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Anomalie italiane

Bossi e gli insulti a inno e bandiera

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Umberto Bossi non finisce di stupire. Qualche giorno fa, ha manifestato, ancora una volta, tutto il suo disprezzo per l’Inno nazionale composto dal genovese Goffredo Mameli proponendo di sostituirlo con uno ancora più patriottardo, la Canzone del Piave del napoletanissimo Ermete Giovanni Gaeta, in arte E. A. Mario, autore della prima canzone multietnica della storia della musica leggera, Tammurriata nera. In essa, il compositore, che nel 1918 aveva esaltato l’esercito che <marciava per raggiunger la frontiera/ per far contro il nemico una barriera>, raccontava, a trent’anni di distanza, con divertito compiacimento, la nascita, nella Napoli occupata dalle truppe americane, di un bimbo mulatto al quale la madre aveva dato il nome Ciro, assai diffuso in Campania, quasi per far dimenticare il colore  della pelle del padre naturale.

  Il gesto scurrile di Bossi all’indirizzo di ‘Fratelli d’Italia’in sé non stupisce più di tanto: il senatùr ha capito che  la provocazione simbolica è il modo più sicuro per riempire le pagine dei giornali e che, contro i protagonisti della storia risorgimentale, è sempre possibile ‘alzare il tiro’ giacché a spararle sempre più grosse si va incontro a‘vibrate proteste’e a patriottiche ‘manifestazioni di sdegno’ ma non s’incorre  in nessun’altra sanzione, a parte quelle verbali. C’è una logica nella sua  follia, sicché difficilmente il leader leghista tirerà fuori battutacce sulla Resistenza e sull’antifascismo che potrebbero precludergli il dialogo col PD e con  le sinistre ben predisposte verso il federalismo.

 Passata la tempesta, qualcuno dirà che, in fondo, i versi di Mameli non sono eccelsi sul piano poetico, che parlano di guerre e vittorie romane, che, a differenza di tutti gli altri inni nazionali, non individuano un nemico generico ma uno stato ancora in vita, l’Austria, che ben per questo piacevano al fascismo etc. Sennonché il problema è un altro: bello o brutto, quell’Inno è ormai un pezzo della storia nazionale, rievoca le generose illusioni del 1848 e, soprattutto, ci rammenta quella Repubblica Romana cui, per tanti versi, si sono ispirate la Repubblica italiana e la Costituzione antifascista. Del resto, anche il Vittoriano non è un granché ma ormai fa parte del nostro immaginario e l’idea di abbatterlo può venire in mente solo a uno stravagante.

 Un discorso in parte analogo vale per la bandiera nazionale con cui Bossi ha detto di pulirsi il retro, senza mai ricevere (metaforicamente s’intende) nel punto nettato dal tricolore un solenne calcio da parte di alleati di governo, che dovrebbero essere più sensibili di altri alle sacre memorie. La nostra bandiera è una variante di quella francese rivoluzionaria : sarà meno bella sotto il profilo estetico ma nondimeno resta per noi un ‘segno’ che risveglia affetti e ricordi. Nella fattispecie, poi,  il lumbard sembra ignorare che il suo grande conterraneo—quel Carlo Cattaneo che ha sempre sulla bocca ma di cui, forse, non avrà letto tre pagine in fila—in una lettera ad Anatole Benier del 1859  parlava con orgoglio del vessillo<toujours regardé comme le fondateur de l’Italie>. Esso  <fu dato alla Cisalpina e fu simbolo di rivoluzione. Di qui la sua potenza. Il nostro esercito non lo ha abbandonato e, persino dopo la conquista di Parigi e la caduta di Napoleone sventolava alla testa dei nostri poveri battaglioni incalzati da Lord Bentick>.

 Che un ministro della Repubblica getti fango sui più alti simboli della nazione—inno e bandiera—è certo l’ennesima anomalia italiana. Tale anomalia, però, va spiegata senza i falsi moralismi o le alzate di spalla dei radical chic (<ma non hanno proprio niente di meglio da fare?> i politici italiani). E tanto per cominciare, si dovrebbe tener conto che nel nostro paese, più che altrove, la battaglia dei simboli, assume un’importanza cruciale a causa dell’estrema difficoltà in cui si trova la classe dirigente, di qualsiasi colore, di governare una realtà estremamente composita e complessa, attraversata (e dilacerata) da cleavages di ogni tipo—nord/sud,città/campagna, cattolici/laici e quant’altro. In questa situazione, in assenza di cambiamenti concreti e visibili, si ricorre alla ‘gratificazione simbolica’ ovvero all’esasperazione di ciò che fonda il <noi> e lo differenzia profondamente da altri. I socialisti non riescono a imporre le ‘riforme di struttura’ma, in cambio, nello studio ministeriale del capogabinetto del vicepresidente del Consiglio Francesco de Martino, troneggia un grande quadro a olio con Lenin che arringa le folle moscovite su uno sfondo di bandiere rosse. Vent’anni prima, i ‘repubblichini’, nell’Italia occupata dai nazisti, non avevano neppure la forza di sciogliere le bande irregolari, come le famigerate Kock e Carità, ma in compenso, con la Carta di Verona (1943) rompevano i ponti con la borghesia liberale, monarchica e fellona che aveva pugnalato alla schiena il duce.

 Oggi allorché Bossi non ottiene, nei tempi desiderati, quanto è stato pattuito, fa riemergere l’aspetto ruspante e tribale del suo movimento (che, beninteso, non è fatto solo di questi atavismi). Solo che le sensibilità culturali, nel frattempo, sono cambiate (in peggio o in meglio è da vedere): all’elettore medio dell’onore di Garibaldi gliene frega sempre meno e quanto all’Inno di Mameli non ricorda oltre <Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta>. A scandalizzarsi è la minoranza di destra e di sinistra che sa un po’ di storia e s’interessa ancora alla politica ma anch’essa ormai ci ha fatto il callo e s’è abituata alla spettacolarizzazione della lotta per il potere: persone che sparano contro lo schermo su cui si proietta ‘La Grande Guerra’ non ce ne sono più, per fortuna. Anche se agli ‘dei falsi e bugiardi’del nazionalismo d’antan non s’è sostituita alcun’altra divinità ufficiale.

Dal Secolo XIX del 23  luglio

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