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Le rivolte in Usa

Black Lives Matter: ecco perché Trump ha optato per l’uso della forza

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Da quando sono iniziate le proteste negli Stati Uniti in seguito alla morte di George Floyd – vittima indiscussa di quella che doveva essere una mera procedura d’arresto – si è scatenata una sequela infinita di rivolte partite da Minneapolis e proseguite su tutto il territorio federale.

Sin da subito la maggior parte dei media meinstream ha iniziato un’attività di informazione compulsiva, soprattutto sui social, finalizzata ad attribuire la responsabilità della vicenda al Presidente Donald Trump.

È sicuramente vero che la questione razziale è un problema endemico negli Stati Uniti, soprattutto in quelle aree del paese in cui fino alla metà degli anni ’60 la segregazione razziale è stata una realtà politica di fatto: infatti, gli ex Stati della Confederazione, sconfitti nella guerra civile militarmente, non hanno ancora totalmente risolto, nonostante gli interventi legislativi federali, le diffidenze, gli odi ed i rancori, i quali, spesso, invece di smorzarsi si sono acuiti. A questo va aggiunto che il Partito Democratico americano, soprattutto nelle sue frange più radicali, ha assunto quale sua direttiva dalla presidenza Obama quella di rappresentare le istanze della minoranza Afroamericana e, dunque, non perde occasione, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di novembre, per amplificare e giocare sulle più recondite problematiche degli Stati Uniti, pur di mettere in difficoltà il Presidente Trump.

Occorre, però, anche fare delle precisazioni, in quanto spesso siamo portati a guardare la società americana con occhi europei e non c’è errore più grande.

Il Minnesota, focolaio delle proteste, è uno stato storicamente democratico – basti pensare che è l’unico in cui Ronald Regan perse in quella straordinaria vittoria del 1984 – il governatore è un democratico, il sindaco è democratico, il procuratore è anch’essa è eletta nelle fila dei democratici. La stessa Polizia dipende dai Sindaci, e non dal governo Federale, come qualcuno erroneamente scrive in questi giorni sui social network.

Il Presidente Trump – piaccia o no ammetterlo – non ha responsabilità diretta, così come non l’aveva Kennedy o Johnson durante i disordini degli anni ’60, quando gli Stati democratici e segregazionisti negavano ogni diritto alle persone di colore: a questo proposito, non bisogna dimenticare che il segregazionismo è stata un elemento caratterizzante del Partito Democratico nel Sud, fino alle elezioni Presidenziali del 1964. In quell’occasione, infatti, l’allora Presidente Lyndon B. Johnson, scelse di attuare il Civil Right Act, decisione storica che condusse, però, per la prima volta, alla più grande sconfitta al Sud del Partito Democratico. Johnson rivinse, ma nel 1968, data simbolo alla vittoria repubblicana di Richard Nixon e della “maggioranza silenziosa” di americani, i quali chiedevano serenità, dopo anni turbolenti e dopo una campagna elettorale macchiata dal sangue di Robert Kennedy e Martin Luther King. A questo punto si verificò la scissione a Sud dei democratici: il governatore dell’Alabama, il democratico e segregazionista George Wallace, si candidò come indipendente del Sud, vinse in cinque Stati e ottenne più di nove milioni di voti.

Fatta questa lunga premessa occorre ora soffermarsi sui disordini odierni, sulle violenze dei gruppi organizzati e degli ANTIFA, i quali stanno saccheggiando una Nazione, distruggendo attività commerciali e destabilizzando un Paese che è il più colpito al mondo dall’emergenza Covid-19.

Ieri, un cittadino americano di pelle bianca è stato ucciso dai neri in protesta mentre cercava di difendere la propria attività dai saccheggi e dalle distruzioni; molte attività commerciali sono state completamente distrutte e le poche che sono sfuggite alla furia cieca sono state difese, armi in mano dai dipendenti.

Queste violenze, esacerbate all’eccesso, mietono vittime innocenti che nessuna colpa hanno, se non quella di essere bianchi e di essere sul percorso di questi teppisti, che hanno solo trovato la scusa per scaricare su cittadini onesti la rabbia ed i più bassi istinti che un individuo possa possedere.

Solo la giustizia potrà stabilire colpe e responsabilità per la morte di George Floyd, ma quanti George Floyd dovranno morire prima che la folla cieca e violenta si fermi?

Questa notte – ora italiana – il Presidente Trump, intervenendo dal prato della Casa Bianca ha pronunciato un discorso che fa tornare alla mente quello di Charles De Gaulle durante il maggio francese. Trump non ha esplicitamente detto “il carnevale è finito”, ma, annunciando l’invio dell’esercito, ha dichiarato che metterà “sul campo immediatamente tutte le risorse federali disponibili per ristabilire la legge e l’ordine, la violenza di questi giorni finisce oggi”, aggiungendo, poi, che “le azioni degli ultimi giorni sono atti di terrorismo domestico”.

Anche il Presidente Trump ha parlato alla sua “maggioranza silenziosa”, la stessa che lo ha portato alla Casa Bianca nel 2016 e oggi è vittima delle violenze e dall’esasperazione, in un Paese che, come già evidenziato, è stato già duramente colpito dalla pandemia del covid-19.

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