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Bush torna in Europa con molto da dire

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Il George W. Bush che vedremo girare in lungo e in largo per l’Europa durante la prossima settimana non sarà né un presidente dimezzato né un presidente diverso da quello che abbiamo conosciuto durante tutti i suoi anni di governo. Chi si aspettava qualcosa di diverso, chi riteneva di trovarsi di fronte un Bush ammaestrato dalla sconfitta alle elezioni di mid-term, o pensava di trovare un uomo esaurito e con ormai in vista la propria uscita di scena, si può tranquillamente ricredere.

Quando Bush afferma: “Il mondo deve lavorare per la libertà, non per la stabilità. In cima all’agenda non ci deve essere il nome di chi governa ma elezioni libere, stampa libera, liberazione dei prigionieri politici”, non solo descrive un programma di politica estera che vale dal Libano a Cuba e dalla Cina all’Iraq, ma riconferma un’impostazione che è sopravvissuta indenne agli infiniti agguati ideologici degli ultimi anni. E si tratta di una visione politica  con cui qualsiasi successore, democratico o repubblicano, realista o conservatore, dovrà continuare a fare i conti.

L’influenza dell’odiata lobby neocon – che la fondazione Magna Carta riunisce a Roma  con i suoi più significativi esponenti, proprio nei giorni della visita di Bush – si rivela dunque qualcosa di più sostanziale e permanente nelle politiche della Casa Bianca di questi ultimi anni. Non una ventata di follia guerrafondaia, come la si descrive spesso in Europa e in Italia, ma un programma di governo che rimane a fondamento dell’azione politica bushiana  al di là dei successi o dei rovesci elettorali del momento. “La storia ha dimostrato che le democrazie non si fanno la guerra e dunque la migliore maniera per rafforzare la pace è promuovere la libertà”: siamo alle orgini della parabola bushiana, non al suo declino. Quelle parole rimandano alle sue letture post-11 settembre, quando Bush raccontava di avere sul comodino il libro di Nathan Sharansky, “A Case for Freedom”. Il libro dove l’ex dissidente sovietico divenuto ministro di Israele spiegava come la democrazia può attecchire ovunque se si rimuove il tappo di paura che le dittature impongono ai loro sudditi.

E non a caso Bush, durante questo viaggio farà tappa a Praga, dove lo stesso Sharansky, assieme a Vaclav Havel organizzano una conferenza planetaria sul dissenso democratico nei paesi senza libertà. “In quell’occasione – spiega Bush nell’intervista – dirò che il compito dell’America è promuovere la democrazia nel mondo, anche nei luoghi che sembrano meno ospitali”.

Bush pensa ovviamente all’Iraq e all’Afghanistan che sono anche le ferite aperte del suo rapporto con l’Europa e con l’Italia.  Nonostante tutti gli errori e le difficoltà Bush difende quelle guerre, frutto degli attentati dell’11 settembre: “La migliore maniera per difenderci è andare all’attacco e farlo prima che la minaccia si materializzi. Ora dobbiamo aiutare la giovane democrazia afghana e irachena a sopravvivere”.  E’ lo stesso motivo per cui oggi la Casa Bianca tende la corda con Putin sullo scudo antimissile sull’Europa: “Sono molto preoccupato dall’ipotesi che un missile iraniano possa essere lanciato contro i nostri alleati. Non voglio trovarmi nella condizione in cui l’Iran possa ricattarci e lo scudo serve ad evitarlo”.

Questo è il tono e il senso con cui Bush torna in Europa a poco più di un anno dalla fine del suo mandato. Intanto è importante che vi torni. Si era anche detto che il presidente americano avrebbe fatto meglio a presidiare altri scacchieri nei suoi ultimi mesi, l’America Latina, prima tra tutti. E lasciare invece l’ingrata Europa al suo destino. Bush non lo ha mai davvero creduto o voluto, ma certo la smentita di questa scuola di pensiero è stata facilitata anche dai mutamenti che si sono prodotti in Europa negli ultimi tempi, dall’avvento di Angela Merkel in Germania, alla vittoria di Sarkozy in Francia.

In più in Europa lo aspetta Benedetto XVI, che Bush considera uno degli incontri chiave del suo viaggio. Anche qui l’intervista alla Stampa chiarisce il senso della loro intesa: “Credo che il Santo Padre sia lieto del fatto che gran parte della nostra politica estera è basata sul principio secondo cui a chi molto è dato, molto è richiesto”. Altro che ritorno al realismo. (G.L.)

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