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Bush in Israele prende per mano il processo di pace

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Questa mattina il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, insieme al segretario di Stato Condoleezza Rice, è atterrato a Tel Aviv, prima tappa di un articolato viaggio in Medio Oriente che toccherà, oltre ai terrori palestinesi, le principali monarchie della regione. Dopo l'incontro col premier israeliano Ehud Olmert, previsto per oggi a Gerusalemme, Bush incontrerà domani il presidente dell'Anp Abu Mazen a Ramallah. Nella seconda parte del tour, invece, il presidente americano si dedicherà a Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: al centro dell'attenzione, in questa seconda fase, sarà l'elaborazione di un piano per frenare le ambizioni nucleari dell’Iran di Ahmadinejad.

Subito dopo l'atterraggio al Ben-Gurion International Airport, dove ha trovato ad attenderlo il presidente israeliano Shimon Peres accompagnato da Olmert e  dal ministro degli Esteri, Tzipi Livni, Bush ha ostentato ottimismo: "Cerchiamo una pace definitiva. Vediamo una nuova possibilità di pace qui, in questi territori santi, e per la libertà dell'intera regione". Nelle sue prime frasi, dunque, sono già contenuti i temi principali del viaggio: la risoluzione del conflitto israelo-palestinese e la minaccia iraniana, fattore di destabilizzazione per tutta la regione. "Parleremo del nostro profondo desiderio di sicurezza, libertà e pace per tutta la regione" ha aggiunto, ricordando come "l'alleanza tra le nostre due nazioni aiuta a garantire la sicurezza di Israele come Stato ebraico". Olmert ha ringraziato calorosamente Bush per il suo sostegno: "Le tue politiche riflettono una grande comprensione dei problemi di Israele in questa regione problematica". Da Peres, invece, un pensiero per Ahmadinejad: "L'Iran non deve sottovalutare la determinazione di Israele a difendersi".

Oggi e domani, si diceva, Bush focalizzerà la sua attenzione sul conflitto tra israeliani e palestinesi: l'obiettivo è quello di far ripartire con decisione i negoziati per una pace da raggiungere entro i primi mesi del 2009. A questo proposito, il vice premier israeliano Ramon ha dichiarato che la visita del presidente potrà certamente favorire un processo in questo senso. Ieri intanto, come segno di buona disposizione, Olmert e Abu Mazen hanno ufficialmente pianificato i prossimi incontri negoziali, dando così il via alla fase più delicata di quel processo iniziato con la conferenza di Annapolis dello scorso novembre.

Sono molti i temi che Bush – alla prima visita ufficiale in Israele, un paese sempre "delegato" al segretario di Stato Condoleezza Rice – si troverà a fronteggiare nei colloqui con Olmert e Abu Mazen. Primo, le colonie ebraiche in Cisgiordania: i palestinesi hanno lamentato un incremento delle costruzioni israeliane nell'area, e Bush dovrà mediare cercando di convincere Olmert a congelare gli insediamenti. La Road Map del 2003, il punto di riferimento di Bush, prevede infatti un progressivo smantellamento delle colonie e il blocco totale delle nuove costruzioni. Secondo, la sicurezza: Israele lamenta, e a ragione, la drammatica situazione venutasi a creare dopo la presa della Striscia di Gaza da parte di Hamas. Abu Mazen, poi, leader di Fatah in Cisgiordania, si è mostrato assolutamente incapace di mettere fine al lancio di razzi sul Negev rendendo la situazione potenzialmente esplosiva. Terzo, profughi e prigionieri: i negoziatori palestinesi richiedono il rilascio degli 11.000 prigionieri nelle carceri israeliane, oltre alla possibilità di far rientrare in Israele i profughi esiliati durante la guerra del 1948 (un punto sul quale Israele si è sempre mostrato irremovibile). Quarto, la Striscia di Gaza: Fatah, si diceva, è assolutamente inerme di fronte alla violenza perpetrata da Hamas tanto contro Israele quanto contro i compagni di partito ancora presenti a Gaza.

Difficilmente Bush potrà favorire la risoluzione di questi punti, ma entrambe le fazioni confidano in un aiuto del presidente. Il capo negoziatore palestinese Erekat, sentito dall'Associated Press, ha dichiarato che "è inutile parlare di pace mentre le colonie continuano a crescere nei nostri territori, quelli sui quali nascerà lo Stato palestinese. Ci auguriamo – ha aggiunto – che il presidente Bush spinga per la formazione del comitato a tre (Usa, Israele, Anp) incaricato di verificare l'applicazione della Road Map, come era stato concordato alla conferenza di Annapolis". Tzahi Hanegbi, capo della Commissione Esteri alla Knesset e alleato di Olmert, ha frenato però le speranze palestinesi: "Bush sa che il governo israeliano cadrà immediatamente se procederà allo sgombero degli avamposti senza aver prima ottenuto concessioni importanti dai palestinesi in materia di sicurezza". Insomma, la linea di Israele è sempre la stessa: ‘security first’, poi si può trattare. Ma la sicurezza, in una regione sempre più esplosiva, sembra un miraggio lontano.

Molti analisti sottolineano, però, come il vero obiettivo del viaggio di Bush sia un ulteriore isolamento dell'Iran, continuando la pratica iniziata ad Annapolis (alla quale hanno preso parte gran parte degli Stati della regione, Siria compresa, con grande disappunto di Ahmadinehad). L'analista Gerald Steinberg, del "Centro per la pace Begin-Sadat", ha chiaramente sottolineato come "l'obiettivo principale di questo viaggio nella regione del presidente Usa è quello di consolidare il fronte anti-Iran".

Un obiettivo, quello del fronte anti-iraniano, che certo non dispiace a Olmert: Israele, infatti, è il principale obiettivo delle invettive antisemite di Ahmadinejad. Bush, alla vigilia della partenza, ha dichiarato tuttavia che la questione iraniana resta per il momento sul piano diplomatico: e su quel piano resterebbe, secondo Bush, anche se Israele "dovesse consegnare la pistola fumante", dimostrando cioè l'effettiva ricerca della bomba atomica da parte della Repubblica iraniana. 

Ma al di là delle parole, sembra che gli incontri previsti tra Bush e i leader di importanti Stati della regione sia finalizzato a rinsaldare la collaborazione militare in risposta a Teheran. La tensione tra Bush e Ahmadinejad, del resto, ha toccato l'apice negli ultimi giorni in seguito alle provocazioni subite da tre navi americane nel Golfo ad opera di piccoli battelli in dotazione ai pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione. Schermaglie che non accennano a placarsi: gli Stati Uniti hanno intimato all'Iran di non provocare e di essere pronti a rispondere, mentre Ahmadinejad ha minimizzato l'accaduto (definendolo "nella norma") e giudicando "prefabbricato" il video dell'incidente rilasciato oggi dal Pentagono.

Elevatissime, per tutta la settimana, saranno le misure di sicurezza. Il viaggio di Bush, oltre che dall'incidente con i battelli iraniani e dall'esplosiva situazione nella Striscia di Gaza, è infatti stato preceduto dall'appello del qaedista Azzam a tutti i musulmani della regione affinché dessero il benvenuto all'indesiderato ospite con le bombe. Guarda caso, il suo atterraggio di stamane è stato accolto da parte di Hamas con il lancio di sei Qassam e dodici colpi di mortaio nel Negev: uno dei razzi ha centrato in pieno una casa di Sderot, senza provocare vittime. Un missile dell'esercito israeliano ha evitato all'ultimo che ulteriori razzi fossero lanciati sul territorio israeliano.

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