Brexit is Brexit. Ma la vera partita con l’Ue inizia adesso
01 Febbraio 2020
Il momento sembrava non arrivare mai, ma, dopo quasi quattro anni la Brexit è ormai una realtà. Allo scoccare della mezzanotte di venerdì, il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea dopo ben 47 anni e, oggi come allora, la decisione finale è stata presa attraverso un referendum e questo la dice lunga come nel corso di questi decenni il rapporto tra le istituzioni europee e la terra di Albione non sia mai realmente sbocciato in un vero e proprio amore. Il mancato ingresso nella zona Euro aveva segnato un ulteriore allontanamento tra le due sponde della Manica, che pian piano hanno cominciato ad essere metaforicamente sempre più distanti nel momento in cui, negli ultimi quindici anni, l’Unione Europea ha visto la leadership di Francia e Germania ingrandirsi sempre di più. Infatti, nei discorsi di vari leader britannici impegnatisi per la Brexit in questi anni, spesso si è colto il riferimento al fatto che un Paese uscito vincente nei conflitti bellici del XX secolo proprio ai danni della Germania non potesse trovarsi ora in condizioni di subalternità verso i tedeschi, come a sottolineare come la sovranità della Gran Bretagna – da sempre bandiera irrinunciabile della storia d’Oltremanica – fosse ormai decisamente in pericolo. Certo, il percorso che ha portato a questa uscita non è stato lineare e, anzi, ha messo nudo criticità assolutamente incalcolabili quando, tre anni e mezzo fa, in uno dei referendum più importanti di sempre prevalse il Leave, vale a dire la volontà degli elettori britannici di lasciare l’Unione. Si sono succeduti vari governi e con Theresa May sembrava davvero che la Brexit potesse non avere un finale scritto, con accordi rigettati continuamente dal Parlamento di Sua Maestà assolutamente non in grado di tracciare una linea chiara ed una maggioranza ridottasi all’osso dopo le elezioni anticipate del 2017. Tutti i dubbi sono stati spazzati via poco più di un mese fa dalla vittoria di Boris Johnson nelle nuove elezioni generali e la promessa da parte di quest’ultimo di chiudere la prima fase dell’uscita dall’UE entro il mese di gennaio 2020 è stata realizzata, con i prossimi undici mesi che saranno dedicati a trovare delicati accordi tra Londra e Bruxelles su varie materie – in particolare il commercio – che regoleranno i rapporti di “buon vicinato” di qui in avanti.
In molti si chiedono a chi converrà realmente questo passaggio, con esperti divisi tra coloro che pensano che sarà l’UE a beneficiarne e chi, invece, pensa che alla fine la Gran Bretagna ce la farà alla grande anche da sola. Certamente però, possiamo già rimarcare come il momento sia veramente di grande portata storica e rappresenti uno degli snodi più difficili dell’Unione che perde uno dei suoi membri più importanti dal punto di vista geopolitico, ritrovandosi ad essere così sempre più accentrata attorno all’asse “renano” (Francia, Germania e Paesi del cosiddetto BENELUX) e molto più vicina alla Cina che non all’asse atlantico storicamente rappresentato da USA e Regno Unito.
Anche per Boris Johnson però inizia un delicatissimo momento, visto che la Scozia ha già fatto sapere di non volerne sapere di staccarsi dell’Unione Europea (e a questo scopo è pronta ad indire un nuovo referendum sull’indipendenza) mentre un accordo su come evitare il ritorno di una frontiera fisica tra Irlanda ed Irlanda del Nord ancora deve essere trovato e – c’è da scommetterci – sarà una delle questioni più delicate su cui confrontarsi con Bruxelles per ottenere condizioni vantaggiose.
Si apre così una pagina tutta da scrivere nel Vecchio Continente, in cui ogni parte in causa cercherà di portare quanta più acqua possibile al suo mulino per determinare gli equilibri futuri e acquisire una posizione di vantaggio decisiva per gli sviluppi di natura geopolitica che andranno a formarsi.
