Calderoli corre, Fini frena e il Cav. lavora davvero per fare le riforme
09 Aprile 2010
Martedì Calderoli, ieri Maroni. Nella Lega scatta la concorrenza nel rivendicare il ruolo di "motore" del Carroccio nelle riforme istituzionali, ma quello che conta – come fa notare qualcuno nel centrodestra – è chi ha in mano il volante e questo è Silvio Berlusconi. D’altra parte è lo stesso Bossi a riconoscerlo pur difendendo il suo ministro. Intanto Fini tiene una lezione sul sistema francese e l’unica cosa che sembra premergli non è tanto la riforma istituzionale piuttosto quella legge elettorale.
C’era attesa intorno al convegno del suo think thank Farefuturo che avrebbe dovuto segnare il rientro in partita di Fini dopo un risultato elettorale che ha riaffermato l’indiscussa leadership berlusconiana. In realtà, il presidente della Camera è sembrato più preoccupato di rallentare il gioco degli altri che di portare un contributo nella direzione di una "rivoluzione" istituzionale. La lettura che l’inquilino di Montecitorio dà della Quinta Repubblica francese è sembrata infatti funzionale al neo-parlamentarismo che l’ex leader di An interpreta in questa legislatura.
Secondo Fini in Francia il parlamento avrebbe un ruolo centrale, il primo ministro francese sarebbe arbitro tra il capo dello Stato eletto direttamente e l’assemblea nazionale e al capo dello Stato resterebbe di fatto un ruolo pur prestigioso, di rappresentanza. Una interpretazione che secondo la maggiorparte degli uomini del Pdl "farebbe venire in capelli dritti a Sarkozy". Ed è da questa lettura all’italiana delle istituzioni d’oltralpe che Fini trae il messaggio che è sembrato stargli maggiormente a cuore: cambiare la legge elettorale con il doppio turno uninominale di collegio.
Per il presidente della Camera, infatti, il passaggio al semipresidenzialismo in salsa francese non può ”prescindere” dall’introduzione di una nuova legge elettorale che, a suo dire, dovrebbe ricalcare quella d’Oltralpe attraverso un ”maggioritario con sistema uninominale a doppio turno”. Solo così, sostiene l’ex leader di An, si ”rafforzerebbe il sistema bipolare”. Una cosa che D’Alema chiede da tempo e che Berlusconi ieri ha subito stoppato. Pur non replicando direttamente a Fini, il premier ha fatto sapere che il modello francese contiene due controindicazioni: la complessità, dal momento che porta gli elettori alle urne per due volte col conseguente rischio di incrementare l’astensionismo, soprattuto nel centrodestra e l’onerosità. Concetto ribadito a chiare lettere dai vertici del partito, da Cicchitto ("ipotesi da scartare") a Gasparri a Rotondi.
Ma nel passaggio di Fini sul doppio turno c’è anche chi nella maggioranza individua un altro aspetto: un modo per fissare dei paletti con l’obiettivo finale di far saltare il tavolo e mandare un messaggio a Bossi. Della serie: se la Lega guarda a Parigi si deve prendere il pacchetto intero, quindi pure il doppio turno, ben sapendo la contrarietà del Carroccio su questo punto (che infatti non c’è nella bozza Calderoli).
Intanto i ministri leghisti tentano di "marcare" il terreno delle riforme istituzionali, dando però l’impressione di muoversi un po’ in ordine sparso. Prima Maroni che rivendica per la Lega la regia del processo riformatore parlando come fosse l’interprete autentico di Bossi. Poi Calderoli che tenta di strappargli il ruolo portando in dono a Napolitano la sua bozza e provocando così la reazione del Cav., che ha definito quella del ministro per la Semplificazione una "iniziativa autonoma" e non del governo. Una posizione che il Senatur ha confermato pur difendendo il lavoro di Calderoli.
Da Vigevano (dove si vota per il ballottaggio) il leader del Carroccio dice che la proposta di Calderoli "è anche la mia. L’aveva già vista anche Silvio Berlusconi martedì a Milano". Subito dopo aggiunge: "Però, giustamente Berlusconi ha detto che dobbiamo decidere insieme; ma sono piccole cose". Più che di fronte a una iniziativa per rivendicare al proprio partito il ruolo di guida sembra di trovarsi al centro di una concorrenza interna tra i "delfini" del Senatur, " forse un po’ preoccupati della presenza del figlio di Bossi alla cena di Arcore" notano maliziosamente nelle file del centrodestra.
Certo è che finora da parte di alcuni esponenti della maggioranza ci sono tentativi di posizionamento sul confronto tra modelli stranieri. Una situazione nella quale il professor Violante tenta strumentalmente di aprire una contraddizione nella maggioranza sostenendo che da quelle parti "la confusione regna sovrana". In realtà esistono diverse sensibilità sulle quali si può trovare un punto di incontro in un confronto in positivo purché non si assumano atteggiamenti di prepotenza, è la replica del centrodestra. Non a caso si sottolinea che quella di Calderoli "è la proposta legittima di un ministro, ma non è che il punto di inizio di un percorso di analisi e approfondimento, non il punto di arrivo".
Di certo, ci sono alcuni punti fermi. Anzitutto che la maggioranza è determinata a realizzare la riforma delle istituizioni nei prossimi tre anni. In secondo luogo, che la sua proposta, quella che costituirà la vera base di discussione, sarà il testo che porterà la firma del premier. Tanto è vero, che gli uomini del Cav. incaricati di lavorare intorno ai diversi temi – forma di governo, forma di Stato, giustizia – parlano poco e studiano molto perchè la riforma, come dicono nel circolo ristretto del presidente del Consiglio, è prima di tutto il completamento del percorso politico berlusconiano con il quale portare a compimento l’annuncio della rivoluzione liberale del 1994. E’ in questa chiave che vanno lette anche le smentite del ministro Alfano sulle indiscrezioni pubblicate dai principali quotidiani in relazione alla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario.
Di certo c’è che il progetto sarà unitario e non potrà essere mai scomposto in più disegni di legge, come ieri ha invece suggerito il professor Campi a margine del convegno di Farefuturo, perchè se referendum deve essere – è il ragionamento -, lo sia su tutto e non si possono scrivere Costituzioni "patchwork". Ed è altrettanto certo che la prima vera bozza di maggioranza su cui si aprirà il confronto nei gruppi parlamentari prima, e con l’opposizione poi, sarà pronta tra qualche settimana, secondo la road map fissata da Berlusconi nell’ufficio di presidenza del Pdl. Road map che prevede l’avvio del percorso parlamentare sulle riforme nel mese di luglio, con un lavoro incrociato tra Camera e Senato.
In queste settimane il Pdl dedicherà al processo riformatore più di un appuntamento: un convegno di studi (agli inizi di maggio) e una serie di riunioni degli organi deliberativi ed esecutivi del partito, in modo da assicurare il più ampio sostegno alla proposta. Quanto al modello, non sarà basato sull’importazione di formule straniere ma verrà elaborato sulla base dell’esperienza storica e costituzionale del Paese, come ha ricordato il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello (più incline al premierato) nell’intervista all’Avvenire quando spiega che non ci si deve impiccare a modelli prefissati.
Rispetto alla stagione 2001-2006 che produsse un testo costituzionale bocciato nelle urne dopo la sconfitta elettorale di misura dell’allora Casa delle Libertà, oggi il cambio di passo è evidente perché la consapevolezza di tutto il centrodestra è che l’attuale sistema istituzionale non consente di riformare profondamente né l’economia né la giustizia né gli altri comparti della vita pubblica e che il significativo vantaggio elettorale di per sé non può colmare la debolezza del potere esecutivo di cui soffre chi vince le elezioni in Italia.
