Brown fa il protezionista ma il Financial Times spara solo su Tremonti
03 Luglio 2008
Il Financial Times, con un fondo di Guy Dimore, si sofferma su “La Paura e La Speranza” di Giulio Tremonti. Purtroppo, però, senza cogliere troppo bene il senso del best seller. Infatti definisce il Ministro dell’Economia come ex socialista trotskista – mai stato – passato nella nuova coalizione di centro destra come amico dell’ala xenofoba, la Lega per intenderci.
Dinmore, poi enuclea i punti chiavi dell’azione politica del governo per sommi capi. Come? Con una certa dose di sufficienza definisce statalista la condotta sul dossier Alitalia. Anacronistica la visione del colosso Gazprom. Eccessivamente protezionistiche le misure ipotizzate nei confronti della Cina. Bolla come antieuropea la proposta di rivedere le norme comunitarie in materia di concorrenza. In buona sostanza, per Dinmore il libro di Tremonti non è che un’ode al protezionismo. Interpreta malamente le proposte per regolare maggiormente i mercati finanziari e in generale per scongiurare la crisi presente.
Ma Dinmore non riesce a cogliere un punto nodale. Che, cioè, “La Paura e la Speranza” prende le mosse dalla realtà dei fatti. Quale? Che il nostro sistema, improntato all’assoluta autodeterminazione dei mercati finanziari, ci ha trascinato nella più profonda crisi finanziaria degli ultimi 20 anni. Il c.d. “mercatismo a tutti i costi” ha determinato la corsa ai derivati e alla finanza supersintetica e con essi il collasso delle più grandi banche internazionali.
Più in dettaglio, la crisi subprime e il tonfo della finanza strutturata hanno certamente rivelato centinaia di miliardi di euro di crediti marci annidati nei bilanci delle banche e dei loro veicoli non consolidati, il mercimonio finanziario di titoli “impacchettati” sui mercati secondari, le spericolate acrobazie dei sistemi di tesoreria finanziaria, e mille altri sgradevoli dettagli che i più ignoravano. Purtroppo, tutto questo non è che la manifestazione esteriore – la conseguenza – di mutamenti profondi – la causa. Soprattutto dentro l’industria bancaria, e dunque nel cuore del nuovo capitalismo mercatista, si è infatti manifestata quella che da tempo Giulio Tremonti considera una fortissima mutazione: dimensionale e funzionale al tempo stesso.
La prima tipologia di mutazione ha fatto sì che le banche internazionali assumessero la morfologia di megabanche. La seconda specie di mutazione ha invece fatto sì che le megabanche applicassero in forma radicale e su scala globale la forma nuova della tecno-finanza: l’OTD. L’OTD (originate-todistribute-model) è la tecnica con cui chi origina un rischio lo trasferisce a soggetti terzi. Ed è il mattone, per inciso, con cui si è costruito un tipo nuovo di banche: universali e irresponsabili. In un crescendo intensissimo, la struttura aperta dei mercati finanziari, la caduta dei controlli e le nuove tecniche della finanza hanno infatti sancito la rottura del vecchio equilibrio tra rischio e responsabilità, aprendo una tragica asimmetria, quella tra origine del rischio e responsabilità per il rischio. La crisi, purtroppo, non ha interessato solo i mercati finanziari – i mercati, cioè, di ciò che non è reale e palpabile – ma si è sfogata anche sul commercio internazionale.
Come? L’apertura alla Cina del sistema commerciale del WTO senza limiti e condizioni ha causato una spinta dissennata ad abbassare i prezzi della produzione. La Cina è molto competitiva perché sfrutta gli operai e li sottopaga. La nostra industria per stare dietro ai prezzi cinesi, delocalizza in oriente e/o abbatte massicciamente i costi delle produzioni locali. Il risultato sembrerebbe positivo per il consumatore. In realtà determina un peggioramento delle condizioni dei lavoratori/consumatori occidentali, che pur pagando meno le merci, hanno un potere di acquisto minore. Di fatto, insieme alla merci a basso costo, -per dirla con le parole del Ministro- si finisce con l’importare povertà.
In questo senso, il diritto comunitario della concorrenza, che è così inflessibile con i player europei, diventa indulgente con i produttori orientali. Infatti si è molto rigorosi a vietare che gli Stati Membri non aiutino i campioni nazionali per non alterare il regime di concorrenza perfetta. Mentre si consente la libera circolazione delle merci orientali che sono meno costose perchè prodotte con il favore legislativo per la violazione dei diritti del lavoratore.
Tremonti osserva altresì che l’espansione senza freni della Cina al di là di ogni previsione, è il maggior responsabile dell’aumento delle materie prime. Non occorre avere studiato Oxford per comprendere che un’economia che corre di più, tanto di più del previsto, impiega molte risorse. E che conseguentemente le risorse che non sono inesauribili tendono a diminuire drasticamente e ad aumentare di prezzo.
Questa è un’analisi che scaturisce dalla semplice lettura della situazione contingente. Ci dispiace molto, ma la visione di Tremonti è, nel suo essere così disincantata, corretta.
Non a caso, proprio su questi temi, il Premier Britannico Gordon Brown si sta giocando le residue possibilità di essere rieletto. Infatti il prezzo medio di un filone di pane a Londra era 94 pence l’anno scorso e oggi è di 1,15. il latte è salito del 26%, la carne dell’80%, il riso del 93%.Ancora, la Banca Centrale d’Inghilterra prevede nella secondo semestre 2008 un aumento dell’inflazione del 4%. Quindi Brown è perfettamente conscio che in una situazione simile, i consumi diminuiscono e l’economia di riflesso rallenta.
In gioco non c’è solo il consenso delle masse di consumatori, ma anche dell’ establishment
economico.Come risposta, il Premier Britannico sta avviando una politica volta a tutelare le 4 “C”: Carburante, Cibo, Conti e Costi della Casa.
Presenziando al vertice di Jeddah, ha ammesso che la produzione di greggio non può essere aumentato in breve tempo al fine di scongiurare il caro prezzi. Pertanto si è fatto promotore di un nuovo incontro, probabilmente a Londra. In queste sede Brown vorrebbe incoraggiare accordi
finalizzati a nuovi investimenti per la ricerca e per gli impianti nei paesi produttori di petrolio. D’altro canto prospetta l’aumento della quantità di energia da fonti rinnovabili e il ritorno massicio al nucleare per affrancarsi dalla dipendenza energetica.
È chiaro che Brown, dato l’imminente tornata elettorale, sia interessato a lanciare segnali, rimane che il caro prezzi è un male sofferto anche da un’economia forte e consolidata come la Gran Bretagna.
Per dirla proprio tutta, non ci pare che il FT dia del populista a Gordon Brown. Non capisce quindi perché chi in Italia è animato dalle stesse preoccupazioni, debba per forza essere un populista.
