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Brexit, se politica e vaccini avvicinano il “no deal”

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In settimana, l’accordo sul Protocollo Nordirlandese presso la Commissione Congiunta UK-UE aveva fatto sperare in una soluzione positiva delle trattative per l’accordo commerciale sulla Brexit, poi è arrivata la doccia fredda. “Il no deal è molto, molto, molto probabile” ha detto il Premier Boris Johnson rispondendo alle domande dei cronisti. Non è bastata dunque la cena a Bruxelles, dove il Primo Ministro britannico si è recato accompagnato dal capo negoziatore sul Brexit, Lord Frost, e dai suoi sherpa, per sbloccare l’impasse.

In particolare, sono ancora tre i temi su cui si sta ancora discutendo, anche se i termini del WTO sembrano sempre più vicini: l’accesso alle acque territoriali britanniche da parte dei pescherecci europei (francesi in primis); il cosiddetto level playing field, che stabilirebbe norme di parità per la concorrenza, imponendo a entrambi i contendenti il divieto agli aiuti di Stato; e la governance dell’accordo: Londra vorrebbe che le questioni che eventualmente sorgessero sull’accordo venissero decise da un jury indipendente e non portate di fronte alla Corte di Giustizia Europea.

Accanto a queste questioni, ci sono poi ragioni di tipo politico, che è bene non sottovalutare. Per Bruxelles e per la Presidente della Commissione Von Der Leyen, un’uscita punitiva del Regno Unito dall’Unione sarebbe un monito anche a tutti quei Paesi che in futuro volessero intraprendere la stessa strada. Per questo, Barnier insiste nel vincolare il futuro di Londra a regolamenti e direttive di Bruxelles: evitare una Singapore by the Thames è sempre sembrata l’idea di fondo dei negoziatori UE nelle trattative. Ma se si va verso il no deal questa linea sarà pesantemente sconfitta. Il massimalismo punitivo delle istituzioni europee ne uscirà a pezzi. A chiedere, tra virgolette, i danni, saranno soprattutto i pescatori francesi e l’industria tedesca. Comparti entrambi che stanno molto a cuore a Ursula e alla sua maggioranza al Parlamento Europeo.

Per Boris Johnson le cose stanno in modo diverso. Mentre la dirimpettaia a Bruxelles si barcamena tra le esigenze di 27 Stati diversi, BoJo cerca di trovare una soluzione che vada bene soprattutto ai backbenchers del suo partito e agli elettori che giusto un anno fa gli hanno dato la più ampia maggioranza Tory dal 1987 a oggi. Per questo per il leader Conservatore un no deal sarebbe un esito delle negoziazioni plausibile: calmerebbe la rabbia anti-europeista dei suoi deputati e lo metterebbe al riparo da eventuali accordi-pasticcio che in patria i tabloid e i suoi elettori brexiteers difficilmente gli perdonerebbero dopo le promesse dello scorso anno. Già la predecessore di Johnson, Theresa May, disse in un celebre intervento sulla Brexit che “un’uscita senza accordo sarebbe meglio di un’uscita con un pessimo accordo”. La linea delle alte gerarchie dei Conservatori su questo non è cambiata.

Johnson si è trovato in difficoltà all’interno del suo partito soprattutto per la gestione della pandemia. L’arrivo del vaccino, settimana scorsa, sembra avere mostrato un po’ di luce in fondo al tunnel. L’occasione è stata però un nuovo terreno di scontro con Bruxelles. Se per l’Unione la scelta di procedere in solitario e prima degli altri è stata definita come “rischiosa”, per Londra è stata la dimostrazione che il Paese può camminare sulle sue gambe anche senza essere più tra i 27. In realtà non ha ragione nessuno dei due contendenti. Londra ha semplicemente attuato una procedura di emergenza prevista in questi casi, ed essendo ancora nel Mercato Comune UE fino al 31 dicembre non si può parlare di risultato ottenuto grazie alla Brexit. Quanto a Bruxelles definire “rischiosa” la scelta del Regno Unito appare fuorviante: anche in Inghilterra esiste una EMA che vigila sulla somministrazione dei farmaci e non stiamo parlando di un Paese in via di sviluppo ma di una economia del G8. Al futuro spetterà mettere un po’ di pace tra i due contendenti. Per il momento ognuno prosegue verso la sua strada.

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