Bocchino sfida il Pdl e “spara” su Cicchitto ma i finiani non lo seguono
27 Aprile 2010
Lunedì Gianfranco Fini aveva raccomandato ai suoi equilibrio e inviato al Cav. segnali distensivi rinnovando fedeltà alla maggioranza e al governo. Ieri Italo Bocchino ha tentato di far saltare il banco con le sue dimissioni vincolate all’elezione dei nuovi vertici del gruppo Pdl alla Camera, a cominciare dal presidente, cioè Fabrizio Cicchitto. L’ennesima forzatura del "pasdaran" finiano che ha aperto un nuovo fronte di polemiche dentro il partito e infiammato un’altra giornata carica di tensione nelle file del centrodestra.
Ma se l’obiettivo era uscire dall’isolamento dentro il partito nel quale da giorni il vicepresidente dei deputati sembra essersi infilato adottando la tattica del vietcong, il risultato finale è che a quell’isolamento lo hanno "condannato" i suoi stessi colleghi di corrente, i finiani. Perché quella che si è aperta ieri nelle truppe del presidente della Camera appare come una vera e propria "faida" degli anti-Bocchino, capeggiati da Roberto Menia. Non solo: la maggioranza dei 270 deputati pidiellini fa quadrato attorno a Cicchitto e "congela" il caso Bocchino. In altre parole, non ci sarà alcun redde rationem: c’è, invece, una presa d’atto ma l’orientamento è quello di lasciar decantare la questione. Dunque per il momento all’orizzonte non c’è nessuna convocazione dell’assemblea del gruppo.
Il caso scoppia dopo che il vicecapogruppo dei deputati Pdl consegna a Cicchitto la lettera di dimissioni annunciata il giorno prima anche se in modo piuttosto nebuloso dalle colonne del Corsera. Nella lettera Bocchino chiede di incontrare il premier Berlusconi e il coordinatore del partito Verdini "per un chiarimento politico", dicendosi pronto a formalizzare le proprie dimissioni nell’assemblea del gruppo a condizione però che si proceda all’elezione di tutti i vertici. C’è dell’altro: Bocchino rilancia e dice che si candiderà a presidente dei deputati Pdl "per dare la possibilità alla minoranza di contare le proprie forze" e "conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso".
Una mossa il cui fine appare chiaro da subito: sfidare Cicchitto, aprire una conta interna nel gruppo parlamentare e arrivare attraverso il voto al riconoscimento formale della corrente finiana, all’acquisizione di spazi di manovra e dunque a quote riconosciute di potere negli equilibri interni al Pdl. Non a caso Bocchino cita il regolamento del gruppo, che a suo giudizio lega con il "simul stabunt, simul cadent" presidente e vicario, eletti in ticket.
Questione irricevibile per la maggioranza, tanto è vero che all’uscita di Bocchino segue la smentita immediata dell’ufficio stampa del Pdl che spiega come l’articolo 8 del regolamento del gruppo non preveda affatto che i destini del presidente e del suo vice siano legati a doppio filo e che semmai è vero l’esatto contrario: se è il presidente a dare le dimissioni dalla sua carica viene rimessa in discussione anche quella del vicepresidente. Nelle pieghe del comunicato stampa c’è tutta l’irritazione di Cicchitto che poi fa sapere di considerare una "pazzia" la tattica di Bocchino perché mira a inasprire nuovamente i toni dello scontro, nonostante la linea costruttiva uscita dalla riunione del giorno prima tra Fini e i suoi. Gli stessi toni peraltro usati dal presidente della Camera nelle sue apparizioni in tv (da Lucia Annunziata, ieri a Ballarò, stasera sarà da Vespa a Porta a Porta).
Una cosa è certa: la fuga in avanti di Bocchino non solo non produce l’effetto sperato, ma paradossalmente si trasforma in un boomerang pericolosissimo perché, di fatto, l’unico effetto prodotto è aprire una resa dei conti dentro i finiani. E’ Roberto Menia, sottosegretario all’Ambiente a portare a galla i malumori che da giorni agitano gli ex aenne provocando peraltro le prime defezioni, come nel caso di Amedeo Laboccetta che si è smarcato dalla corrente di Fini. Menia sfida apertamente Bocchino e annuncia che se si candiderà alla presidenza del gruppo altrettanto farà anche lui.
E’ il segnale netto del livello di tensione ma anche di debole tenuta della neonata componente di minoranza nel Pdl a pochi giorni dalla conta in direzione nazionale dopo la rottura di Fini con Berlusconi. Menia non usa giri di parole quando mette in dubbio il consenso sul quale può contare Bocchino e ribadisce che oltre al suo, non avrà neppure quello di "molti che con lealtà seguono Fini e con altrettanta lealtà sostengono il governo Berlusconi e non si prestano al gioco delle tre carte".
Un segnale che mette in luce due aspetti. Il primo: l’iniziativa politica dei finiani non è più sotto la regia di Bocchino. E l’uscita di Menia (che già nella riunione con Fini aveva attaccato apertamente la linea del vicepresidente dei deputati) rivela che c’è un gruppo ristretto (e di peso) di finiani moderati per nulla intenzionati a provocare rotture insanabili, tantomeno a tirare la corda, specie nel momento in cui il Cav. ha dimostrato di non essere interessato ad aprire "rappresaglie" rimettendo in discussione gli incarichi di governo ricoperti dai finiani. Del gruppo ristretto fanno parte oltre allo stesso Menia, i senatori Augello e Viespoli, i parlamentari Laboccetta e Moffa.
Il secondo aspetto: la mossa di Bocchino ha creato più di un imbarazzo a Fini che secondo alcune fonti del suo entourage ne sarebbe rimasto spiazzato. Tant’è che ieri al piano nobile di Montecitorio ha ricevuto diversi esponenti della sua corrente, compreso Menia, per fare il punto della situazione, evitare ulteriori strappi ma soprattutto scongiurare il rischio che se si andasse al voto nell’assemblea del gruppo questa possa trasformarsi in una sorta di "primarie della minoranza" per dirla con l’ex aenne Viviana Beccalossi che con una punta di sarcasmo commenta così il caso Bocchino: "Prima si dimette e subito dopo si candida. Laboccetta lo contesta e si dissocia. Menia orgogliosamente si candida anche lui perché non si sente rappresentato da Bocchino. Granata, cercando intese con il Pd, sonda le sue chance mentre Moffa gioca la carta dell’affidabilità".
In Transatlantico tra i berlusconiani è palbabile l’irritazione verso i finiani ma soprattutto nei confronti del vicepresidente dei deputati. C’è chi, tra i falchi, invoca un segnale forte per colpire "uno dei congiurati", mentre altri optano per una strategia finalizzata a non dare troppo peso – almeno per ora – a chi "sta alzando il livello dello scontro con un chiaro intento provocatorio al quale non dobbiamo rispondere perché i numeri dei finiani e le loro divisioni interne sono la cartina di Tornasole di un’armata Brancaleone", osserva un autorevole esponente del Pdl.
Altri, invece, pensano che alla fine il polverone sollevato da Bocchino non sia altro che il tentativo di giocare d’anticipo, evitando che qualcun altro all’interno del gruppo parlamentare e in quello dei finiani chiedesse le sue dimissioni. Un tattica preventiva, insomma, per uscire dall’isolamento e che alla fine potrebbe pure rientrare, magari in virtù di un accordo che consenta a Bocchino di restare al suo posto in cambio della fine delle ostilità e di un sostanziale riallineamento. Ipotesi quest’ultima, che appare alquanto improbabile dal momento che costringerebbe il vicepresidente dei deputati a una sostanziale retromarcia.
Resta il fatto che l’idea di rimettere in discussione la carica di Cicchitto rimbalza contro il muro della maggioranza pidiellina. Gaetano Quagliariello è categorico: "Non capisco questa richiesta di coinvolgere anche Cicchitto, è assurdo. E’ quantomeno surreale che ci siano norme che consentono a un vice di condizione l’esistenza di un capo. In termini di principio domando: se si dimette Biden, il vice di Obama, cade anche Obama?". Per il vicepresidente dei senatori Pdl in tutta questa storia semmai il punto è un altro e sta "nell’intendersi su dove si pone l’asticella oltre la quale si passa dalla minoranza alla corrente organizzata".
In un’intervista al Riformista sottolinea che "se l’asticella è il documento dei 14 senatori che chiede dicussione e considerazione ma che ribadisce anche la logica di un partito a vocazione maggioritaria dove si decide a maggioranza e quella decisione è vincolante per tutti, allora ci siamo. Se invece la minoranza è permanente e organizzata nel Paese, e quindi si diffonde, si struttura, chiede posti sulla base delle sue percentuali, allora si mette in discussione la natura stessa del Pdl".E’ questo il nodo che i finiani dovranno chiarire. Per ora la sensazione è che il disegno del presidente della Camera proceda per stop and go. A prescindere dalle accelerazioni di Bocchino che ieri a Montecitorio in molti definivano come "il tentativo di giocare una partita personale dentro la partita che Fini sta giocando con Berlusconi".
