Cameron svecchia l’Inghilterra Tory dicendo ‘sì’ ai matrimoni gay

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Cameron svecchia l’Inghilterra Tory dicendo ‘sì’ ai matrimoni gay

04 Novembre 2011

Londra benedice le nozze gay. Incredibile ma vero, l’Inghilterra conservatrice di David Cameron scollandosi il polveroso e retrogrado dictat sulla questione, permetterà dal prossimo 5 dicembre che la formula “In nome di Dio vi dichiaro marito e marito” possa essere pronunciata nelle chiese e negli altri luoghi di culto durante le unioni civili tra omosessuali, già previste dal 2005.

L’annuncio del sottosegretario alle parità Lynne Featherstone segna una svolta per la Gran Bretagna che potrebbe vedere presentarsi all’altare 1.500  persone che approfitteranno di questa opportunità, ma rischia di creare un incidente diplomatico con gli anglicani che potrebbe portare a una spaccatura della Chiesa d’Inghilterra. Potrebbe infatti costituirsi una fronda interna disposta a ribellarsi agli ordini superiori e a seguire l’esempio di quei cinque vescovi che l’anno scorso scrissero una lettera al Times denunciando come ‘diritto negato’ l’impossibilità per gli omosessuali di unirsi in sacro matrimonio. Oltre ai calci interni c’è il rischio di attacco esterno perché si teme che i gay religiosi che riceveranno un secco ‘no’ sulla possibilità di unirsi in chiesa possano gridare allo scandalo e denunciare una discriminazione bella e buona. Insomma le variabili in gioco non sono poche e in un Paese arroccato sulle sue tradizioni come la Gran Bretagna c’era da aspettarselo.

Al di là dei conflitti interni alla Chiesa di Londra però, la decisione presa dal governo inglese aggiunge un ‘grado’ sulla giacca del primo ministro Cameron – che già un mese fa al congresso del suo partito a Manchester, di fronte a una platea di scettici e fresco dello scandalo sull’ “amicizia particolare” tra Liam Fox e Adam Werrity, aveva detto di credere nelle nozze gay perché il matrimonio “è un valore dei conservatori” – che è riuscito con questo “sì” (il gioco di parole è emblematico) a raggiungere due obiettivi utili al suo tornaconto elettorale e governativo.

In primo luogo con questa mossa permette ai Tory di scacciare almeno un po’ di quell’ipocrisia sulle unioni omosessuali insita nel Dna degli inglesi e dissociarsi dall’etichetta di “omofobi” affibbiata ai conservatori dopo che un anno fa il candidato Tory, Philip Lardner, aveva definito “anormali” i gay e, ancora, dopo lo spiacevole episodio che aveva portato il ministro ombra agli Interni, Chris Grayling, a giustificare tra mille imbarazzi il rifiuto da parte dei gestori di bed&breakfast di dare ospitalità alle coppie omosex. In secondo luogo il numero 1 di Downing Street allunga la mano a quella fetta di elettorato non proprio esigua che alla vigilia delle ultime elezioni, e in poco meno di un anno, gli aveva voltato le spalle facendo crollare vertiginosamente l’indice dei consensi nella comunità omosessuale dal 39% al 9%.

Adesso, insomma, la musica sembra essere cambiata. E il direttore d’orchestra della nuova sinfonia è il primo ministro inglese. Chissà che queste note “d’apertura” non giungano ad altri Paesi…