Home News BP perde pezzi ma alla fine il conto più salato lo pagherà l’uomo della strada

Da qui a due anni dismissioni per 20 mld di dollari

BP perde pezzi ma alla fine il conto più salato lo pagherà l’uomo della strada

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I costi sostenuti da BP a seguito dell’affondamento della piattaforma petrolifera offshore Deepwater Horizon nelle acque del Golfo del Messico si attestano oggi attorno a 3,5 miliardi di dollari (questa la stima ufficiale comunicata dal gruppo britannico nei giorni scorsi), considerando le spese per contenere la fuoriuscita di greggio, i finanziamenti agli Stati colpiti e alle autorità federali e le richieste di indennizzi. Ma il bilancio è destinato a decuplicarsi, a voler essere ottimisti, e la major ha iniziato a rastrellare fondi cedendo i primi asset statunitensi.

La compagnia americana Magellan Midstream Partners ha annunciato, infatti, di aver raggiunto con BP un’intesa da 289 milioni di dollari per la cessione di una capacità di stoccaggio pari a 7,8 milioni di barili di greggio nei deposti di Cushing (Oklahoma), punto di riferimento per le quotazioni del Wti, e di 100 miglia di oleodotti che collegano l’area di Houston a quella di Texas City, infrastrutture strategiche per gli approvvigionamenti di petrolio agli impianti di raffinazione e per il trasporto di prodotti oil derivati ai siti di stoccaggio di una delle aree chiave degli Stati Uniti in termini di consumi domestici e di terminali per le esportazioni verso i mercati internazionali.

La notizia in sé potrebbe anche non essere degna di attenzione se non fosse, come è presumibile, l’inizio di una serie di dismissioni messe in atto dal gruppo britannico per non soccombere sotto i colpi delle spese legate al disastro ambientale al largo delle coste statunitensi. Da giorni, infatti, si rincorrono voci su trattative in corso con la compagnia Apache Corporation per la vendita di attività negli Usa, compresa la quota nel giacimento di Prudhoe Bay (Alaska). Ma il piano di cessioni, secondo alcuni analisti, potrebbe raggiungere la cifra record di 20 miliardi di dollari di qui a due anni coinvolgendo anche le installazioni presenti in Canada, Trinidad, Colombia, Norvegia, Regno Unito, Algeria, Angola, Russia, Azerbaijan, Vietnam, Indonesia ed Australia. A confermare tali ipotesi le numerose manifestazioni di interesse da parte delle compagnie cinesi Cnooc e Sinopec, della tailandese Pttep e dell’indiana Ongc per gli asset in Vietnam.

Un altro fronte aperto, in questo caso meno “traumatico” per BP dal punto di vista industriale, è quello dell’ingresso di investitori finanziari nel capitale societario. Malgrado il parziale recupero dei titoli registrato negli ultimi giorni, infatti, la caduta di quasi il 50% del suo valore azionario dalla data dell’incidente nel Golfo del Messico ad oggi rende appetibile la compagnia. La Libia starebbe valutando questa ipotesi, tanto che il presidente della compagnia petrolifera statale, Shokri Ghanem, ha dichiarato nei giorni scorsi che “ne raccomanderà l'acquisto alla Libyan Investment Authority”, e anche Abu Dhabi potrebbe prendere in considerazione l’affare. Il principe ereditario dell’emirato, Mohammed ben Zayed Al Nahyan, che siede nel consiglio di amministrazione del fondo sovrano nazionale, ha riferito che si sta “riflettendo” su tale possibilità.

La strategia di BP di avviare la vendita di asset e, nel contempo, di favorire l’accesso dei fondi sovrani al capitale societario ha di certo un obiettivo chiaro: evitare una possibile scalata da parte di una major concorrente. L’ipotesi non sembra così remota. Tralasciando volutamente i rumors che danno ExxonMobil, Shell e Total in pole position per un’eventuale conquista del gruppo britannico (fuori dal risiko, invece, PetroChina, che ha annunciato di essere interessata unicamente alla creazione di nuove joint venture), infatti, vale la pena sottolineare che nei giorni scorsi l’amministrazione Obama ha manifestato l’intenzione di non ostacolare eventuali scalate da parte di compagnie statunitensi (segnatamente ExxonMobil e Chevron). Un via libera, quello del Governo Usa, che potrebbe essere spiegato come un auspicio presidenziale di vedere smaterializzarsi all’improvviso BP, e con essa anche la caduta di popolarità nei sondaggi dal fatidico incidente del 20 aprile ad oggi, riportando le attività gestite in loco dal gruppo britannico sotto le ben più “protettive” ali americane.

In ogni caso, qualunque sarà la soluzione adottata, il destino del gruppo britannico sembra ormai segnato: diventare una succulenta preda (di società industriali o investitori finanziari) e perdere peso nel panorama energetico mondiale. A meno che il Governo Cameron non ci metta lo zampino. La motivazione ufficiale potrebbe essere il salvataggio di milioni di cittadini di Sua Maestà che hanno investito i propri risparmi in quei fondi pensione che fanno leva proprio sui dividendi di BP, ma in realtà dietro a questa giustificazione si potrebbe celare un nuovo “salvataggio di Stato” alla stregua di quanto fatto con alcuni istituti finanziari britannici nel pieno della crisi finanziaria mondiale innescata lo scorso anno dal crack della banca di investimenti statunitense Lehman Brothers.

Al di là degli aspetti societari, l’affaire BP potrebbe avere ripercussioni non trascurabili anche sulla nostra vita quotidiana. Il moltiplicarsi di misure restrittive sulle attività upstream offshore, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, e le molteplici proposte per evitare futuri disastri ambientali come quello del Golfo del Messico (tra queste spicca quella del presidente russo, Dmitri Medvedev, ossia di una tassa speciale sulle compagnie petrolifere da discutere nei prossimi incontri del G20) quasi certamente porteranno, da un lato, ad una contrazione dell’offerta di greggio e, dall’altro, ad un aumento dei costi di estrazione del combustibile fossile.

Inutile dirlo, gli effetti dei suddetti interventi prima o poi si faranno sentire anche sui prezzi al consumo di beni oil e non, con un aggravio dei costi sostenuti dai comuni cittadini. Il tutto grazie alla “disattenzione” di chi, in seno a BP, conosceva l’esistenza di falle nel sistema di sicurezza della piattaforma Deepwater Horizon, come testimoniato da Tyrone Benton,  un operaio sopravvissuto all’incidente.

 

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