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Bush vince sull’Iraq e stravince a Washington

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Era dato per morto, Prodi e D’Alema si preparavano a riceverlo dalla porta di servizio e la sua epoca politica si considerava chiusa anzitempo e con qualche vergogna. Invece Bush ha messo a segno un risultato che pochi fino a ieri erano disposti  ad accreditargli. Sulla legge di finanziamento della guerra in Iraq,  il “commander in chief” ha portato a casa quello che voleva (soldi senza ritiro), ha spaccato a metà il fronte democratico, ha ricompattato dietro di sè il partito repubblicano, ha messo per la prima volta in seria difficoltà la speaker della maggioranza alla Camera, Nancy Pelosi e ha costretto i principali candidati democratici alle presidenziali a penosi equilibrismi tra pacifismo e solidarietà con gli uomini in armi.

Così, giovedì sera George W. Bush ha ottenuto dal Congresso il via libera per la legge che stanzia 120 miliardi di dollari in “spese di guerra”, senza che il testo faccia alcuna menzione al ritiro delle truppe americane dall’Iraq.  Bush aveva infatti posto il veto sulla versione precedente della legge che prevedeva una exit strategy a partire dal marzo 2008. Il nuovo testo è il frutto di un laborioso compromesso che aveva portato, anche con l’accordo dei democratici, a sostituire le ipotesi di ritiro con una serie obiettivi politici posti ai leader iracheni per assicurarsi il supporto americano.

La “war funding bill” è passata al Camera con 280 voti e favore e 142 contrari. Questo vuol dire che solo 140 deputati democratici  su 232 hanno votato contro il provvedimento voluto dalla Casa Bianca mentre al Senato solo 14 senatori democratici su 45 hanno detto no. Un risultato che stenta a trovare precedenti: una legge che passa contro il volere del portavoce della maggioranza e della maggior parte degli eletti della maggioranza stessa.

L' imbarazzo più grande per questo finale di partita è certamente quello della battagliera Nancy Pelosi che aveva avallato il compromesso voluto da Bush e poi, per convenienza politica si è trovata costretta a votare contro se stessa. Tanto più che il suo dirimpettaio democratico al Senato, Harry Reid ha sostenuto la legge definendola: “Un passo avanti verso la fine della guerra in Iraq”.

Per i democratici che avevano conquistato il controllo del Congresso alle scorse elezioni di mid-term sull’onda di una pressante propaganda anti-guerra, il voto a cui Bush li ha costretti è stato un passaggio difficilissimo.  Il senatore democratico del Wisconsin, Russ Feingold lo ha amaramente ammesso: “Questo voto è stata la prima vera svolta sbagliata da mesi, è stato un grande errore”.

Anche il gruppo dei candidati democratici alla presidenza è stato messo a dura prova da questo passaggio parlamentare. Hillary Clinton e Barak Obama, si sono scrutati per giorni senza dichiarare le loro intenzioni di voto: attenti a non consentire all’avversario fughe in avanti o iniziative a sorpresa. Solo dopo un'accorta e sofferta valutazione dei pro e dei contro hanno espresso il loro no alla legge che finanzia i soldati sia in Iraq che in Afghanistan. “Io sostengo in pieno le truppe”, si è affrettata a dichiarare subito dopo il voto Hillary Clinton, “ma questa legge ha fallito nell’obiettivo di costringere il presidente ad una nuova politica in Iraq”.  E Obama, subito sulla stessa linea. “Dobbiamo finanziare le nostre truppe, ma dobbiamo loro qualcosa di più: togliere loro il peso della guerra civile di qualcun altro”.

Sia la Clinton che Obama non potevano fare altrimenti, soprattutto a causa delle posizioni estreme di un altro concorrente democratico, John Edward che li aveva sfidati apertamente dichiarando che un loro eventuale voto a favore sarebbe stata una “capitolazione” davanti a Bush.

I sondaggi hanno certamente contribuito ad indirizzare il voto dei democratici in lizza per la casa Bianca, ma occorreva usarli con qualche cautela. Perché se è vero che da tempo la maggioranza degli americani freme e preme per la fine della guerra,  gli stessi americani sono pronti a condannare qualsiasi scelta che comporti un danno per le truppe sul campo.  E neppure se la sentono di dare un taglio brusco e senza prospettive ad un intervento militare che è costato la vita a 3400 soldati e oltre 500 miliardi di dollari.

Un sentimento che i repubblicani sono invece stati pronti a sfruttare nell’intento di approvare la legge. Il leader della minoranza al Senato, Mitch McConnell aveva chiesto che il testo venisse approvato prima della chiusura del Memorial Day: “Mentre noi torneremo dalle nostre famiglie per quella festa, - aveva detto - il minimo che possiamo fare per  le migliaia di americane e americani che combattono per noi lontano dalle loro case, è fornir loro gli strumenti necessari a stare in battaglia”.

Bush ha vinto su tutta linea, al punto da potersi permettere di imporre qualche modifica all’impostazione prevalente della sua amministrazione sull’Iraq. Parlando ai giornalisti della Casa Bianca, il presidente ha spiegato che se, grazie ai nuovi fondi e al maggior impegno chiesto al governo iracheno, il fronte della sicurezza dovesse migliorare, sarebbe pronto a seguire le ipotesi di ritiro proposte dall’Iraq Study Group. In questo modo, per la prima volta dallo scorso dicembre, quando lo studio venne presentato da James Baker e Lee Hamilton, Bush mostra di prenderlo seriamente in considerazione. “Vorrei che a un certo punto ci potessimo trovare in una differente configurazione in Iraq”, ha spiegato Bush, chiarendo che considera possibile ridurre gradualmente l’impiego operativo delle truppe americane in combattimento per spostarle invece sul versante dell’addestramento, del controllo dei confini e della caccia ad Al Qaeda.

Si concludono così più di tre mesi di braccio di ferro istituzionale tra la Casa Bianca e il Congresso a maggioranza democratica: con 100 miliardi di dollari pronti  ad essere impiegati sui fronti iracheno e afghano grazie ad una decisione sostanzialmente bipartisan.
Chi in Italia e in Europa aveva frettolosamente festeggiato i risultati di mid-term come il segno di una grande vittoria del fronte anti-guerra destinato ad annichilire la determinazione di Bush e a metterlo ai margini della politica americana, ha oggi una bella lezione su cui riflettere.

 


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3 COMMENTS

  1. Gli Usa e i silenzi della Grande Stampa
    Caro Direttore, cercherò di essere telegrafico. Dal suo pezzo ho appreso in anteprima (ma forse potrei dire in esclusiva) nuove e oltremodo interessanti informazioni che non conoscevo e che non mi sembra di aver letto altrove. Non parlo, si badi bene, di opinioni e valutazioni, ma di pure e semplici notizie sull’amministrazione Bush e la situazione negli Usa. Può darsi che molto dipenda dalla mia distrazione. Ma temo che ci sia anche una componente di “omertà” da parte della Grande Stampa, impegnata a far passare solo i messaggi che le interessano e non quelli sgraditi. Per Grande Stampa intendo, ad esempio, quella che pubblica in prima pagina la lettera della signora Verona Lario in Berlusconi, ma non ritiene di fare altrettanto con la missiva con cui un giudice della Corte Costituzionale annuncia e spiega le sue dimissioni dalla Consulta. Mah.
    Cordiali saluti
    – Enzo Sara –
    Avellino, 26/05/2007

  2. Bush stravince
    Grazie di poter leggere informazione “unbiased” e che riporta alla oggettiva realta’ della politica americana e non alle montature dell’antiamericanismo che avvolge la stampa europea!

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