Bossi non molla il Cav. per D’Alema o Casini ma ha un asso nella manica
25 Gennaio 2011
L’ultima offerta di Casini finisce nel cestino del Pdl: niente passi indietro del premier, nessun governo alternativo. Quella di D’Alema alla Lega per rompere l’asse di ferro tra Bossi e Berlusconi fa la stessa fine: un esecutivo che vada da Vendola a Fini passando per il Senatur. La controffensiva del Cav. all’assedio mediatico-giudiziario che ruota attorno e dentro Arcore è netta: replicare colpo su colpo a quanti, sulla scia del caso Ruby, lo attaccano e ne chiedono le dimissioni. Ma i riflettori della politica restano puntati sul Carroccio che non vuole farsi trascinare troppo nel polverone delle polemiche e al tempo stesso non può permettersi fughe in avanti. Anche se, in caso di bisogno, è pronta a calare il suo asso per Palazzo Chigi: Roberto Maroni.
Nel quartier generale della Lega la consegna è quella ‘lavorare a testa bassa e in silenzio per l’obiettivo’. E l’obiettivo non è tanto la difesa del premier tout court, quanto il voto più ampio possibile sull’anello mancante del federalismo: i decreti attuativi. Per questo si tratta ad oltranza e Calderoli dopo la proroga sollecitata dai Comuni ieri ha mandato un altro segnale dialogante, dicendosi pronto a rimettere mano al testo della riforma valutando le richieste del presidente Anci Chiamparino.
Ma, tatticismi a parte, il Senatur sa che il patto di legislatura con Berlusconi è l’unica garanzia per portare a casa nel giro di poche settimane la madre di tutte le riforme e sa altrettanto bene che le ‘sirene’ terzo poliste o dalemiane in questa fase rappresentano solo un ‘trappolone’ per rifilargli il cerino del voto anticipato. Scenario che, a conti fatti, neanche il Carroccio vuole a stretto giro, perché significherebbe ripartire da capo col federalismo proprio adesso che è a un tiro di schioppo. Non solo, ma nelle file leghiste è chiara la consapevolezza che “questa maggioranza è l’unica in grado di realizzare le riforme” spiega un autorevole dirigente di via Bellerio che legge la proposta di D’Alema come un “ricatto politico”. Della serie: non ti facciamo passare il federalismo così sei costretto a mandare a casa il governo, oppure ti facciamo fare il federalismo se convinci Berlusconi a farsi da parte.
Ipotesi irricevibile per chi come Bossi nel patto col Cav. ha investito in termini elettorali e specie in questa fase così delicata per il principale partito di maggioranza può capitalizzare al massimo il consenso a proprio vantaggio, ma anche perché staccare la spina sarebbe un tradimento per l’elettorato di centrodestra che quel patto lo ha votato e un assist servito su un piatto d’argento a chi come Fini e Casini, Bersani e D’Alema non hanno altra strada che quella della spallata al Cav. Eppoi, mandare tutto all’aria “per cosa? Per andare con Casini e Fini o fare un favore a un Pd senza bussola? E perché mai dovremmo far saltare noi l’alleanza col Pdl, forse perché il premier va a cena con venti ragazze, posto che non giustifichiamo certi atteggiamenti?”, si domanda l’esponente leghista che tuttavia disegna uno scenario possibile nel caso in cui “il governo dovesse cadere in Parlamento su alcuni dossier strategici”.
Segno evidente che la strategia leghista guarda già avanti. Tra le camicie verdi, infatti, è diffuso il convincimento che anche di fronte a un incidente di percorso in cui l’esecutivo, visti i numeri alla Camera, potrebbe inciampare nei prossimi mesi, il Colle non benedirebbe un governo alternativo al centrodestra, tantomeno l’ipotesi di un ribaltone “e questo specialmente in una fase in cui il paese fa ancora i conti con la crisi internazionale che secondo alcuni osservatori europei non è ancora passata, anzi, potrebbe dispiegare un nuovo colpo di coda”.
In questo caso, lo scenario dato per realistico è quello di un governo non più guidato dal Cav. ma da un uomo del centrodestra che porti a compimento la legislatura senza ripassare dalle urne. Se nel Pdl la roulette dei ‘papabili’ punta su Alfano, Tremonti o Letta, il Carroccio è pronto a calare il proprio asso: Roberto Maroni. Il ministro dell’Interno, è il ragionamento di fondo, ha dalla sua risultati importanti sul fronte della lotta alla criminalità, ha conquistato un prestigio e una credibilità trasversali, ha assunto una posizione sull’affaire Ruby “in linea con le parole del cardinale Bagnasco e della Chiesa alla quale la Lega da sempre guarda con grande attenzione, al punto da far impensierire Casini che gioca sul posizionamento del terzo polo nell’alveo cattolico-cristiano puntando a farlo diventare centrale nel quadro politico, ma si è accorto di avere di fronte a sé un competitor come la Lega in grado di sfilargli di mano l’esclusiva (o presunta tale) dei rapporti con il Vaticano”.
Ma perché Maroni e non più e non solo Tremonti? La ragione che argomentano dal quartier generale di via Bellerio è tutta politica: la Lega “ha ormai acquisito una sua centralità nel quadro politico, in altre parole sta facendo il partito moderato di centro e per questo è in grado di esprimere politicamente un suo premier nel caso in cui cde ne fosse bisogno. Il gradimento su Tremonti resta, ma è anche vero che il ministro dell’Economia è un uomo del Pdl, non della Lega”. Quanto basta per far capire che al di là del federalismo, il Carroccio fissa già un altro obiettivo: la corsa a Palazzo Chigi.
Non adesso, certo, ma se l’attuale esecutivo dovesse cadere questa resta un’opzione in prospettiva sulla quale i fedelissimi del Senatur puntano molto. Scenari futuri a parte, il dato di fondo è che alla Lega non conviene far saltare il banco e la parola d’ordine quotidiana è da un lato rilanciare il patto col Cav. facendo pressing sul federalismo, dall’altro mediare con le opposizioni per assicurarsi un voto largo in Parlamento su una riforma che “deve essere il più possibile condivisa. Per questo stiamo lavorando a testa bassa e in silenzio, guardando agli obiettivi senza lasciarci troppo trascinare nella polemica contingente”.
Ieri a Milano in via Bellerio Maroni e Bossi con lo stato maggiore del partito hanno fatto il punto sugli effetti politici del Rubygate e sul percorso del federalismo la cui approvazione slitta al 2 febbraio. Al consueto appuntamento del lunedì mancava solo Calderoli, impegnato a Roma a trattare con tutti per incassare il sì alla riforma, consapevole del fatto che i numeri alla Camera sono quelli che sono e che “ora anche i finiani che pure hanno votato il federalismo si stanno mettendo di traverso obbedendo al dicktat di Casini”. Insomma la linea del Carroccio è netta: oggi portiamo a casa l’obiettivo, l’alleanza col Pdl non si tocca ma in caso di bisogno, c’è già un leghista che studia da premier.
E il Cav.? Resiste all’assedio, sa di poter contare su Bossi, e si prepara alla battaglia finale contro i pm politicizzati che da diciassette anni tentano di toglierlo dalla scena politica per via giudiziaria. E il fatto che ieri dalla Chiesa non sia arrivata quella “spallata” che qualcuno paventava è un segnale che viene letto positivamente in via dell’Umiltà.
Non c’è dubbio che nelle parole del cardinal Bagnasco vi è un richiamo, seppure indiretto, al rigore morale di chi ricopre incarichi istituzionali e politici, ma l’appello del presidente della Cei al senso di responsabilità da parte di tutti, viene letto come la prova che il Vaticano guarda con maggiore attenzione alla stabilità delle istituzioni, governo in testa, che a una crisi del sistema.
Non solo, il punto centrale è che Oltretevere c’è la convinzione che in questo momento non esiste alternativa all’attuale esecutivo, anche se Berlusconi non è un santo.
