Brown lascia, Cameron aspetta, Clegg deve scegliere da che parte stare

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Brown lascia, Cameron aspetta, Clegg deve scegliere da che parte stare

10 Maggio 2010

A cinque giorni dal voto inglese che ha lasciato “appeso” – privo cioè di una maggioranza assoluta – il Parlamento, la situazione invece di risolversi si complica. Ieri circolava una bozza di accordo fra Cameron e Clegg, conservatori e laburisti. Poi, nel tardo pomeriggio, la doccia fredda. Il premier Gordon Brown annuncia che a Settembre lascerà la guida dei Laburisti; una mossa apprezzata dal leader liberaldemocratico che a questo punto riapre anche i ‘negoziati’ con i socialisti. L’ipotesi è che Brown conservi l’interim del governo guidando il Paese durante la transizione: “credo sia nell’interesse della nazione dar vita a un governo che, dal mio punto di vista, può ottenere un voto di fiducia in Parlamento”. Brown aggiunge di voler accettare il giudizio dato sul suo operato dagli elettori.

Sempre nella giornata di ieri SkyNews aveva dato notizia della bozza di accordo fra Conservatori e Lib-Dem: “La bozza  è definita, ma i vertici del partito ora devono tornare dai loro parlamentari e sottoporlo alla loro attenzione”. L’intesa, che aprirebbe la strada alla nomina di Cameron a primo ministro, secondo il Times sarebbe basata su due capisaldi: la data delle prossime elezioni e la nuova legge elettorale, due richieste irrinunciabili da parte dei Lib-Dem per poter accettare un patto con i Conservatori.

Clegg però rischia di spaccare il partito se un eventuale accordo stipulato con i Tory non dovesse prevedere una riforma del sistema elettorale. Se invece la riforma venisse inclusa nel patto, in questo caso Cameron dovrebbe rinunciare a una delle sue prerogative di premier, indire le elezioni e stabilire in anticipo la data delle nuove consultazioni. “Questo – ha detto un alto papavero dei Lib-Dem al Times – è il minimo su cui si possa fondare un accordo”. Per il Professor Giorgio Rebuffa, Ordinario di Sociologia del Diritto e Filosofia all’Università di Genova, a tenere, in ogni caso, le redini dell’accordo saranno i Conservatori che “detteranno a Clegg & co. le loro condizioni”. Clegg spinge per passare dal maggioritario, che punisce i liberaldemocratici (con quasi 1/4 dei voti hanno preso meno di un 1/10 dei deputati), al proporzionale, una proposta finora negata da Cameron. Rebuffa è convinto che sulla riforma del sistema elettorale fra Tory e Lib-Dem “non si arriverà lontano”.

Guardando alla mappa elettorale dello scorso 6 maggio, sempre secondo il professore, emerge che “il risultato non è stato solo dato dal sistema maggioritario uninominale, ma anche da un particolare ridisegno dei collegi che è stato effettuato in vari tempi e che determina uno spostamento di elettorato laburista all’interno di collegi tradizionalmente conservatori; se il collegio viene ridisegnato può succedere, come accade anche negli Usa, che venga reso inutile il voto di alcune minoranze che si esprimono in quel collegio (il cosiddetto Gerrymandering, ndr)”.

Un’altra osservazione che può essere fatta sulle elezioni di giovedì scorso – oltre a una Scozia tinta di giallo (il voto Lib-dem ha prevalso in una terra dove i forti sentimenti localistici spingono al rifiuto dei partiti tradizionali) e alla spaccatura tra Labour e Tory in Inghilterra – è che gli immigrati hanno votato in maggioranza Labour nonostante le proposte non certo malleabili fatte da Brown su come affrontare il tema della immigrazione; questo perché “il partito laburista è per loro più invitante oltre al fatto che soprattutto tra i vecchi immigrati ci sono molti rapporti comunitari e certe convinzioni politiche sono radicate da molto tempo”. Anche nel caso di un accordo fra Cameron e Clegg la questione dell’immigrazione non sarebbe insuperabile perché l’Inghilterra sin dalla seconda metà del ‘900, è sempre stata interessata dall’arrivo di flussi massicci di persone, soprattutto da parte di africani, indiani e pakistani.

Le paure degli inglesi sono altre, quella della crisi economica, innanzitutto, di attacchi speculativi che possano prendere di mira la Gran Bretagna e la sterlina. “In queste situazioni,” conclude Rebuffa tornando alle difficoltà nella formazione di un governo stabile, “c’è sempre stato un ritorno al voto. Il sistema inglese, così come quello americano, pone questo problema, ma non è un dramma infinito come spesso emerge dai giornali. Non dà instabilità, è segno di un sistema che di fronte a un dato numerico ed elettorale instabile cerca e probabilmente ritrova quella stabilità che era andata persa. Lo squilibrio tra seggi e voti su cui si fonda la struttura del sistema maggioritario uninominale è stato sperimentato molte volte: Blair diventò primo ministro con una minoranza di voti del 35%, idem Churchill negli anni Cinquanta”.