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Campania. Il Pdl non può sottovalutare l’appeal di De Luca, l’uomo del fare

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Per svolgere una breve analisi della situazione politica campana, in vista delle prossime elezioni regionali, conviene partire da una dichiarazione fatta da Berlusconi qualche settimana addietro. Il presidente del consiglio, parlando proprio delle candidature alle regionali, ha ricordato che, in occasione di queste votazioni amministrative, gli elettori non scelgono in base a criteri di schieramento, ma si regolano secondo un calcolo più spicciolo. Cercano, cioè, di capire le capacità gestionali delle persone proposte. Quantificando questo orientamento, ha detto che il  60% degli elettori sceglie sulla base del candidato alla carica di sindaco o di governatore.

La leadership di Berlusconi risulta spesso indigesta ai puristi della politica, tuttavia anche i suoi più convinti detrattori dovranno convenire su di un punto: quando il cavaliere parla di sondaggi o di percentuali occorre ascoltare con attenzione quello che dice tentando di fare tesoro delle sue indicazioni.

Applicando la suggestione berlusconiana alle prossime elezioni regionali della Campania possiamo dire che il centro sinistra è riuscito a presentare un candidato molto più attraente, in grado cioè di incontrare il consenso dell’elettore fluttuante o indeciso (che, come si è visto, costituisce oramai la maggioranza degli elettori), di quanto non sia il candidato del centro destra. Senza nulla togliere alle qualità personali di Stefano Caldoro, infatti, Vincenzo De Luca ha alle spalle un curriculum più capace di attirare consensi in modo trasversale. Sindaco di Salerno per tre consiliature, ha incarnato con un piglio sicuro la figura del politico deciso, dell’amministratore in grado di imporre le sue scelte con fermezza, al di là delle ragioni del bizantinismo politico. Uno stile improntato, insomma, alla "politica del fare" capace di rivolgersi, al di là degli schieramenti, all’elettore comune. Il profilo di Caldoro è del tutto diverso, non solo perché più interno alla logica dello schieramento cui appartiene, ma anche per altri fattori biografici. Il candidato del centro destra non ha alle spalle una esperienza di amministratore, inoltre proviene da una famiglia nella quale si è sempre fatto politica (il padre era uno stimato deputato socialista). Una figura, insomma, meno capace di trascendere gli schieramenti, appellandosi all’elettorato poco politicizzato.

Il vantaggio di Caldoro è un altro: l’eredità negativa del centro sinistra. L’amministrazione regionale uscente ha riscosso critiche unanimi. Soprattutto dopo lo scandalo di rifiuti in Campania, la presidenza Bassolino è assurta a emblema di inefficienza e incapacità gestionale. In sostanza, gli elettori sembrano propensi all’alternanza non fosse altro che per la fallimentare gestione dell’ultimo decennio.

La campagna elettorale, allora, sembra riassumersi tutta in questo motivo: riuscirà Caldoro a mantenere il vantaggio di partenza (si parla di sette o otto punti percentuali); oppure De Luca sarà capace di sovvertire i pronostici presentandosi con un potenziale di discontinuità tale da rassicurare gli elettori tiepidi o indecisi?

Rispetto a questo scenario occorre considerare la variabile dei centristi dell’Udc, che hanno deciso di sostenere il candidato del centro destra. In Campania il partito di Casini vanta una roccaforte di non trascurabile peso nell’avellinese. Sono quelli che si possono chiamare i voti di De Mita. Anche in caso di un forte recupero di De Luca l’alleanza con l’Udc dovrebbe assicurare la vittoria al centro destra.

Tuttavia questa scelta presenta una non lieve controindicazione per il dopo elezioni: trovarsi con una forte ipoteca di parassitismo e di inefficienza in aree centrali per il riassetto della macchina amministrativa regionale, in primis la sanità. Nella pessima gestione del centro sinistra, infatti, non va trascurato la partita passiva costituita dalla componente demitiana, a  lungo organica al Pd. Al dilemma principale se ne può aggiungere perciò uno aggiuntivo: al centro destra conviene allearsi con l’Udc rischiando di rimanere, subito dopo il voto, senza il necessario smalto riformatore? Non è difficile immaginare la risposta che può essere data a un simile interrogativo: adesso importa vincere le elezioni, poi si vedrà come operare per il meglio.

Preso atto del realismo della scelta operata in Campania converrà limitarsi, allora, a una considerazione di ordine generale. Anche visto da un punto di osservazione particolare, come quello di una singola regione, il sistema politico italiano arriva a queste elezioni amministrative ancora in mezzo al guado, condizionato com’è da un formato partito pletorico, che rischia di rendere opache le scelte dell’elettorato. Dopo il voto di fine marzo occorrerà ripartire da qui, sciogliendo finalmente il nodo della transizione.
 

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1 COMMENT

  1. Ma la Campania non è la periferia di Salerno
    L’analisi è impeccabile, così come è pienamente condivisibile il monito a non sottovalutare il carisma che De Luca si è conquistato con le sue esperienze da sindaco a Salerno. Mi permetto di aggiungere, però, un invito al Pdl: evitare di commettere l’errore uguale e contrario rispetto a quello paventato da Griffo. Evitare, cioè, un eccesso di timore reverenziale e di “santificazione” di questo avversario, che va invece inchiodato alle mille contraddizioni a cui non può sfuggire e con cui sembra già essersi sotto molti aspetti scontrato e incartato. Il discorso di fondo è semplice, al di là delle posizioni di parte e delle valutazioni propagandistiche. La Campania non è la periferia di Salerno. Come sindaco della propria città, De Luca ha avuto gioco relativamente facile nel ritagliarsi un ruolo da “uomo solo al comando”. Quando l’orizzonte si allarga, il suo peso diminuisce progressivamente: basti pensare che la Provincia di Salerno è stata di recente conquistata dal centrodestra (Pdl più Udc, ad onor del vero). E a Napoli, checchè lui ne dica con la sua abile dialettica da incontenibile guascone o da simpatico guappo della politica, De Luca gioca in trasferta. Del resto il voto per la Regione, per qualsiasi Regione, è un voto intrinsecamente politico, che alla prova dei fatti richiede risposte politiche. Ad esempio, De Luca dice: “Gestirò io in prima persona sanità, bilancio e fondi Ue”. Bello e facile a dirsi, assai meno a realizzarsi. In campagna elettorale il sindaco di Salerno può tranquillamente avocare a sè questi compiti da supercommissario, contando sul silenzio interessato e sulla coda di paglia dei partiti che compongono la coalizione che lo sostiene. Quando verrà il momento, però, dovrà giocoforza fare i conti con le ipoteche, le pressioni e i diktat delle forze politiche che gli hanno garantito l’appoggio. E che sono – giova ricordarlo – esattamente le stesse (ad eccezione di un frammento della sinistra radicale) che per lustri hanno garantito sostegno e complicità alla sciagurata gestione Bassolino: quella, non stanchiamoci mai di rammentarlo, dell’immondizia fino al primo piano delle abitazioni. Già, perchè De Luca si proclama “candidato dei cittadini”. Ma nello stesso giorno corre a chiedere il supporto e a raccogliere la standing ovation dei manettari dell’Idv dipietrista. Poi, all’indomani, partecipa all’assemblea di Sinistra e Libertà, chiedendo voti e un aiuto che di sicuro non resterà privo di corrispettivo. Perfino con una delle sigle dell’arcipelago socialista post-diaspora, l’uomo del “Ci penso io” è sceso a patti. Tutto questo senza contare, ovviamente, che De Luca resta una chiara – sia pure anomala – espressione del Partito Democratico, che in tutte le province sta sfornando liste zeppe di bassoliniani. Al riguardo, non si può fare a meno di notare come il presunto antibassolinismo di De Luca stia gradualmente cedendo il posto a più che sospette forme di elogi e rispetto. “Bassolino ha migliorato la Campania”, “Bassolino ha dato prova di sobrietà e responsabilità”, “Disprezzo quelli che hanno mangiato nel piatto di Bassolino e ora fanno i forti contro di lui””: sono solo alcuni esempi pescati a caso tra le più recenti dichiarazioni di De Luca. Che succede? Niente di speciale, niente di sorprendente. Succede quello che era stato largamente (e agevolmente) previsto anche su “L’Occidentale”. Il centrosinistra non può fare altro che aggrapparsi alla strana coppia e ai compromessi, se non proprio ai patti, tra De Luca e Bassolino. La verità è che in Campania si avverte l’esigenza di una svolta politica, non di una discontinuità di facciata e di comodo. Ne è consapevole lo stesso De Luca, quando rilascia interviste in cui rivolge appelli a dir poco singolari agli elettori di destra (Il Riformista) o compie acrobazie senza rete come quella di proporsi nelle vesti di rappresentante della “destra europea” (Corriere del Mezzogiorno). Un po’ come dire, alla Totò: mi butto a destra perchè so che la Campania vuole questo. Ma i cittadini campani hanno un modo molto più semplice e naturale, senza rischi e senza controindicazioni, per ritrovare la dignità perduta. Cambiare sul serio. Cambiare la sostanza, non solo il volto, della politica regionale.

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