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Bonafede, Palamara, Di Matteo e la grande occasione sprecata

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Siamo distanti anni luce dal ministro Bonafede, e anche dal dottor Palamara. Dal secondo forse ancora più che dal primo, perché l’ipocrisia del “così fan tutti” appare insopportabile a chiunque ricordi il Nostro vibrante di indignazione a ogni piè sospinto ai tempi del governo di centrodestra quando egli era a capo dell’Anm. In ogni caso, una bella gara. E ci vorrebbe qualcosa di cataclismatico per indurci a cambiare idea sui personaggi in questione.

Eppure hanno avuto entrambi un’occasione, e se l’avessero colta saremmo stati pronti – pur restando distinti e distanti – a dire loro bravi.

Alfonso Bonafede, com’è noto, è stato oggetto di attacchi televisivi da parte del pm Nino Di Matteo, dovuti alla scelta del Guardasigilli di nominare (due anni fa) una persona diversa da lui a capo del’amministrazione penitenziaria, nonostante un diverso orientamento iniziale. Per difendersi dalla campagna che ne è derivata, tesa ad accreditare l’idea che l’operato del ministro fosse stato dettato addirittura dal condizionamento di boss mafiosi intercettati in carcere, Fofò dj ha balbettato, si è premurato di far sapere che aveva sì optato diversamente sul Dap, ma che a Di Matteo avrebbe voluto assegnare addirittura il posto che fu di Giovanni Falcone agli Affari penali.

Poi è stata la volta di Luca Palamara. Dopo innumerevoli paginate di trojan, il magistrato ed ex consigliere del Csm si è presentato petto in fuori all’Arena di Giletti. Immancabile la contestazione su quando, dovendo scegliere al Csm tre colleghi da assegnare alla procura nazionale antimafia, l’accordo tra le correnti lasciò fuori, fra gli aspiranti, il solito Di Matteo. Anche qui, grande corsa a scusarsi, specificando che l’anno successivo l’organo di autogoverno delle toghe era corso a porre rimedio all’oltraggio. Quasi che i tre individuati dovessero essere per natura inferiori.

Cosa avrebbero dovuto fare Bonafede e Palamara per meritarsi un bel “bravo”? Difendere le proprie prerogative di ministro il primo, difendere le scelte del Csm il secondo. Non che si voglia qui avallare il metodo della spartizione correntizia, ma al massimo il mea culpa avrebbe dovuto riguardare il sistema adottato per designare i nominati, non i nomi prescelti.

Non vogliamo dire che sia lui ad arrogarselo, e anzi lo rispettiamo come chiunque altro. Ma a chi fra i suoi fan vorrebbe accreditare l’idea che vi sia una sorta di “diritto divino” di Nino Di Matteo a vedersi attribuito qualsiasi incarico al quale sia autonomamente o da altri candidato, persone che ricoprono o hanno ricoperto ruoli istituzionali di primo piano come quello di ministro della Giustizia e consigliere del Csm dovrebbero opporre la difesa delle prerogative istituzionali degli organi che rappresentano o hanno rappresentato.

Si sono invece adeguati (non sorprende…) alla campagna mediatica dominante e, chissà, forse si sono cosparsi il capo di cenere per essere graziati dalla sua virulenza. Ma, per ragioni opposte a quelle addotte dalla vulgata dominante, si sono rivelati non all’altezza della situazione pur avendone avuta una d’oro. Peccato, soprattutto per le istituzioni.

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