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Bush-McCain, una relazione molto pericolosa

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Bel rompicapo per John McCain: se si avvicina troppo a Bush rischia di perdere, ma se se ne distanzia troppo non può vincere. Il dilemma, uno dei leit motiv della campagna elettorale del senatore repubblicano, ha raggiunto il suo culmine questo martedì. L’impopolare presidente (“radioattivo”, secondo la definizione del deputato repubblicano Tom Davis) è volato a Phoenix, in Arizona, per raccogliere fondi in favore del candidato del GOP, che non aveva più incontrato dopo l’endorsement alla Casa Bianca del 5 marzo scorso. Tuttavia, l’evento è avvenuto a porte chiuse. McCain e Bush si sono concessi alle telecamere soltanto all’aeroporto, sotto la scaletta dell’Air Force One, ma - come ha notato qualcuno - il breve scambio di saluti è avvenuto quando ormai era troppo tardi per essere inserito nei notiziari della sera. Di qui, le prevedibili rimostranze dei media e le inevitabili critiche di Obama. Il candidato del partito Democratico, che il giorno prima era stato attaccato da McCain per non essersi più recato in Iraq dal 2006, è stato durissimo. “Sappiamo tutti”, ha detto in un comizio nel Nevada, “perché il senatore McCain non vuole farsi vedere con il cappello in mano assieme ad un presidente del quale promette di portare avanti le politiche disastrose per altri quattro anni”. 

John McCain, che non è mai stato un gran fundraiser (a differenza di Obama e Hillary), ha bisogno di soldi per dare energia alla sua campagna. E ancora oggi, nonostante abbia raggiunto picchi di impopolarità da record, Bush è capace di raccogliere fondi come nessun altro nel partito dell’Elefante. A Phoenix, in una manciata di ore, è riuscito a far incassare oltre 3 milioni di dollari al partito Repubblicano. D’altro canto, il presidente uscente è ancora molto apprezzato dalla base del GOP (la destra religiosa e i conservatori sociali) che guarda ancora con diffidenza al moderato McCain, nel frattempo impegnato nella ricerca di un runningmate per il 4 novembre. Ciò detto, è innegabile che l’organizzazione dell’incontro di martedì non è stata gestita al meglio. In un primo tempo, il party elettorale era stato programmato al Phoenix Convention Center. Quindi, è stato deciso di spostarlo in una residenza privata. Ufficialmente, per garantire maggiore privacy. Secondo il Phoenix Business Journal, però, lo spostamento è stato dovuto alla scarsa richiesta di biglietti e al timore di proteste anti-Bush, che peraltro, quel giorno, sono andate in scena lo stesso. Circa duecento contestatori, ha riferito l’Arizona Daily Star, si sono riuniti davanti alla sede del comune di Phoenix con cartelli del tipo “John McCain è la prova che Bush è stato clonato” o con il più sintetico “McW”. 

La strategia del partito dell’Asinello è chiara e peraltro già indicata dal chairman Howard Dean alcune settimane fa: far passare John McCain come il candidato della continuità in un’elezione caratterizzata (grazie soprattutto ad Obama) da una spiccata propensione al cambiamento. Nelle dichiarazioni dei Democratici, se McCain vincesse “regalerebbe” un terzo mandato a George W. Bush (di qui lo slogan “McSame”). Strano destino quello del veterano del Vietnam. Pochi leader del Grand Old Party, infatti, si sono dimostrati, in questi anni, altrettanto critici dell’amministrazione quanto il senatore dell’Arizona. McCain, pur essendo favorevole alla guerra in Iraq, ha lungamente criticato la gestione postbellica. Nei giorni scorsi, poi, ha definito “disastroso” il modo in cui la Casa Bianca ha fronteggiato l’uragano “Katrina”. Inoltre, sensibile ai temi dell’ecologia, ha ribadito più volte la sua distanza dall’approccio dell’amministrazione Bush sulla questione del surriscaldamento del globo. Last but not least, tra i due i rapporti non sono mai stati idilliaci. Come è noto, nelle presidenziali del 2000, l’allora governatore del Texas assestò una serie di colpi bassi al senatore dell’Arizona, “sfilandogli” una nomination che già sentiva in pugno. Sono passati 8 anni, ma quella tra Bush e McCain continua ad essere una relazione pericolosa.

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