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Bush trionfa nella “nuova Europa”

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Il presidente degli Stati Uniti, dopo le contestazioni romane, è stato accolto trionfalmente a Tirana e Sofia, senza neppure l’ombra di una manifestazione contraria. E così era stato a Praga, a Varsavia, ed in ogni altro luogo della «Nuova Europa».

Naturalmente, si sprecano le spiegazioni vagamente razzistiche (chi di politically correct ferisce, di politically correct perisce): «le popolazioni culturalmente arretrate, poco evolute e perciò prive di una matura coscienza democratica, sono avvezze a piegarsi prone davanti al padrone di turno».

Eppure basterebbe così poco per capire davvero tali accadimenti, e trarne la giusta e perciò proficua lezione.

Quelle che hanno accolto giustamente in modo trionfale Gorge W. Bush, in realtà e semplicemente, sono popolazioni che il comunismo più che conoscerlo – e comunque sarebbe bastato uno sguardo anche superficiale ai suoi testi per comprenderne la natura «intrinsecamente perversa» – lo hanno «assaggiato». L’intossicazione subita – in termini di morte, tirannia, repressione, fame, delazioni, in sintesi in termini di catastrofe antropologica e sociale – oltre a provocare in essi un salutare riflesso di rigetto quasi fisico per tutto ciò che abbia il sapore del comunismo, li ha resi per sempre grati a chi appaia, a torto o a ragione, il loro liberatore, in quanto vincitore del male che li ha afflitti per quasi mezzo secolo.

Ma c’è anche dell’altro.

Questi popoli, cui il comunismo ha lasciato in eredità enormi problemi – anzitutto culturali e finanche antropologici, e poi sociali, politici ed economici – ed  una realtà fatta spesso di miseria (questa sì) autentica, non possono permettersi una racaille dedita a giocare alla Rivoluzione spaccando vetrine, incendiando autovetture e dando l’assalto alle forze dell’ordine all’ombra dell’odiosa bandiera rossa e della malefica falce e martello. Questi diletti se li può permettere solo quella parte dell’Occi-dente che è sì sazia (fors’anche troppo), ma anche disperata, e quindi preda di fremiti distruttivi, agita da un autentico cupio dissolvi, non potendosi definire altrimenti la pulsione comunista e rivoluzionaria degli «altromondisti», disobbedienti ed antagonisti.

Quanto grande, dunque ed alla stregua di questa comparazione elementare, è la colpa di chi li ha legittimati, portandoli nell’area governativa e comunque concludendo con i loro rappresentanti partitici o morali, incredibilmente nostalgici dell’orrore comunista, un’alleanza politica.

Chi sfilava contro Bush, se ha votato, ha votato per Prodi. Come chi sfasciava le vetrine e dava l’assalto alle forze dell’ordine. Naturalmente in nome e per conto dei poveri (sulla delega da parte di questi ultimi avrei qualche dubbio, a fronte dell’atteg-giamento dei veri poveri nella e della «Nuova Europa»). Ugualmente, è in nome e per conto dei poveri che l’ineffabile professore di Bologna dice di aver concluso la sua proditoria alleanza con i nemici dichiarati di tutto quanto è occidentale e cristiano, autenticamente cristiano, e non cristiano «per adulti».

Ma già qualcun altro, prima di Prodi, duemila anni fa circa, aveva utilizzato i poveri come pretesto. Egli sosteneva la «politica» di non «sprecare» per il culto l’olio prezioso – del valore di circa un anno di salario – con il quale era stato unto il Signore nella casa di Lazzaro, Maria e Marta a Betania, ma di venderlo e distribuirne il ricavato (in realtà voleva intascarselo) appunto ai poveri. Si chiamava Giuda Iscariota (cfr. Gv., 12, 1-8).


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