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War on Terror

Bush non ci ha mai mentito sull’Iraq

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Visitando il Vietnam nel 1965, il Governatore del Michigan George Romney dichiarò che il coinvolgimento americano in quel paese era “moralmente giusto e necessario”. Due anni più tardi, tuttavia, Romney, mentre cercava appoggi per la nomina repubblicana alla presidenza,  non solo ritirò il suo appoggio alla guerra ma affermò, addirittura, di essere stato ingannato. 

“In Vietnam, fui oggetto del peggiore lavaggio del cervello che si potesse subire” dichiarò Romney ad un giornalista televisivo di Detroit che chiedeva al candidato repubblicano come si potessero conciliare due idee tanto contrapposte.

Romney (padre di Mitt) aveva visitato il Vietnam insieme ad altri nove governatori ognuno dei quali negò di essere stato imbrogliato dal proprio governo. Bastò questa dichiarazione a vanificare le sue ambizioni presidenziali. 

 Il ricordo di questa gaffe riecheggia ancora nell’odierna retorica di molti democratici che, quando attaccano l’amministrazione Bush per la guerra contro Saddam Hussein, adottano le stesse argomentazioni. Nel 2006 John Kerry interpretò in tal modo il passaggio 77-23 della risoluzione del Senato a favore della guerra in Iraq: “Fummo ingannati. Ci vennero fornite prove non vere”. Lungo il corso della campagna elettorale, Hillary Rodham Clinton si sottrasse alle proprie responsabilità per il suo voto a favore della guerra sostenendo che “l’errore fu commesso dal presidente che ingannò il paese e il suo congresso”.  

Quasi ogni democratico di rilievo nazionale ha sostenuto una qualche interpretazione di queste accuse e l’idea che l’amministrazione Bush abbia ingannato il popolo americano è diventata la vulgata comune sul perché siamo entrati in guerra. 

A dispetto di tutte le accuse di “manipolazione” da parte della Casa Bianca, in particolare quelle relative alle pressioni che essa avrebbe esercitato sugli analisti dei servizi segreti perché collegassero Saddam Hussein e Al Qaeda e “aggiustassero” le prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa, i critici dell’amministrazione Bush manifestano la persistente incapacità di distinguere tra conclusioni ricavate da informazioni d’intelligence errate e falsità diffuse consapevolmente. 

Nel 2004 il Comitato dei Servizi di Sicurezza del Senato approvò all’unanimità un documento che riconosceva “di non aver trovato prove che funzionari dell’amministrazione avessero tentato di costringere, influenzare o fare pressioni sugli analisti perché cambiassero le loro conclusioni”. L’anno seguente il documento bipartisan a firma Robb-Silberman allo stesso modo concluse che non era stata trovata “alcuna indicazione che i servizi segreti avessero manomesso le prove circa la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq”. 

Si confrontino tali conclusioni con quelle del documento pubblicato il 5 giugno dal Comitato per i servizi segreti al Senato, dalla cui redazione furono esclusi i membri dello staff repubblicano e che solo due senatori del Grand Old Party approvarono. In un comunicato stampa che anticipava il documento, il Presidente del Comitato, John D. Rockefeller IV, se ne uscì con l’ormai famosa dichiarazione: “Sfortunatamente, l’amministrazione Bush ha trascinato il paese in guerra sotto falsi pretesti”. 

Tuttavia il fazioso documento di Rockefeller non dimostra affatto le sue più controverse affermazioni. Rockefeller, per esempio, sostiene che “funzionari di primo piano dell’amministrazione fecero ripetute dichiarazioni che collegavano in modo ingiustificato Iraq e Al Qaeda come un’unica minaccia e insinuarono che l’Iraq avesse preso parte ai piani per gli attacchi dell’11 settembre”. Che cosa dimostra, appunto, tale documento? Che i legami fra Iraq e Al Qaeda erano “confermati da informazioni dei servizi segreti”. Lo stesso vale per le affermazioni circa il possesso da parte di Saddam Hussein di armi chimiche e batteriologiche e del suo presunto avviamento di un programma di armi nucleari. 

Quattro anni dopo il primo documento del Comitato dei Servizi al Senato, i critici della guerra, vecchi e nuovi, ancora non capiscono che una menzogna è un atto deliberato, non inconsapevole, di inganno. Se i Democratici volessero dunque asserire di essere stati ingannevolmente indotti al sostegno alla guerra in Iraq, dovrebbero sfogare la loro rabbia contro la CIA. 

Nel 2003, senatori Democratici di primo piano, non solo Rockefeller ma anche Carl Levin, Clinton, Kerry e altri, furono altrettanto allarmisti. Opportunamente, nel documento di giugno, intitolato “Se le dichiarazioni pubbliche circa l’Iraq da parte di funzionari governativi furono confermate da informazioni raccolte dai servizi”, sono include solo le dichiarazioni della sezione esecutiva. Se il comitato del Senato, però, passasse in rassegna le dichiarazioni pubbliche dei Democratici nei comitati sui Servizi, le Relazioni Esterne e le Forze Armate - che hanno accesso alle stesse informazioni di intelligence del presidente e dei suoi principali consiglieri -, molti senatori non sarebbero in grado di distinguere le loro stesse parole di allora da ciò che, oggi, essi considerano pura e semplice propaganda di guerra. 

Ciò può anche non essere una novità, ma ha la sua importanza. Dopo l’11 settembre il Presidente Bush non volle correre il rischio che Saddam Hussein, che aveva invaso per ben due volte i paesi confinanti l’Iraq, aveva ucciso più di un milione di iracheni e violato ben 16 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, restasse in possesso di ciò che egli aveva ragione di credere fossero scorte di armi chimiche e batteriologiche e di un programma di armi nucleari. Sottacendo queste analisi, la vulgata democratica sul “furono le menzogne a  trascinarci in guerra” risulta falsamente consolatoria in un mondo di minacce reali. 

“Non credo più che fosse necessario il nostro coinvolgimento nella guerra del Vietnam per fermare l’aggressione comunista nel sud est asiatico”, disse Romney in quell’infame intervista del 1967. Ciò fu un punto di vista intellettualmente giustificabile allora, tanto quanto è intellettualmente giustificabile per gli ex sostenitori della guerra in Iraq dire che, visto come è andata a finire, essi non pensano che lo sforzo fosse necessario. Tuttavia, basare una tale inversione di rotta sull’accusa non comprovata di essere stati ingannati è, oltreché codardo, anche disonesto. 

Un giornalista che accompagnò Romney nel suo viaggio in Vietnam rimarcò che, se il governatore aveva subito effettivamente un “lavaggio del cervello”, ciò non fu a causa della propaganda americana ma perché “egli aveva portato un carico troppo leggero (il suo cervello appunto, ndr) in lavanderia”. Data la vicinanza tra le spiegazioni di Romney e le proteste democratiche di 40 anni dopo, viene da chiedersi perché i media non dicano le stesse cose oggi.

© Los Angeles Times

Traduzione Alessandro Rossi

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1 COMMENT

  1. Si deve constatare che la
    Si deve constatare che la sinistra,in tutte le sue varie gradazioni,ha gli stessi “vizi”.In particolare la disonestà intellettuale.Bush è. in ogni caso. un politico ben al di sopra della qualità dei suoi avversari ed un grande Presidente.

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