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Bush aggiusta il tiro in Medio Oriente

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I critici della dottrina Bush sostengono che il presidente americano abbia optato per un cambiamento di rotta. La teoria della legittima difesa preventiva e l’offensiva politico-militare scatenate dopo l’11 settembre allo scopo di democratizzare il Medio Oriente, avrebbero lasciato il posto ad una sorta di multilateralismo diplomatico, che premierebbe la carota a discapito del bastone. Ad avallare tale teoria concorrerebbero il fallimento della strategia in Iraq e la necessità di uscire dall’impasse in cui la più grande democrazia al mondo si trova implicata ormai da molto più tempo del previsto; la sconfitta alle elezioni di mid term e la necessità di non allontanare ulteriormente l’opinione pubblica dalla leadership repubblicana, in vista delle presidenziali del 2008; ma soprattutto la decisione di Washington di puntare molto sul ruolo deterrente che le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avrebbero su Teheran, in relazione alla questione nucleare.

All’apparenza un’inversione di rotta, quindi. O molto più semplicemente un aggiustamento tattico, reso inevitabile dalla difficile e negativa contingenza che la situazione mediorientale ha generato? Se la tesi della svolta strategica fosse valida, fondata, come si potrebbe giustificare il rinnovato impegno americano in Iraq, che vede l’invio di rinforzi allo scopo di assicurare una costante presenza militare nelle zone calde controllate da milizie sciite e terroristi sunniti? Come inquadrare il nuovo piano del generale Petraus e la mobilitazione della flotta americana nel Mar Arabico –che insieme alle basi a stelle e strisce in Iraq, Afghanistan, Golfo e Asia centrale evidenzia l’accerchiamento dell’Iran? Gli Stati Uniti non hanno abbandonato la loro originaria strategia; se così non fosse non apparirebbe comprensibile la decisione dell’amministrazione Bush di mostrare, nel febbraio scorso, gli ordigni esplosivi di provenienza iraniana ritrovati in Iraq; non troverebbero spiegazione le disposizioni date ai militari americani di arrestare e interrogare gli iraniani presenti in Iraq, l’accusa di armare l’offensiva contro l’esercito del Mahdi, il dodicesimo imam scomparso -di cui Ahmadinejad tanto attende il ritorno da essere giunto a far chiudere un intero viale di Teheran in attesa del suo passaggio-.

Ad una analisi più approfondita la tesi dell’inversione di rotta sembrerebbe sgretolarsi come un castello di sabbia al vento. Se di sterzata si vuol parlare, si può affermare che gli Stati Uniti stanno premiando una strategia che li conduce a passi sempre più veloci verso un confronto-scontro aperto con l’Iran ed una interferenza sempre più massiccia in quella che sta diventando la guerra fredda del nuovo millennio: il conflitto acceso tra sunniti e sciiti che va in scena nel teatro mediorientale. Per contrastare l’Iran, paese a prevalenza sciita, la Casa Bianca sta rivedendo tutte le sue priorità, correndo il rischio di contraddire tutte le passate strategie offensive.

La decisione statunitense, dopo la rivoluzione khomeinista nel 1979, di allacciare relazioni sempre più strette con Paesi a maggioranza sunnita, come l’Arabia Saudita, ha subito una inevitabile frattura in seguito agli attacchi dell’11 settembre finanziati da Al Qaeda, che è sunnita e recluta molti dei suoi militanti nelle basi religiose saudite. Ma, nell’attuale congiuntura mediorientale, la Casa Bianca avrebbe optato per la salvaguardia dei rapporti con la famiglia reale saudita e per l’incanalamento di Riad e Gerusalemme sullo stesso binario. Washington, Riad e Gerusalemme, stanno perfezionando delle intese strategiche informali, che assicurino sostegno ad Israele, proteggendolo dagli attacchi verbali e non di Iran e Hamas; che impegnino gli Stati Uniti in Medio Oriente a contenere l’influenza sciita; che prevedano l’appoggio logistico di Riad – ai ferri corti con Damasco per l’assassinio di Hariri - per indebolire il presidente siriano Assad. Altro fondamentale punto di incontro tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti è proprio il Libano. I due Paesi sono impegnati a sostenere il governo libanese guidato da Sinora, che resta al potere tra mille difficoltà, contrastato com’è dalla fiera opposizione di hezbollah e del suo leader, Nasrallah. Fonti del governo di Beirut ritengono che l’unico modo per fermare il presidente siriano Assad e scoraggiare le sue interferenze in Libano sia un dialogo con i Fratelli musulmani siriani,  ramo del movimento sunnita radicale nato in Egitto, che per oltre dieci anni ha sostenuto una dura opposizione nei confronti del padre dell’attuale presidente siriano. In Siria, l’appartenenza ai Fratelli musulmani è punita con la pena capitale. Gli Stati Uniti si troverebbero così di fronte a una scelta: nel mondo arabo e soprattutto in Egitto, dove il governo sunnita moderato combatte da anni il movimento islamico estremista, non tutti apprezzerebbero un aiuto dato ai Fratelli musulmani. Possono gli Stati Uniti correre il rischio di non affrontare la Siria e di trovarsi di fronte ad una estenuante lotta contro gli hezbollah in Libano?

Tempi difficili e scelte ardue, quindi, all’orizzonte per gli Stati Uniti, e tutto allo scopo di evitare  di avere a che fare, nelle parole del vicepresidente Cheney, con un “Iran dotato di armamenti nucleari, in grado di controllare le risorse petrolifere del mondo –e quindi di influire sull’economia mondiale- e disposto a servirsi di organizzazioni terroristiche e delle armi atomiche per minacciare i suoi vicini e il resto del mondo.”

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