofferenze degli elettori?

Ciò che è accaduto mi ricorda come fu accolto il rifiuto della Costituzione europea nel 2005. Mi ricordo delle parole persino offensive che sono state pronunciate contro quella maggioranza di francesi che avevano scelto di dire «no». Si mettevano in forte contrapposizione la Francia del «sì» e quella del «no», si apriva una frattura che, qualora si fosse ulteriormente allargata, non avrebbe più permesso alla Francia di riprendere il suo posto in Europa.

Per riconciliare la Francia del «sì» e quella del «no» occorreva soprattutto provare a comprendere ciò che realmente avevano voluto esprimere i Francesi. Occorreva ammettere che quella maggioranza non si era sbagliata, ma che aveva, come la maggioranza degli irlandesi, o quella degli olandesi, espresso ciò che sentiva e rifiutato con cognizione di causa un’Europa considerata incapace di comprendere le aspirazioni dei popoli.

Non potendo cambiare i popoli, occorreva cambiare l’Europa. La Francia del «no» ha cominciato a riconciliarsi con quella del «sì» nel momento in cui invece di giudicarla si è cercato di comprenderla. È allora che, superando ciò che la divideva, la Francia ha potuto mettersi alla guida del processo di cambiamento dell’Europa.

A questo punto invece di offendere gli Svizzeri perché non ci è piaciuta la loro risposta, è meglio interrogarci su ciò che essa rivela. Perché proprio in Svizzera, paese con una lunga tradizione di apertura, ospitalità e tolleranza, si è potuto verificare un rifiuto così netto? E cosa risponderebbe il popolo francese alla stessa domanda?

Invece di condannare senza appello il popolo svizzero, cerchiamo di comprendere ciò che esso ha voluto esprimere e ciò che provano molti popoli europei, compreso quello francese. Niente sarebbe peggio dell’indifferenza. Niente sarebbe peggio di non guardare in faccia la realtà dei sentimenti, delle preoccupazioni, delle aspirazioni di tanti europei.

Prendiamo atto innanzitutto che ciò che è successo non ha nulla a che fare con la libertà di culto o di coscienza. Nessuno, in Svizzera come altrove, si sogna di rimettere in discussione queste libertà fondamentali.

I popoli europei sono accoglienti, tolleranti, per loro natura e cultura. Ma non vogliono che il loro modo di vivere, di pensare e le loro relazioni sociali siano snaturate. E il timore di perdere la propria identità può essere causa di profonda sofferenza. La globalizzazione contribuisce ad incrementare questo sentimento.

La globalizzazione rende l’identità problematica perché tutto in essa concorre a rimetterla in discussione, e allo stesso tempo ne rafforza la necessità perché più il mondo è aperto, più la circolazione e la commistione di idee, uomini, capitali, merci sono intense, più si ha bisogno di ancoraggi e punti di riferimento, più è necessario non sentirsi soli al mondo. C’è bisogno di appartenenza, vi si può rispondere con il gruppo o con la nazione, con il comunitarismo o con la Repubblica.

L’identità nazionale è l’antidoto aa tribalismo e al comunitarismo. È per questo motivo che ho sollecitato un grande dibattito su questo tema. Questa sorda minaccia che molti europei, a torto o a ragione, sentono pesare sulla loro identità deve essere affrontata insieme, affinché non finisca per nutrire un terribile rancore.

Gli Svizzeri come i Francesi sanno che il cambiamento è necessario. La loro lunga storia ha insegnato loro che per rimanere se stessi occorre accettare di cambiare. Come le generazioni che li hanno preceduti, essi sanno che l’apertura agli altri è un arricchimento. Nessun’altra civiltà europea ha praticato di più nel corso della sua storia la contaminazione tra le culture, che è il contrario del comunitarismo.

La contaminazione è il desiderio di vivere insieme. Il comunitarismo è la scelta di vivere separatamente. Ma la contaminazione non è la negazione delle identità, è il riconoscimento, la comprensione e il rispetto.

Spetta a chi accoglie riconoscere ciò che l’altro può portare con sé. Spetta a chi arriva il rispetto di chi c’era prima di lui. Spetta a chi accoglie l’offerta di condividere la sua eredità, la sua storia, la sua civiltà, il suo modo di vivere. Spetta a chi arriva la volontà di inserirsi senza brutalità, in maniera naturale, nella società che contribuirà a trasformare, in quella storia che contribuirà a scrivere. La chiave di questo mutuo arricchimento è la fusione di idee, pensieri, culture, è un’assimilazione riuscita.

Rispettare coloro che arrivano significa permettere loro di pregare in luoghi di culto appropriati. Non si rispettano le persone quando le si obbliga a praticare la loro religione nelle cantine o nei garages. Accettando situazioni del genere non rispettiamo i nostri stessi valori. Poiché, ancora una volta, la laicità non è il rifiuto di tutte le religioni, ma è il rispetto di tutti i credo. È un principio di neutralità, non di indifferenza. Quando sono stato Ministro degli Interni ho costituito il Consiglio francese del culto musulmano (CFCM) affinché la religione musulmana fosse posta su un piano di uguaglianza con tutte le altre religioni.

Rispettare coloro che accolgono significa sforzarsi di non offenderli, di non scioccarli, rispettare i loro valori, le loro convinzioni, le leggi, le tradizioni, e farle – almeno in parte – proprie. Significa fare propria l’uguaglianza dell’uomo e della donna, la laicità, la separazione del temporale dallo spirituale.

Mi rivolgo a miei compatrioti musulmani per dir loro che farò di tutto perché essi si sentano cittadini come gli altri, godano degli stessi diritti in materia di fede, possano praticare la loro religione con la stessa libertà e dignità. Combatterò tutte le forme di discriminazione.

Ma voglio anche dir loro che, nel nostro paese, dove la religione cristiana ha lasciato una traccia così profonda, dove i valori delle Repubblica sono parte integrante della nostra identità nazionale, tutto ciò che potrà apparire come una sfida lanciata a quell’identità e a quei valori condannerebbe al fallimento l’instaurazione così necessaria di un islam francese che, senza rinnegare la propria origine, dovrà trovare al suo interno le vie per integrarsi senza traumi nel nostro patto sociale e civile.

Cristiani, ebrei e mussulmani, uomini di fede, quale che sia la loro fede, credenti, quale che sia il loro credo, ciascuno deve evitare di ostentare e provocare e, cosciente dell’opportunità che ha di vivere in una terra di libertà, deve praticare il proprio culto con l’umile discrezione, sinonimo non di scarsa fede nelle proprie convinzioni, ma di rispetto fraterno nei confronti di colui che non la pensa allo stesso modo e di colui con il quale si vuole vivere.

(traduzione di Michele Marchi)

da le Monde