Cameron è pronto a governare la Gran Bretagna con Clegg
11 Maggio 2010
A cinque giorni dal voto inglese che ha lasciato “appeso” – privo cioè di una maggioranza assoluta – il Parlamento, la situazione invece di risolversi si complica. Oggi doveva essere il grande giorno dell’accordo fra i laburisti e i libera-democratici, dopo che ieri sera Gordon Brown si era dimesso dalla guida del partito aprendo a un accordo con Clegg. Ma in queste ore è arrivata la nuova doccia fredda: Brown non si dimette da premier, come volevano i boatos dei giornali, e l’accordo con Clegg è saltato.
"Per i Lib-Dem è l’ora delle decisioni," ha spiegato il leader conservatore Cameron che a questo punto aumenta le pressioni su Clegg in vista di una eventuale alleanza che lo proietti come nuovo primo ministro. "Mi auguro che i Lib-Dem prendano la giusta decisione che darà a questo Paese il governo forte e stabile di cui ha terribilmente bisogno e ne ha bisogno presto", ha aggiunto. Stasera i Tory si riuniscono per prendere una decisione, forse anticipata da una conferenza stampa dello stesso Cameron. Il negoziato fra lib-dem e conservatori ripartirà dalla bozza di accordo che circolava ieri e che, secondo il Times, sarebbe basata su due capisaldi: la data delle prossime elezioni e la nuova legge elettorale, due richieste irrinunciabili da parte dei Lib-Dem per poter accettare un patto con i Conservatori.
Clegg però rischia di spaccare il partito se un eventuale accordo stipulato con i Tory non dovesse prevedere una riforma del sistema elettorale. Se invece la riforma venisse inclusa nel patto, in questo caso Cameron dovrebbe rinunciare a una delle sue prerogative di premier, indire le elezioni e stabilire in anticipo la data delle nuove consultazioni. Per il Professor Giorgio Rebuffa, Ordinario di Sociologia del Diritto e Filosofia all’Università di Genova, a tenere, in ogni caso, le redini dell’accordo saranno i Conservatori che “detteranno a Clegg & co. le loro condizioni”. Clegg spinge per passare dal maggioritario, che punisce i liberaldemocratici (con quasi 1/4 dei voti hanno preso meno di un 1/10 dei deputati), al proporzionale, una proposta finora negata da Cameron. Rebuffa è convinto che sulla riforma del sistema elettorale fra Tory e Lib-Dem “non si arriverà lontano”.
Guardando alla mappa elettorale dello scorso 6 maggio, sempre secondo il professore, emerge che “il risultato non è stato solo dato dal sistema maggioritario uninominale, ma anche da un particolare ridisegno dei collegi che è stato effettuato in vari tempi e che determina uno spostamento di elettorato laburista all’interno di collegi tradizionalmente conservatori; se il collegio viene ridisegnato può succedere, come accade anche negli Usa, che venga reso inutile il voto di alcune minoranze che si esprimono in quel collegio (il cosiddetto Gerrymandering, ndr)”.
Un’altra osservazione che può essere fatta sulle elezioni di giovedì scorso – oltre a una Scozia tinta di giallo (il voto Lib-dem ha prevalso in una terra dove i forti sentimenti localistici spingono al rifiuto dei partiti tradizionali) e alla spaccatura tra Labour e Tory in Inghilterra – è che gli immigrati hanno votato in maggioranza Labour nonostante le proposte non certo malleabili fatte da Brown su come affrontare il tema della immigrazione; questo perché “il partito laburista è per loro più invitante oltre al fatto che soprattutto tra i vecchi immigrati ci sono molti rapporti comunitari e certe convinzioni politiche sono radicate da molto tempo”. Ma nel caso di un accordo fra Cameron e Clegg la questione dell’immigrazione non sarebbe insuperabile perché l’Inghilterra sin dalla seconda metà del ‘900, è sempre stata interessata dall’arrivo di flussi massicci di persone, soprattutto da parte di africani, indiani e pakistani.
Le paure degli inglesi sono altre, quella della crisi economica, innanzitutto, di attacchi speculativi che possano prendere di mira la Gran Bretagna e la sterlina. “In queste situazioni,” conclude Rebuffa tornando alle difficoltà nella formazione di un governo stabile, “c’è sempre stato un ritorno al voto. Il sistema inglese, così come quello americano, pone questo problema, ma non è un dramma infinito come spesso emerge dai giornali. Non dà instabilità, è segno di un sistema che di fronte a un dato numerico ed elettorale instabile cerca e probabilmente ritrova quella stabilità che era andata persa. Lo squilibrio tra seggi e voti su cui si fonda la struttura del sistema maggioritario uninominale è stato sperimentato molte volte: Blair diventò primo ministro con una minoranza di voti del 35%, idem Churchill negli anni Cinquanta”. Chissà che stavolta non tocchi davvero a Cameron.
