Bloccare il Tfr nelle aziende è un’ottima idea ma è impraticabile
25 Febbraio 2009
E’ una buona proposta quella arrivata al Governo dalla Confindustria di lasciare il Tfr nelle aziende per un anno, il 2009, anziché versarlo come previsto per legge al Fondo Tesoro. Potrebbe diventare addirittura una soluzione ottima, se fosse meditata come soppressione definitiva dello stesso Fondo Tesoro. Ma – qui il paradosso – è altrettanto incontestabile la posizione (sembrerebbe) contraria del ministero dell’Economia. Posizione ancora aperta in verità: «devo studiarmela», ha sostenuto infatti Giulio Tremonti qualche giorno fa.
La questione. Si discute del Tfr dei lavoratori dipendenti da aziende con almeno 50 addetti. Non di tutti, ma soltanto di quelli che, dopo il 31 dicembre 2006, dovendo decidere delle sorti del proprio Tfr, hanno optato per conservarlo sotto forma di retribuzione differita da incassare alla fine del rapporto di lavoro (in altre parole non hanno preferito investirlo in una pensione di scorta). A motivo di questa mancata scelta a favore della previdenza integrativa, tali lavoratori sono in genere indicati come «lavoratori inoptanti». Fino al 31 dicembre 2006, il Tfr di questi lavoratori restava nelle casse aziendali, assolvendo alla tradizionale funzione detta «autofinanziamento». Non senza costi per le stesse imprese: il Tfr, infatti, è soggetto a una rivalutazione annuale misurata ad un tasso pari alla somma di una quota prefissata dalla legge (1,5%) con il 75% dell’indice Istat annuale. Dal 1° gennaio 2007, in occasione dell’avvio anticipato della riforma della previdenza integrativa, il passato Governo Prodi ha pensato bene di scippare questo Tfr alle imprese per farlo confluire in un Fondo Tesoro gestito dall’Inps allo scopo di finanziarie opere pubbliche. (Di scippo si è trattato: non sono stati i lavoratori – e tuttora non lo possono essere – a decidere se lasciare o meno il Tfr in azienda, al pari di come possono scegliere con riguardo alla previdenza integrativa).
Perché è una buona proposta. La tabella qui riprodotta è stata elaborata sulla base della Relazione Tecnica alla legge finanziaria (è quella del 2007, la legge n. 296/2006) con cui si è dato vita al Fondo Tesoro. Stima l’andamento del fondo nel tempo. La prima colonna indica gli anni di operatività (si ferma al 2017, ma un termine ultimo non è fissato dalla legge); la seconda colonna indica il flusso del Tfr in entrata al Fondo Tesoro (quello traslocato dalle aziende); la terza colonna indica il Tfr in uscita (quello liquidato dal Fondo Tesoro ai lavoratori in conseguenza della risoluzione del rapporto di lavoro); la terza misura la differenza dei due flussi di Tfr (entrata e uscita), cioè la consistenza che si rende disponibile in un anno; la quarta misura la rivalutazione annuale del Tfr (calcolata con lo stesso coefficiente applicato nelle aziende); la quinta indica il flusso finanziario di Tfr come si costituiscee progressivamente, anno dopo anno, nel Fondo Tesoro.
La proposta invocata da Emma Marcegaglia è quella di bloccare questo trasferimento del Tfr, dalle aziende verso il Fondo Tesoro, per il corrente anno 2009. Una proposta, stando alla predetta tabella, che si tradurrebbe praticamente nel lasciare in mano alle aziende risorse liquide per oltre 6 miliardi di euro (colonna due). Ecco perché è una buona proposta: perché immetterebbe nel circuito imprenditoriale un finanziamento cash.
Perché sarebbe addirittura un’ottima idea. La proposta di Confindustria, insomma, porterebbe benefici immediati nelle casse aziendali e, quale conseguenza, a tutto il tessuto produttivo. Tuttavia resterebbe in vita il Fondo Tesoro, e con esso gli obblighi di riprendere i versamenti dal prossimo anno. Questo palliativo alle imprese, però, potrebbe trasformarsi in una ottima cura per l’Azienda Italia (cioè per tutto il mondo produttivo) e, soprattutto, per le giovani generazioni.
Il Fondo Tesoro è un «fondo a ripartizione». Funziona, cioè, con lo stesso meccanismo del sistema pensionistico: chi lavora paga le pensioni ai chi è a riposo. Così, i lavoratori inoptanti pagano (con il loro Tfr non destinato ai fondi pensione) la liquidazione agli stessi lavoratori inoptanti nel momento in cui acquisiscono il diritto al Tfr perché vanno in pensione o perdono il posto di lavoro. L’idea di costituire questo Fondo Tesoro a ripartizione è stato un giochetto che comporterà nel prossimo 2017 un residuo di Tfr da liquidare di 37,205 miliardi di euro. Dove sta il giochetto? Nel trasbordare sulle giovani generazioni l’impegno di onorare la cambiale del Tfr finito nel Fondo Tesoreria per metter su qualche infrastruttura nel decennio precedente. Un esempio chiarirà le idee. Poniamo per ipotesi che in un bel giorno di quell’anno 2017 tutti i lavoratori decidano di aderire ai Fondi Pensione: chi sborserà quei 37 miliardi di euro per liquidare la buonuscita ai lavoratori inoptanti? E qui sta il trucco: la Finanziaria del 2007 che ha inventato il Fondo Tesoro non dà risposta: ci penserà il futuro Legislatore, magari con una di quelle Finanziarie straordinarie a cui gli Italiani sono bene abituati.
Ecco perché, allora, la proposta Marcegaglia sarebbe addirittura ottima. Bloccare oggi quel perverso giochetto potrebbe risparmiare futuri sacrifici alle giovani generazioni. Ma i tempi di crisi vissuti oggi lo consentono? Certo che no!
Perché è indiscutibile la posizione di Tremonti. E così arriviamo all’altra questione: l’indiscutibilità della posizione assunta dal ministro Tremonti. Bloccare il Tfr per un anno può comportare conseguenze sui conti pubblici non indifferenti. E negli attuali tempi di crisi – con migliaia di posti di lavoro che potrebbero venire meno – non pare solo un rischio, ma quasi una certezza.
Possiamo provare a immaginare le domande che si sta facendo il nostro Ministro, ragionando sulle ipotesi della tabella che, alla fine del 2008, vede il Fondo Tesoro con un accumulo di risorse per 10 miliardi di euro (solo nel 2008 l’afflusso reale di Tfr è stato di 4,2 miliardi finiti a ridurre il deficit pubblico). Prima di tutto, acconsentire alla proposta Marcegaglia (che poi ha trovato d’accordo un po’ tutti, dai sindacati ai politici) vorrebbe dire riprogrammare gli impegni assunti con le risorse che si attendono dal Fondo Tesoro e nel 2009 pari a oltre 4 miliardi di euro. A questo si potrebbe inoltre aggiungere – e questo è il rischio maggiore – la necessità di reperire risorse aggiuntive: quanti di quei posti di lavoro che potrebbero andare in fumo con la crisi appartengono a lavoratori inoptanti con il Tfr nel Fondo Tesoro? Non si sa! Allora: se si lascia il Tfr del 2009 nelle aziende, con quali soldi si pagheranno le liquidazioni ai lavoratori che perdono il posto nel 2009? Questo è il dilemma! L’impegno è alto: le risorse possono arrivare anche a 10 miliardi (è chiaro che è la peggiore e molto poco probabile ipotesi).
Bisogna riflettere: accordare un finanziamento alle imprese di 6 miliardi di euro, correndo il rischio di doverne recuperare quasi il doppio, forse, con una crisi che incalza, non vale proprio la pena. Meglio guardare altrove (nel sistema bancario) per incentivare il credito alle imprese.
