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Bulli, ma per colpa di chi?

Ragazzi che non sanno entrare in contatto con le proprie emozioni, che non sanno gestire un conflitto, che non hanno comportamenti cooperativi, che mancano di abilità socio affettive e relazionali  Analfabeti emotivi che annaspano alla ricerca di un ruolo e della loro identità. Abbandonati e additati . Ma, ci si chiede, dov è la famiglia?

Spesso si tratta di ragazzi con un retroterra socio-culturale basso ma in molti altri casi il bullo o la bulla fanno parte di un ceto sociale elevato sia economicamente che culturalmente . Dov’ è il nodo? La mancanza di tempo, di amore, di ascolto, di solidarietà, di empatia, ma anche di regole, di limiti, di autorità. La capacità di essere severi, rigorosi, solidali, riparare gli errori commessi, un tempo questi comportamenti e valori si respiravano in  famiglia e nella scuola. I genitori oggi sono fragili, non tollerano la fatica e la frustrazione che spesso accompagnano l’educare i propri figli. Impauriti di non essere più simpatici ai figli se impongono un limite, se mettono “un paletto”. Ossessionati dalle loro carriere, narcisi  alla ricerca di  fermare il tempo e preoccupati dalla paura di invecchiare. Si occupano dei figli in modo “scisso” . Da una parte non li ascoltano non li osservano (quando dovrebbero farlo? Non ci sono mai !) dall’altra sono ossessivi nel telefonare e controllare solo aspetti banali e formali; spesso non sanno i loro figli chi frequentano, basta ricevere un invito e si va. La parola d’ordine è: “ci vanno tutti", “lo fanno tutti”.

Piuttosto si controlla e minaccia il prof che ha osato riprendere il proprio figlio. Senza sapere spesso cosa fa e chi è il proprio figlio, a scuola, nel gruppo. I genitori sono sempre pronti a negare le loro responsabilità, a giustificare comportamenti inadeguati dei propri figli, con la scusa di disagi immaginari e soprusi subiti. Il colpevole è sempre fuori, è sempre l’altro: crescono così ragazzi fragili e onnipotenti che nessuno ferma e difronte  alla prima difficoltà soccombono poiche’non conoscono la frustrazione sana. Non c’è distanza, maturità, amore necessario per vedere il proprio figlio come altro da sé; un estraneo da guardare, da osservare, da affiancare e non dare per scontato come il risultato di somiglianze e di un addestramento - accudimento che non ha niente a che vedere con l’educare.

Educare vuol dire esserci nella relazione, condividere valori, regole, idee, risolvere conflitti. Ma dov’è il tempo per costruire questi rapporti? E’ un tempo che deve essere scelto, pensato, voluto. Che richiede generosità, che necessita di fare spazio all’altro che cresce, questo implica l’accettazione del ruolo di genitore che non può risolversi nel famoso tempo di qualità dato la sera per cinque minuti. La nostra società non orienta i genitori in questo senso. Si parla molto dell’ importanza della famiglia come cellula essenziale della societò ma è piuttosto enfatizzato un modello di individuo che persegue i propri bisogni e raggiunge la felicità in modo individualistico, competitivo e solitario.

La scuola che dovrebbe a sua volta educare al confronto, alla non violenza, insegnando ai ragazzi a relazionarsi e a comunicare in modo costruttivo è passiva, paralizzata dalla paura dei genitori che denunciano con estrema facilit%C3

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