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Brexit, verso il voto alla Camera dei Comuni. E anche il Labour si allinea al trionfo di BoJo

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L’accordo sulla Brexit è fatto. Ora per Boris Johnson arriva la prova della Camera dei Comuni, che il prossimo 30 dicembre sarà chiamata a ratificare l’accordo. Non dovrebbero esserci problemi per il Premier Conservatore, rinfrancato dall’aver portato a termine un Brexit Deal che molti pensavano non potesse neppure essere raggiunto. Il Free Trade Agreement tra Londra e Bruxelles soddisfa entrambe le parti, ed è ricalcato sul modello del CETA che l’UE ha firmato con il Canada. Johnson lo ha definito “Jumbo Canada” nella conferenza stampa post-ratifica. Ci sono voluti 4 anni e mezzo per arrivare a quanto la Commissione aveva auspicato sin dall’inizio e per far capire a entrambi gli hard-liners delle due parti che la realpolitik imponeva una soluzione che non fosse punitiva per Londra da un lato, e che non allontanasse troppo una delle capitali europee più importanti dall’Europa dall’altro.

La Bbc ha ironizzato affermando che il ritardo nell’annuncio è stato causato dalle divergenze sulle politiche per la pesca e che l’accordo è stato fatto dopo che “ogni aringa e ogni sgombro delle acque territoriali britanniche sono state contate a una a una”. Ma dietro lo humour c’è del vero. La pesca è stata una delle materie del contendere, e il capo dell’associazione dei fishermen britannici ha già detto che Johnson ha svenduto i pescatori per ottenere il via libera da Bruxelles per l’accordo. Le due parti sono giunte a un compromesso per cui ci sarà un regime transitorio di 5 anni e mezzo durante il quale la quota di pescato dei Paesi dell’UE sarà ridotta del 25% e non del 35 come voleva Londra. Poi si rinegozieranno i termini.

Il governo Tory ha ottenuto due importanti vittorie negoziali: la Corte di Giustizia Europea è uscita dall’accordo e non si occuperà delle eventuali questioni che emergeranno tra le due parti. Saranno gli istituti della legge internazionale e non quelli europei a valere in caso di controversie. Inoltre, riguardo al level playing field, il Regno Unito non sarà legato a regolamenti e direttive europee nella sua legislazione e sull’ambiente e sulle politiche del lavoro Londra andrà per conto suo, condividendo solamente gli obiettivi politici con Bruxelles.

Si passa all’Aula dei Comuni dunque, dove la maggioranza per il Brexit Deal sembra però al sicuro. Gli anti-europei dello European Research Group hanno affermato che vaglieranno le ricadute delle duemila pagine del Free Trade Agreement sulla legge britannica. In questi giorni convocheranno la loro Camera Stellata – nome che nella storia britannica ha un che di inquietante – presieduta dall’arci-brexiteer Bill Cash e vedranno il da farsi. Il loro voto però non sarà decisivo se, come sembra, anche il Labour voterà sì all’accordo così come annunciato da Sir Keir Starmer, il suo leader. Per l’Opposizione è l’occasione per rinsaldare il rapporto con la confindustria britannica (CBI) e con gli elettori leavers del Red Wall. Rapporti seriamente compromessi durante la leadership di Jeremy Corbyn. Starmer però deve fare i conti con l’opposizione interna: alcuni componenti del suo Governo Ombra, tra cui la Cancelliere Ombra Annaliese Dodds, hanno espresso dubbi sul voto a favore del Brexit Deal.

I nazionalisti scozzesi hanno già espresso la loro contrarietà in toto invece. Voteranno no perché l’accordo è un ulteriore passo indietro nel rapporto tra la Scozia e un’Europa che Sturgeon e l’SNP vorrebbe raggiungere una volta ottenuta l’indipendenza. Il decano degli editorialisti britannici Andrew Neil ha fatto notare su Twitter agli scozzesi che se tutti votassero come loro ci sarebbe il tanto esecrato no deal che allontanerebbe ancora di più Edimburgo – e Londra – da Bruxelles. La Scozia e l’Irlanda del Nord comunque torneranno prepotentemente nell’agenda di Johnson nel 2021.

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