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Bloomberg, il terzo incomodo

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E se tra i due litiganti godesse Bloomberg? Mentre Democratici e Repubblicani sono impegnati anima e corpo a cercare il candidato ottimale per conquistare la Casa Bianca, il sindaco della Grande Mela sta valutando la discesa in campo come leader della terza via. Passato da Democratico, presente da Repubblicano (ma solo di nome, come fanno notare in molti), Michael Bloomberg nega che la candidatura alla presidenza sia tra i suoi pensieri. Ma negli ultimi giorni, tutti i principali quotidiani americani hanno citato fonti ben informate che garantiscono sulle intenzioni presidenziali del tycoon dell’informazione finanziaria. Voci rinforzate dal senatore repubblicano anti-Bush, Chuck Hagel, che si è già proposto come compagno di ticket del magnate prestato alla politica.
C’è già chi giura che Bloomberg – inserito da Time nella lista dei 100 uomini più influenti al mondo nel 2007 – sarebbe pronto a spendere oltre 500 milioni di dollari, di tasca sua, per risultare competitivo rispetto ai candidati dei due partiti tradizionali. D’altro canto, per un uomo la cui fortuna personale è valutata nell’ordine dei 5,5 miliardi di dollari, quella cifra non appare poi così proibitiva. Gli osservatori fanno notare, peraltro, che nelle sue due elezioni comunali newyorkesi (2001; 2005) Bloomberg ha speso ben 160 milioni di dollari contro i 24 dei suoi oppositori. L’uomo da 5 miliardi di dollari scelse di non usare i fondi pubblici in modo da non essere soggetto alle restrizioni imposte dalla legge ai candidati che scelgono questo tipo di finanziamento. Bloomberg fu oggetto di critiche roventi per l’utilizzo su larga scala della sua fortuna economica. Attacchi che potrebbero ripetersi qualora decidesse di candidarsi alla Casa Bianca, scegliendo di attingere ai suoi fondi pressoché illimitati.

Ebreo, nato a Boston 65 anni fa, Bloomberg ha studiato alla John Hopkins University e ad Harward. La prima fase della sua brillante carriera imprenditoriale si svolge alla Salomon Brothers. Poi, decide di mettersi in proprio e fonda la Bloomberg L.P., società di informazione finanziaria che diventa presto un vero e proprio impero. L’anno scorso, Forbes lo ha posizionato al 44.mo posto tra gli uomini più ricchi d’America, mentre è tra i primi 10 filantropi americani per contributi versati. La carriera politica di Bloomberg nasce sulle ceneri della New York post 9/11. Nel 2001 succede a Rudy Giuliani, che lo appoggia, e che ora potrebbe ritrovarselo come avversario nella corsa verso Pennsylvania Avenue. Come The Mayor of America, Bloomberg si distingue per idee decisamente liberal, che fanno storcere il naso alla base del Grand Old Party. Bloomberg dà un giudizio positivo della sentenza Roe v. Wade, che ha legalizzato l’aborto negli USA. E’ a favore dei “matrimoni gay” ed è un convinto sostenitore del controllo sulle armi. “Non capisco perché la gente porti le pistole”, ha detto una volta, “Le pistole uccidono”. Questa sua posizione, piuttosto originale rispetto al mainstream politico americano, si è vista rafforzata dopo la strage al Virginia Tech. Nei suoi sei anni alla guida di New York ha puntato, con alterne fortune, sulla riforma scolastica, ha proseguito la politica di Giuliani in materia di sicurezza ed ha portato il suo stile manageriale all’amministrazione comunale favorendo una ripresa economica dopo lo shock dell’11 settembre. Passerà sicuramente alla storia per aver introdotto drastiche limitazioni ai fumatori in tutti i luoghi pubblici. Misura presto imitata in molte altre grandi città americane e non.

Per il Wall Street Journal, Michael Bloomberg potrebbe ripetere l’impresa del petroliere texano Ross Perot, che nel 1992 si candidò come indipendente e conquistò il 19 per cento dei suffragi. Secondo lo stratega repubblicano Frank Luntz, Bloomberg potrebbe addirittura conquistare il 25 per cento dei voti, vista la generale insoddisfazione negli elettorati dei due partiti maggiori. Solo il 53 per cento dei Repubblicani si definisce soddisfatto per i candidati in lizza per la Casa Bianca, mentre i Democratici ritengono la front runner Hillary Clinton una figura eccessivamente polarizzante per aggiudicarsi le presidenziali. La domanda che, però, più insistentemente si pongono gli staff dei candidati già scesi in campo è: “A chi toglierà voti un’eventuale candidatura di Bloomberg?”. Sul Washington Times del 16 maggio, Ralph Z. Hallow ha sostenuto che il sindaco di New York sarebbe una minaccia per i Democratici, perché gli renderebbe difficile la vittoria nello Stato di New York e forse anche nel Connecticut e nel New Jersey, tutti e tre Stati tradizionalmente sicuri per il partito Democratico. Di avviso contrario è John Fleishman, campaign strategist del Grand Old Party in California, che ricorda come, nel 1992, Ross Perot consegnò la Casa Bianca a Bill Clinton, sottraendo voti conservatori a George Bush. Che la candidatura Bloomberg sia percepita con fastidio in certi ambienti repubblicani ne è prova l’articolo al vetriolo che gli ha dedicato il settimanale neoconservatore The Weekly Standard. “Perché”, si legge nel titolo, “un sindaco popolare ma mediocre dovrebbe pensare di correre alla presidenza?”. Gli autori del servizio, Fred Siegel e Michael Goodwin puntano il dito sui fallimenti dell’amministrazione Bloomberg, che, secondo loro, avrebbe conseguito successi solo laddove ha proseguito le politiche di Rudy Giuliani. Ma la sferzata più violenta arriva a fine articolo quando si denuncia, apertis verbis, che Bloomberg avrebbe ottenuto la fiducia del partito a suon di donazioni milionarie. “I soldi”, sottolineano con amarezza Siegel e Goodwin, “comprano acquiescenza, quando non adulazione”. Secondo Time questo attacco del Weekly Standard dimostra che in casa repubblicana si teme l’effetto Perot sulle elezioni del 2008. Tuttavia, è opinione comune che, se Rudy Giuliani si aggiudicasse la nomination, la candidatura di Bloomberg avrebbe ben scarso appeal sui repubblicani moderati. Una cosa è certa: con una senatrice e due sindaci in campo, New York è sempre più protagonista di queste elezioni presidenziali.

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