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Balcani senza pace

Bosnia, cresce il radicalismo islamico all’ombra del rancore etnico

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Dopo il riconoscimento internazionale dell'indipendenza di Slovenia e Croazia, il 15 gennaio 1992, la situazione nella ex-Jugoslavia precipitò. Il conflitto tra Serbia e Croazia si allargava alla Bosnia-Erzegovina, riportando in Europa gli orrori della guerra "calda", combattuta sul campo, che 45 anni di Guerra Fredda avevano fatto dimenticare. In Europa occidentale ci si era dimenticati della presenza dei musulmani nei Balcani sino a quando la guerra in Bosnia li riportò tragicamente alla nostra attenzione. Ed oggi l'attualità ci porta di nuovo a riflettere sull'eredità musulmana dell'impero ottomano nella penisola balcanica, anche se la nostra capacità di comprensione è a volte offuscata da tutto ciò che accade nella guerra internazionale al terrorismo islamico.

L'attentato terroristico in una stazione di polizia nella città bosniaca di Bugojno, il mese scorso, in cui è rimasto ucciso un poliziotto e ne sono stati feriti altri sei, è indicativa della tensione causata dalla piccola ma sempre più aggressiva comunità wahhabita di Bosnia. Dalle indagini è emerso che i presunti organizzatori dell'esplosione sarebbero Naser Palislamoviç e HarisCausevic, legati agli ambienti del fondamentalismo islamico, insieme ad altri tre sospetti che sono finiti in custodia preventiva. Si sospetta che la cellula terroristica abbia organizatto l'attacco perché si oppone ad una ricorrenza annuale dei musulmani di Ajvatovica, in cui si venera un santo del passato. "Credo che l'obiettivo fondamentale del movimento wahhabita sia quello di creare uno stato religioso accettabile solo per i musulmani e non per i serbi o croati", ha dichiarato ai media Nikola Spiric, primo ministro di Bosnia-Erzegovina, all'inizio di luglio.

I funzionari della Republika Srpska (RS) hanno lanciato una serie di allarmi su attacchi simili da parte dei gruppi radicali islamici che ottengono finanziamenti dall'Arabia Saudita e dall'Iran. La città di Bugojno, nella Bosnia centrale, insieme ad altri centri come Travnik, Zenica, Tezanj e Zavidovizi) è uno di quei luoghi dove tra il 1992 ed il 1999 divenne sempre più forte la mobilitazione dei radicali islamici. All'origine della diffusione del movimento wahhabita in Bosnia Erzegovina c'è un'unità militare, la brigata El Mudhahid. Dopo la guerra una parte dei soldati della brigata lasciò la Bosnia per unirsi alla Internazionale jihadista. Alcuni, tuttavia, rimasero e iniziarono una nuova vita sposando donne locali, appartenenti per lo più a famiglie povere e di campagna. Molti di questi si stabilirono nei villaggi della Bosnia centrale.

Le differenze più rilevanti tra i wahhabiti e i seguaci dell'Islam bosniaco "tradizionale" riguardano la pratica religiosa, e la questione della separazione tra la religione e lo Stato. Il problema principale, con i wahhabiti, è quello del rapporto che hanno con la sharia. Gli aspetti più rilevanti sono quelli esteriori. Gli appartenenti a questo movimento sono infatti molto riconoscibili in Bosnia: gli uomini hanno generalmente barbe lunghe e indossano pantaloni corti (non devono toccare il terreno), mentre le donne, in modo assolutamente insolito per la regione, indossano una lunga tunica nera (tipo burqa) che copre tutto il corpo tranne gli occhi.

Secondo alcuni funzionari europei le azioni di questi gruppi potrebbero avere conseguenze negative per l'integrazione o perlomeno nel processo di avvicinamento della Bosnia-Erzegovina all'Europa, compresa la liberalizzazione dei visti. Oggi, in Bosnia Erzegovina, si discute molto di visti e libertà di movimento. La recente apertura della Commissione Europea nei confronti di alcuni Paesi della regione invece ha escluso la Bosnia, in ritardo nel percorso di integrazione. Il ministro degli Esteri italiano Frattini si è recentemente espresso, insieme al collega francese Kouchner, per una correzione di rotta che permetta anche ai bosniaci di viaggiare liberamente in Europa. Si tratta di una misura fortemente auspicabile. Una delle modalità più efficaci per contrastare la diffusione del radicalismo, infatti, è l'apertura dell'Unione Europea ai Balcani.

Nel frattempo, i media della Bosnia-Erzegovina stanno criticando apertamente la comunità islamica del proprio paese e il suo Mufti, MustafaCeric Efendi, che non prende chiaramente le distanze dai wahhabiti. La comunità musulmana respinge le accuse, e rilancia invitando il governo ad adottare misure più drastiche in Bosnia-Erzegovina. Lo scopo dei wahhabiti è di causare diffidenza, paura e preoccupazione, con lo scopo di alienare il Paese dalla integrazione con l'Europa, meglio ancora il suo gravitare nell'orbita euro-atlantica, ha dichiarato in una nota la Comunità islamica 'moderata'.

Le difficoltà economiche sono aggravate dalla propaganda aggressiva dei wahhabiti, che ottengono grande successo nella propaganda e nel 'reclutamento' di giovani bosniaci delusi convinti di non avere futuro. Spesso gli elementi più radicali dei wahhabiti sono i figli maggiori e minori di famiglie molto povere, con diversi problemi, oppure persone mentalmente instabili. E' il caso dei sospetti dell'attentato del mese scorso. Altri osservatori ritengono che sia la divisione etnica del Paese ad alimentare il reclutamento wahhabita. Marijana Grabovac, 56 anni, descrive la citta di Bugojno come una "città divisa", in cui cattolici e bosniaci prendono il caffé ognuno nel loro rispettivo bar. "La divisione si estende anche ai luoghi di lavoro e nella vita quotidiana e delle comunicazioni", ha detto la signora Grabovaca Agenzia Prisma di Sarajevo. "Se non si farà qualcosa con urgenza a livello statale, anche questa piccola coesistenza fra cattolici e musulmani verrà distrutta", ha aggiunto un residente di Bugojnos, Ivan Budimir.

Il governo sembra sembra prendere sul serio tali preoccupazioni. Il ministro per la Sicurezza, Sadik Ahmetovic, ha promesso un'azione risoluta da parte dello Stato dicendo che l'attentato del mese scorso  ha destato molto allarme tra le autorità, spingendole a "mettere tutto il movimento radicale wahabita sotto controllo".

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1 COMMENT

  1. NATO
    Diciamo pure che gli interessi atlantisti mirano a mantenere la ex-Yugoslavia come una sorta di area dove i problemi più restano irrisolti e meglio è. Il vecchio gioco del “dividi et impera” è palese. Dare del sanguinario al popolo serbo (tutto) è un ottima scusante per suffragare presenze militari e nascondere traffici illeciti.

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