Brexit, le élite e il “popolo bue”

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Brexit, le élite e il “popolo bue”

13 Luglio 2016

Dopo Brexit in Italia si predica dai pulpiti degli editoriali contro il suffragio universale e contro i referendum per restare o uscire nell’Unione europea. Per  Luca Ricolfi, sul “Sole” del 26 giugno, il popolo è sovrano se vota “come deve”. Se vota cioè come vorrebbero gli intellettuali europei di sinistra, “da settant’anni in strabocchevole maggioranza”, chiarisce Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere” del 29 giugno. Per i partiti progressisti ed europeisti – dice Ricolfi – votano accademici, giornalisti, artisti, professionisti, manager che dicono di amare il popolo, ma il “popolo” vota i “populisti” e “gli xenofobi” e i nostri democratici allora diventano reazionari, nostalgici di regimi autoritari, privi di elezioni. 

Brexit però non è una rivolta del popolo contro le élite, come piace  credere a chi ha ridotto l’Italia alla stregua della corriera sull’orlo del precipizio raffigurata in una copertina dell’Economist. Brexit non piace a chi ha condotto la più antica banca d’Italia sull’orlo del fallimento. Ma la Storia è un cimitero di élite, diceva Pareto, secondo il quale non è mai esistito un governo del popolo: le democrazie sono guidate da minoranze attive, la sovranità è sempre nelle mani di pochi, e la lotta politica è  competizione tra élite in ascesa e in declino. Brexit non è la vittoria del popolo bue, ma quella di una nuova élite contro le vecchie élite europeiste che hanno ridotto l’Europa a un continente in perenne recessione, in crisi demografica, incapace di fronteggiare la immigrazione

Il vento del cambiamento poteva venire solo dal Regno Unito, l’unica nazione ancora esistente in Europa, una civiltà vera e propria: il popolo che per Pareto era il più simile agli antichi romani quanto a razionalità. La Gran Bretagna non è stata toccata né dalla rivoluzione francese, né da quelle del 1848, né dalla rivoluzione bolscevica, né dal Sessantotto. E’ una nazione dove, quando negli anni Sessanta gli studenti continentali imparavano a far politica nei parlamentini delle assemblee  studentesche – in Italia a scontrarsi fino a diventare terroristi –, i giovani si dividevano sui Beatles e i Rolling Stones e la politica s’imparava a farla, come da secoli, a Oxford e a Cambridge, le università che producono i migliori cervelli del mondo. 

L’élite di Brexit è nata a Oxford, come racconta tra un mix di invidia e gossip Simon Kuper, cronista sportivo del “Financial Times”, mai ammesso a a quella Oxford Union fondata nel 1823 per dare l’opportunità a chi lo desidera di prepararsi alla politica. A Oxford si sono conosciuti l’ex premier euroscettico, leader di Remain, David Cameron, e Boris Johnson, il tory ex sindaco di Londra, leader di Leave. C’era anche Michael Gove, ministro di Cameron, sostenitore di Brexit. Tutti tory e tutti oxoniensi, come Theresa May, l’attuale nuovo premier britannico, sostenitrice del Remain, ma convinta che Brexit sarà un successo. 

Anche George Osborne, il cancelliere dello Scacchiere di Cameron, sostenitore del Remain, era a Oxford, insieme ai tory “brexiteer” Jacob Rees-Mogg e Daniel Hannan. I tory di Brexit, sia del Leave sia del Remain, hanno imparato tutti a fare politica a Oxford ed erano tutti ammiratori di Margaret Thatcher e del mitico discorso di Bruges del 20 settembre 1988. Un discorso in cui The Iron Lady chiariva subito che l’Europa non era certo nata col Trattato di Roma e il Regno Unito voleva un’Europa più unita ma che preservasse anche le diverse tradizioni, i poteri parlamentari e l’orgoglio nazionale di ogni paese.

Chi abbia familiarità con l’opera di Alan S. Milward, il più autorevole storico economico inglese del secondo dopoguerra, e col suo volume “The European Rescue of the Nation State”, sa che egli considerava i padri fondatori dell’Europa interessati soprattutto a ricostruire i loro paesi come stati nazionali e vedeva l’integrazione europea non come un’alternativa allo stato nazionale, ma come il garante di una rinnovata legittimità. Per l’Italia in crisi economica, finanziaria e politica, dall’identità debole, alla ricerca sempre di uno stato guida a cui aggrapparsi (l’Urss, gli Stati Uniti, l’Ue), il problema più difficile è uscire fuori dal conformismo autoassolutorio e dare spazio a nuove élite. Una riflessione comune, aperta, e sincera non guasterebbe. Ma meglio prendersela col popolo bue, con la perfida Albione o con i tedeschi, e continuare a contemplarsi l’ombelico.