Bossi sfida il Pdl e cerca (larghe) intese per affossare il referendum
05 Maggio 2009
Il Senatur rilancia sul referendum elettorale, dice che la Lega è pronta a scrivere un disegno di legge ad hoc e ad “andare avanti con chi ci sta”. Nuova sfida al Pdl, strizzatina d’occhio all’opposizione – Pd compreso nonostante la linea già declinata da Franceschini ma non del tutto digerita dalla nomenklatura democrat – per evitare gli effetti che il Carroccio subirebbe se il 21 giugno dalle urne referendarie uscisse una maggioranza fatta di sì, che spingerebbe il sistema politico verso un bipartitismo puro. Della serie: due grandi forze competitor, via i “piccoli” e fine della frammentazione partitica. E in quel caso, il partito di Bossi ma non solo, sarebbe costretto a decidere se stare nel Pdl o nel Pd.
E così si riapre la querelle nella maggioranza la cui compattezza si misura anche sul ddl sicurezza che oggi è atteso al voto dell’Aula di Montecitorio e sarà preceduto da un nuovo vertice Pdl-Lega (dopo l’incidente di qualche settimana fa sul quale il governo ha rischiato grosso). Due temi che in qualche modo si tengono (politicamente) e diventano cartina di Tornasole per la road map sulle cose da fare (non ultimo il capitolo delle riforme) già calendarizzata da qui alla pausa estiva.
Bossi dunque riapre le danze, e i suoi tengono il punto. Calderoli esclude l’ipotesi che con la vittoria dei sì, Berlusconi possa essere interessato ad elezioni anticipate ma avverte che questo referendum “sta mettendo a rischio la democrazia, con l’intento di destabilizzare il Paese, e rappresenta l’ultima delle cose di cui abbiamo bisogno, visto che il Paese ha un governo che decide e che grazie a questo ha superato e supererà tutte le emergenze”. Quindi pronostica che la consultazione popolare fallirà per il mancato raggiungimento del quorum e solo dopo “si passerà alla riforma della legge elettorale”.
Diametralmente opposta la linea del Pdl che col portavoce Daniele Capezzone invita ad abbassare i toni della polemica e sottolinea che se una nuova legge elettorale venisse fatta prima del referendum “allora è necessario che la leggina recepisca preventivamente il senso e la direzione di marcia indicata dai quesiti”. Una risposta indiretta a Bossi, perché se a vincere saranno i sì – scandisce Capezzone – “la norma che scaturirebbe sarebbe perfettamente autoapplicativa e quindi non necessiterebbe di alcun ulteriore intervento legislativo”. Replica netta a Calderoli dal presidente dei deputati Pdl Cicchitto: le priorità si chiamano terremoto, crisi economica, sicurezza, infrastrutture, riforme costituzionali che considera come “naturale sequenza” dell’agenda di lavoro. Su questo concorda col ministro e tuttavia non risparmia una stoccata all’alleato: “Solo alla fine di una legislatura ci si può occupare di cambiare la legge elettorale, a meno di non aver deciso di andare ad elezioni molto anticipate”.
Ha un messaggio per il Carroccio pure il vicecapogruppo del Pdl a Montecitorio Bocchino convinto del fatto che di fronte a una vittoria dei sì non ci sarà bisogno di fare alcuna legge elettorale e ogni tentativo di dar vita a nuove norme “con maggioranze spurie sarebbe duramente contrastato dal Pdl, senza il quale oggi in parlamento nessuna riforma è possibile”. Un monito finalizzato a ridimensionare sul nascere il progetto leghista che potrebbe trovare alleati (forzati) nell’Udc ma anche in quella parte di Pd che non condivide la linea del segretario nazionale. Non a caso il capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota e il sottosegretario Castelli bocciano la posizione di Franceschini a favore dei quesiti referendari e dunque la sintonia col Pdl: “Parla di rischi neoautoritari nel Paese ma è il primo ad appoggiare questo disegno invitando a votare sì al referendum. Sarebbe il caso che Franceschini dicesse la verità”, attacca il primo e il secondo rilancia: “Se il Pd agevola Berlusconi c’è qualcosa che non va; vuol dire che non c’è più opposizione e questo non va bene neanche per la maggioranza. Come ha detto Bossi, lavoriamo per una legge elettorale che assicuri la governabilità ma anche la rappresentatività. Il referendum va in senso opposto”.
Musica per le orecchie dell’Udc Buttiglione che non disdegna un’asse tra democratici, centristi e leghisti per fare una nuova legge in Parlamento “con chi ci sta”. La definisce addirittura “una grande alleanza” con la quale si potrebbe perfino andare alle urne per battere il Cav. E per dare un’idea più chiara cita il “modello” Trento (alle amministrative ha vinto il centrosinistra con cui l’Udc era alleata), mentre considera la strada intrapresa dal leader Pd sul referendum “un suicidio politico”.
Chiosa Guzzetta che insieme a Segni è il padre dei quesiti sulla riforma elettorale: sente puzza di bruciato attorno alla proposta di Bossi che arriva, guarda caso, in zona Cesarini perché “un partito di minoranza che ha appena consumato un ricatto nei confronti della maggioranza, col solo obiettivo di affossare il referendum facendolo fissare in estate, non ha titoli istituzionali per pensare alla riforma elettorale nell’interesse generale”.
Fin qui il caleidoscopio delle posizioni in campo a poco più di un mese dal voto del 21 giugno, tra ammiccamenti e controaccuse. Ma il primo ed immediato banco di prova per la tenuta del patto Pdl-Lega resta il passaggio di oggi alla Camera sulla sicurezza. Se infatti per Cie e ronde pare trovata la “quadra”, nel disegno di legge ci sono altri capitoli sui quali i dissapori non sono del tutto svaniti: dalla cosiddetta norma sui "presidi-spia" rispetto alla quale ieri il presidente della Camera Fini ha espresso la sua perplessità in una lettera al ministro Maroni, al controverso capitolo del reato di clandestinità per finire con la questione della cittadinanza agli immigrati regolari (da dieci a cinque anni). Tema quest’ultimo che la Lega vede come fumo negli occhi e che invece nel Pdl (e non solo) trova consensi. Specie tra i finiani di stretta osservanza.
