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Il virus in Gran Bretagna

BoJo è vivo e lotta insieme a noi

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Le cose in Gran Bretagna sul fronte del coronavirus non vanno nel migliore dei modi e lo stesso Boris Johnson ha messo in conto di poterci lasciare la pelle, come da lui stesso rivelato in una scioccante intervista al “The Sun”. Egli, nonostante ciò, continua a essere premiato dal consenso dei cittadini britannici. Nelle scorse settimane alcuni istituti demoscopici – YouGov, Survation, OpiniumResearch – hanno pubblicato dei sondaggi che lasciano ben poche speranze ai suoi detrattori: i Conservatori viaggiano tra il 48 e il 53%, addirittura incrementando i consensi rispetto alle ultime, recentissime, elezioni. Vale la pena, allora, chiedersi quanto robuste siano le radici del consenso di BoJo e quali i motivi non contingenti della sua popolarità.

Il referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 ha determinato uno spostamento dell’asse politico verso un nuovo baricentro. Spostamento consolidatosi con i successi di Johnson nel partito Conservatore e alle ultime elezioni. Perché? Andiamo con ordine. Dopo il referendum sulla Brexit cade l’ultimo bastione del sistema plasmato dal liberismo di Margaret Thatcher e dal liberalismo sociale di Tony Blair: David Cameron. Il premier Tory, sostenitore del same-sex marriage, della cooperazione internazionale e del primato della City nell’economia britannica, si dimette. La sua lotta per il mantenimento dello status quo si rivela perdente. Seppure con un margine risicato, gli elettori britannici optano per la Brexit. Westminster incassa il colpo a fatica.

L’addio di Cameron apre di nuovo la corsa alla leadership del partito e alla carica di Primo Ministro. A spuntarla è Theresa May, ex ministro dell’Interno di Cameron, e remainer riluttante, che non crede nella Brexit. I suoi tentativi di trovare una quadra con Bruxelles sono respinti in modo umiliante dalla una Camera dei Comuni per ben 3 volte. Considerazioni meramente elettorali si sovrappongono alla questione sul futuro del Regno Unito al di fuori dell’Unione Europea. Con May i Tories non sfondano. Molti MPs temono di perdere i loro seggi. Quando il premier decide di sciogliere il Parlamento e chiedere un mandato più ampio agli elettori nella primavera del 2017 il risultato è sconfortante: i Conservatori perdono la maggioranza assoluta dei seggi e devono ricorrere ai voti dei nazionalisti nordirlandesi del DUP per governare.

A questo punto emerge la figura di Boris Johnson, politico già ben noto agli inglesi. Ex sindaco di Londra ai tempi delle Olimpiadi del 2012, Johnson ha fatto campagna pro Brexit nel tentativo di sostituire Cameron a Downing Street. Il suo sostegno alla causa di Vote Leave è decisivo. Ma invece di passare all’incasso subito resta fermo un turno. Va al Foreign Office ma si dimette in disaccordo con May sulle trattative con Bruxelles. A questo punto, sondaggi alla mano, i Tories si accorgono che è lui il cavallo su cui puntare per ampliare i consensi e ottenere la maggioranza assoluta dei seggi alle elezioni.

BoJo diventa leader del partito a luglio 2019 e a ottobre riesce nel miracolo di negoziare l’accordo di uscita dall’UE senza l’odiato backstop nordirlandese e senza unione doganale. A quel punto passa all’incasso con un’elezione combattuta sul tema di Get Brexit done!, “portare a termine la Brexit”. Gli elettori gli danno ragione: il 12 dicembre stravince e comanda la più ampia maggioranza conservatrice dai tempi di Margaret Thatcher. I Tories sfondano anche nei collegi urbani del nord-est dove gli operai votavano Laburista quasi per abitudine. I partiti europeisti o titubanti sulla Brexit – come il Labour di Corbyn – pagano in termini di consenso elettorale.

Il 31 gennaio di quest’anno l’eurorealismo – che abbracciava una larga fetta dell’arco costituzionale a Westminster – è tramontato definitivamente: il Regno Unito esce ufficialmente dall’Unione. Il sistema politico trova il suo nuovo baricentro nella Brexit, in un’immigrazione controllata, in un rinnovato protagonismo dello stato nel mercato accentuato anche dalla crisi del Covid-19. Anche l’Economist nota il passaggio del partito liberista di Thatcher e pro-austerity di Cameron, a un soggetto politico diverso, nazional-statalista.

Così Boris Johnson, il tipico prodotto dell’élite cosmopolita britannica Oxbridge è diventato il Tory populista e One Nation che sa parlare alla working class più di tanti socialisti; l’amante dell’Europa e della sua storia è diventato il brexiteer duro e puro che allontana Londra dal Continente; il giovane thatcheriano che si fece strada nel mondo delle riviste e dei circoli monetaristi negli anni Ottanta è diventato l’alfiere dell’interventismo pubblico nell’economia. “Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere” dice Amleto nella celeberrima opera di Shakespeare. Un aforisma che sembra calzare a pennello anche per il Primo Ministro britannico.

 

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