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Chi ha ucciso Walter Tobagi?

Brigata 28 marzo, il terrorismo dal volto borghese

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"Ragazzi di buona famiglia" è un libro sulla Brigata 28 marzo, responsabile dell’assassinio di Walter Tobagi. L’autore è Fabrizio Calvi, un giornalista che ha seguito per Libération il fenomeno del terrorismo italiano, amico di Guido Passalacqua (il giornalista di Repubblica gambizzato da Marco Barbone e dai suoi amici pochi giorni prima dell’assalto a Tobagi), ha conosciuto molte delle vittime e incontrato più volte i giovani di cui scrive. Ha letto verbali e ha perfino vissuto a sua insaputa a fianco di un terrorista e nella casa romana che sarebbe diventata un quartiere generale dell’eversione. Conosce bene il mondo del terrorismo negli anni ’70, le tante formazioni terroristiche nate in quegli anni, il ruolo di Prima Linea, nata in Lombardia, ma radicata anche in Emilia, Toscana e Lazio e nel Sud. 

Accanto alle Brigate Rosse si muoveva una massa di persone, con una vita apparentemente normale, come Marco Donat Cattin, bibliotecario che prendeva regolari permessi per commettere azioni come l’uccisione del giudice Alessandrini. Lo stesso Barbone, capo della 28 marzo, principale responsabile della morte di Tobagi, continuava tranquillamente a vedere i suoi, come Paolo Morandini, figlio del noto critico cinematografico. Morandini aveva nascosto le armi nella casa di campagna del padre e solo dopo l’arresto di Barbone non dormirà più dai genitori: verrà arrestato a un appuntamento con la madre che gli stava portando un ricambio di banchiera.

Calvi rivela gli antagonismi fra le varie organizzazioni terroristiche e soprattutto l’enorme numero di rapine compiute da Barbone e i suoi per accreditarsi con Prima Linea, comprare armi, ma anche per andare in vacanza. Le rapine, come i continui furti di auto, sono descritti con estrema precisione, così come gli attentati ai distributore del Corriere, gli attacchi ai vigili urbani, gli allenamenti a tiro a segno, la grande voglia farsi notare nella galassia terroristica. C’è poca ideologia nei personaggi di Calvi, che, a parte l’estrazione sociale, non sono diversi nei comportamenti dai componenti della banda della Magliana. Le organizzazioni terroristiche compivano delitti comuni come rapine e sequestri, si riunivano per stabilire un bilancio annuale, pagare i clandestini, comprare armi e immobili, avviare attività commerciali di copertura, utili soprattutto per stampare riviste, comunicati e volantini. I soldi, più delle ideologie, erano essenziali al terrorismo e nel libro le discussioni e i litigi tra le varie organizzazioni sono per i soldi, non sull’ideologia.

Dal lavoro di Calvi si comprende anche come l’Emilia e la Toscana siano state centrali nella storia del terrorismo. Nel ’77 Corrado Alunni e Barbone partono emozionati da Milano per un riunione nazionale a Firenze e viaggiano in treno con un bottino di ventidue milioni, frutto di una rapina al Credito Commerciale di Cremona. La riunione è nel centro di Firenze. Non resistono al piacere di esibire la refurtiva a Donat Cattin, figlio del ministro democristiano, il quale ordina loro di metterli nella cassa comune.

Calvi descrive le goffaggini dei ragazzi di buona famiglia, come quando la fidanzata di Barbone lascia il passaporto sul luogo di un attentato. Se non fossero figli di un dirigente editoriale della Rizzoli come Barbone o di un critico cinematografico come Morandini, sarebbero solo degli spostati, piccoli gangster, non diversi dai comuni criminali, esibizionisti e megalomani. Leggono i testi delle Brigate Rosse, regolarmente pubblicati dalla rivista “Controinformazione” in eleganti caffè del centro di Milano, ma più per acquisire il linguaggio per scrivere le rivendicazioni o imporsi nelle riunioni. Conoscono bene l’ambiente dei giornalisti e prendono di mira giornalisti come Pansa, Passalacqua e Tobagi, perché erano di sinistra e si erano schierati con lo Stato dopo il sequestro Moro. Passalacqua conosceva bene il movimento, l’acqua in cui nuotavano i pesci, Paolo Morandini lo aveva incontrato nel salotto di famiglia, la fidanzata di Barbone aveva lavorato con lui, era facile colpirlo. Lo gambizzarono nel suo appartamento fingendosi poliziotti per farsi aprire. Tobagi fu invece ucciso il 28 maggio 1980. Tobagi era giovane, intelligente, un inviato di punta del Corriere ed era presidente dell’associazione dei giornalisti della Lombardia. Dopo il delitto, euforici i ragazzi della 28 marzo terrorizzano giornalisti finché non vanno in vacanza dopo aver compiuto un’ultima rapina per autofinanziarsi l’estate.

Barbone viene arrestato il 25 settembre, mentre stava facendo il militare, a casa della fidanzata durante un permesso: aveva lasciato troppe tracce e ignorato le telecamere dell’ultima banca rapinata. Si pente il 4 ottobre, rinnega la lotta armata, denuncia un centinaio di terroristi, perché gli viene fatto capire che è l’unica possibilità di cavarsela. Se la caverà con un processo che gli concede la libertà immediata. Al processo furono ignorate le numerose rapine ai danni di molte banche, le auto rubate, gli atti di vandalismo, i sabotaggi, le intimidazioni. Calvi ci dice tutto sulle rapine, racconta tutto sugli incontri clandestini, sulle città e le case frequentate da Barbone e i suoi amici, ma si sbriga in poche pagine di ciò che accade dall’arresto il 25 settembre al pentimento del 4 ottobre. Forse però i pochi giorni necessari per “pentirsi” dimostrano quanto poco contasse l’ideologia e quale ruolo considerevole avesse giocato in tutta l’attività della 28 marzo il folle esibizionismo di un gruppo di ventenni in cerca di avventure e potere. Non erano samurai invincibili, aveva scritto Tobagi.

Sul delitto Tobagi rimangono zone d’ombra e nebbia sulle complicità di amici e i conoscenti della 28 marzo. Calvi ci dice tutto della dinamica delle rapine, conosce bene i componenti della 28 marzo, ma non ci dice cosa facevano e chi vedevano quando non facevano rapine o incontri clandestini con Prima Linea, ma sarebbe necessario un altro libro per descrivere il clima di quegli anni. Decidono di ammazzare Tobagi nell’ appartamento comprato dal padre a Daniele Laus, studente di architettura a Firenze, che viveva a due passi dai genitori a Milano. Calvi sostiene che furono Barbone e Laus a decidere di uccidere Tobagi, mentre gli altri volevano solo gambizzarlo. Barbone e Laus avevano raccolto notizie su Tobagi e sapevano che in futuro avrebbe ricoperto funzione direttive al Corriere e per questo doveva essere ucciso. “L’affare Tobagi – per Calvi – è un affare di famiglia”, perché i padri di Morandini e Barbone erano uomini della stampa, su posizioni diverse da quella di Tobagi, che era socialista e sappiamo della guerra civile interna alla sinistra. Per Calvi sarebbe riduttivo però risolvere la faccenda con la responsabilità dei padri. Dopo l’assassinio del vicedirettore de La Stampa Casalegno, Tobagi intervistò il figlio Andrea, militante di estrema sinistra. Il titolo dell’intervista era: “Non bisogna disertare, bisogna denunciare”. Fu quell’articolo a far detestare Tobagi nell’area della sinistra milanese che guardava con simpatia ai terroristi, anche se di ammazzare Tobagi, secondo Calvi, si era parlato più volte a Milano. Dopo l’intervista ad Andrea Casalegno forse se ne parlò con più convinzione. E dalle parole si passò all’azione.

F. Calvi, Ragazzi di buona famiglia, Casale Monferrato, Piemme, 2008, 13,50 euro.

 

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