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Bush: “Israele ponga fine all’occupazione dei territori”

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Finisce oggi la due giorni di George W. Bush in Israele e nei territori palestinesi. Dopo aver incontrato Olmert e Abu Mazen, con i quali ha discusso del processo di pace avviato ad Annapolis lo scorso novembre, il presidente degli Stati Uniti riprenderà il suo tour mediorientale alla volta di Kuwait, Bahrein, Dubai, Arabia Saudita ed Egitto. Un viaggio articolato e ad alto rischio sicurezza, definito ieri dalla formazione libanese di Hezbollah “una vergogna della storia dell’Islam”.

Se i prossimi incontri saranno principalmente dedicati alla delicata questione dell’atomica iraniana, nel tentativo di dar vita a un compatto fronte sunnita contro le ambizioni nucleari di Ahmadinejad, con la due giorni in Palestina Bush ha cercato invece di sciogliere quei nodi che rendono il traguardo di una pace entro l’anno – che palestinesi e israeliani hanno promesso nel Maryland, davanti al mondo – ancora troppo ottimistico, facendo sentire la costante presenza dell’America nel processo di pace. Di qui l’ottimismo, ostentato forse con troppa enfasi: “Io credo che succederà, che sarà firmato un trattato di pace entro la scadenza del mio mandato”. E insieme, annunciata dal consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley, la promessa di ritornare “almeno una volta” prima di fine mandato.

Nei colloqui con il premier israeliano Olmert e con il leader dell’Anp Abu Mazen, Bush ha dunque giocato il ruolo del mediatore: presso gli israeliani si è fatto portavoce delle istanze palestinesi, chiedendo la fine degli insediamenti in Cisgiordania, mentre ai palestinesi ha chiesto (a nome degli israeliani) un maggior impegno sul fronte della sicurezza.

Dopo aver ribadito la grande amicizia che lega i due paesi, Stati Uniti e Israele, uniti nella lotta al terrore e contro la proliferazione atomica iraniana, i colloqui con Olmert si sono presto spinti alla spinosa questione degli insediamenti in Cisgiordania. La lotta serrata contro le costruzioni israeliane nel West Bank, in territorio palestinese, è uno dei temi che sta maggiormente a cuore ad Abu Mazen e al popolo della Cisgiordania. Nei mesi passati, già Condoleezza Rice aveva suggerito a Israele di mettere fine quanto prima alla pratica degli insediamenti, per poi procedere a smantellare quelli già esistenti. Ma sulla questione Israele ha fatto orecchie da mercante: da qui il richiamo di Bush, che sulla questione sembra avere le idee chiare.

“La creazione dello stato palestinese è molto in ritardo. Il popolo palestinese la merita” ha dichiarato Bush alla stampa da un hotel di Gerusalemme, utilizzando poi la parola “occupazione” per definire gli insediamenti ebraici in Palestina. Un termine, “occupazione”, utilizzato di rado dall’amministrazione americana: “Dovrebbe finire l'occupazione iniziata nel 1967” ha detto Bush, senza mezzi termini, dopo l’incontro di ieri con Abu Mazen e la visita a Betlemme. 

Olmert, da parte sua, sa di dover imboccare la strada del congelamento degli insediamenti: ad Annapolis, del resto, si era mostrato conscio della necessità di “dolorose concessioni”. Ma, come spesso accade, la resistenza in patria è molto forte. A questo proposito il “Jerusalem Post” ha pubblicato con grande evidenza l’intervista a un funzionario israeliano (rimasto anonimo) secondo il quale “vi sono alcune aree, specialmente le aree maggiormente popolate, nelle quali l’attività d’insediamento non si fermerà”. Tutto ciò, nonostante “l’impegno a tagliare gli insediamenti”. Un impegno forte sulla carta, dunque, ma difficile da mantenere.

Sulla complicata questione dello status di Gerusalemme poi, Bush si è detto “perfettamente consapevole che trovare una soluzione a questo problema sarà una delle sfide più difficili sulla via della pace, ma questa è la strada che abbiamo deciso di percorrere”.

Per quanto concerne l’incontro con il leader dell’Anp Abu Mazen, Bush ha premuto molto sulla questione della sicurezza. La richiesta a Fatah è semplice: fermare i militanti di Hamas, colpevoli degli innumerevoli lanci di razzi Qassam sul Negev. Se infatti la questione degli insediamenti in Cisgiordania è fondamentale ai fini del raggiungimento di un accordo definitivo, per Israele lo è la certezza di “confini sicuri, riconosciuti e difendibili” di fianco a una Palestina non più minacciosa per la sicurezza nazionale. 

Anche in questo caso, più facile a dirsi che a farsi. Da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza lo scorso giugno, Fatah e Abu Mazen si sono ritrovati inermi a guardare i razzi lanciati da Gaza a Sderot. Militarmente e politicamente, Abu Mazen non è in grado di condizionare le decisioni di Hamas: nella Striscia, infatti, la sua autorità come rappresentante del popolo palestinese non è neppure riconosciuta. Gli ultimi sondaggi di popolarità lo danno in calo, mentre Hamas, anche se minimamente, risulta in risalita: di qui la speranza che l’incontro con Bush, seguito da una conferenza stampa congiunta, possa dare un tocco di autorevolezza in più al leader dell’Anp. Tuttavia, se i nodi degli insediamenti, del diritto al ritorno dei profughi e della suddivisione di Gerusalemme possono essere risolti tra due interlocutori con i medesimi fini – due popoli per due Stati –, questo risulta francamente impossibile con l’occupazione di una porzione di territorio palestinese (fondamentale per lo Stato che verrà) da parte di una frangia estremista e contraria a qualsiasi trattativa. Ancora oggi, ripartito Bush, nessuno sembra avere una ricetta convincente per fermare Hamas: nulla può fare Abu Mazen, nulla ha deciso Israele, impegnato contro i lanci di razzi in raid militari volti solo a mantenere lo status quo.

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