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Borzone: “Di Pietro sindacalista dei magistrati nel Governo”

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“Ho sentito alla radio un pubblico ministero donna che si lamentava che, se passerà la riforma della giustizia di Mastella, lei che ha iscritto i figli a scuola a Roma non potrà andare a fare il giudicante a Perugia per motivi familiari, beh nella vita bisogna fare delle scelte e a me questo tra Mastella, di Pietro e i magistrati sembra il più classico dei giochi delle parti”. Così, a "L'Occidentale", il segretario dell’Unione delle Camere penali italiane Renato Borzone.

La giunta di cui fa parte ha appena proclamato sei giorni di sciopero e lui ritiene di avere ragioni più serie di quelle del “partito dei giudici” per protestare contro la riforma della giustizia di Clemente Mastella: “Si sono rimangiati il giusto processo che pure sta nella costituzione, non si parla più neanche di distinzione delle funzioni figuriamoci di separazione delle carriere e hanno voluto tenere fuori gli avvocati dai consigli giudiziari. La riforma l’hanno scritta loro dettandola all’ufficio legislativo di Mastella e adesso fanno anche la sceneggiata sindacale... ma a chi vogliono darla a intendere? Per me è tutto un gioco delle parti dell’Anm con Di Pietro e Mastella per poi dire: avete visto come siamo stati bravi e responsabili noi magistrati ad accontentarci?”.

Unico handicap in questo momento, dal loro punto di vista, è la corsa contro il tempo: se si mettono a scioperare e a polemizzare con Mastella, il rischio è che arrivi il 31 luglio 2007 senza che il disegno di legge dell'attuale ministro di Grazia e Giustizia sia stato ancora votato dai due rami del Parlamento. E in tal caso entrerebbe in vigore la paventata riforma dell’ex ministro Roberto Castelli. Un classico esempio di “chi troppo vuole nulla stringe”.

Eppure, dopo le clamorose dimissioni di  martedì sera di tutta la giunta del sindacato dei magistrati, cioè l’Anm, Associazione nazionale magistrati,  la giornata di mercoledì è stata caratterizzata dal duello a distanza tra il ministro di Grazia e Giustizia e quello delle Infrastrutture. Quest’ultimo in una lettera aperta ha scritto al primo tutto quello che non va in questo progetto (che, è bene ricordarlo, più che una riforma è una contro riforma che si limita ad abolire tutto quello che aveva fatto la Cdl con la famosa legge dell’ex Guardasigilli Roberto Castelli).

In particolare nel Ddl Mastella scompare ogni distinzione di funzioni tra giudicanti e pm, fatta salva questa clausola di non potere cambiare carriera più di quattro volte nella vita e cambiando distretto di corte di appello. Scompare anche la gerarchia che affidava al procuratore capo la distribuzione delle indagini, scompare la scuola per magistrati e l’esame di idoneità anche psicologica che così tante battute sarcastiche aveva provocato. Specie da parte dell’ex premier Silvio Berlusconi. “Ma ai magistrati ancora non basta – sottolinea Borzone – perché loro ormai sono la vera casta, altro che i politici, e adesso mandano avanti Di Pietro per pure ragioni sindacali, vogliono tutto e subito e così facendo rischiano di umiliare questo esecutivo”.

Ma che cosa aveva scritto Di Pietro ieri a Mastella?

La lettera iniziava così: ”Il testo del provvedimento di riforma dell'ordinamento giudiziario approvato dalla commissione Giustizia del Senato presenta vistosi elementi di forte perrplessità che, alterando sensibilmente l'assetto delle questioni  come deliberate dal Consiglio dei Ministri, ne minano pericolosamente  la stessa legittimità”.

“Delle molteplici modifiche apportate in commissione rispetto al testo approvato dal Consiglio dei ministri - scrive Di Pietro - voglio segnalarne alcune in particolare che introducono palesi violazioni ai canoni  costituzionali di indipendenza della magistratura.”

Per Di Pietro sono tre i punti inaccettabili della riforma Mastella: quello del cambio di distretto di corte di appello per i magistrati che chiedano di cambiare funzione da pm a giudicante o viceversa, la sottrazione dell’organizzazione degli uffici di procura a una valutazione preventiva da parte del Csm e l’inserimento degli avvocati negli organismi di valutazione sulla progressione delle carriere dei giudici. La lettera a Mastella infatti spiega che  “nel merito, le questioni in esame sono tre: la  prima attiene alla introduzione di nuovi e inopinati vincoli al  passaggio di funzioni (da requirenti a giudicanti e viceversa) per i  magistrati ben oltre quanto definito in Consiglio dei ministri, così  in realtà dissimulando l'intenzione di introdurre il perno della  inaccettabile separazione delle carriere.”

E “a conferma  dell'irrigidimento in questo modo inserito si segnala la nuova  previsione che vincola anche il numero di volte nelle quali nell'arco  dell'intera carriera è consentito il passaggio di funzioni,  espressione anche questa volta solo di una volontà di accentuazione  della divisione che prelude alla separazione”.  Per Di Pietro inoltre “è altrettanto non accettabile che l'organizzazione degli uffici di procura sia sottratta alla valutazione preventiva e oggettiva che è assicurata  dall'apposito programma, che consente anche agli organi di autogoverno la possibilità di consapevole ed approfondito esame di eventuali  problematicità emergenti.” Infine “del pari del tutto inaccettabile è la  previsione che consente agli avvocati componenti del Consiglio  giudiziario di esprimersi anche sulle questioni afferenti alla  progressione in carriera dei magistrati: sono fin troppo evidenti, in questo caso, i rischi di conflitti di interessi che la questione può comportare, senza una necessità funzionale di sorta”.

E’ caustico rispetto a questa ultima argomentazione il commento di Borzone: “I magistrati dimostrano di essere una casta di intoccabili e di autoreferenti mentre Di Pietro è ormai il loro sindacalista all’interno del governo”.

Constatazione che rende quasi inutile la risposta che Mastella ieri ha fatto avere a Di Pietro dopo avere letto la suddetta lettera: “Ma insomma il ministro di Grazia e Giustizia è lui o sono io?”.

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1 COMMENT

  1. Tempismo
    E’ troppo tardi, bisognava intervenire prima per riportare i magistrati al loro ruolo di impiegati statali.

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