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Canada: la nuova leadership dei conservatori insegna che destra e sinistra esistono ancora

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Da due secoli le categorie destra e sinistra sono la chiave di lettura più importante della politica e, benché la linea di divisione in 200 anni non sia rimasta sempre immobile, nel complesso ancora godono di buona salute nella mentalità, nella sociologia e quindi nella scienza politica. Ogni tanto ne viene annunciato il superamento, sull’onda di fatti che magari dovrebbero essere guardati in modo più approfondito.

La vittoria di Macron nelle presidenziali francesi, ad esempio, è stata letta da più parti con questo schema; e però non si è tenuto conto a sufficienza di alcuni elementi non proprio secondari.  E’ verissimo che il profilo di Macron non è riconducibile alle destre e alle sinistre classiche tradizionalmente presenti nel panorama politico francese: questa voluta – potremmo dire anche costruita – indeterminazione gli ha giovato enormemente, nel momento in cui da un lato una serie di eventi sfavorevoli ha colpito la candidatura Fillon, e dall’altro la candidatura Le Pen, nonostante la forte crescita di consenso, al secondo turno non è riuscita a sfondare nel serbatoio della destra gollista.

Semplificando, più che a un reale superamento “ideologico” della divisione destra/sinistra, la sua vittoria è dovuta in primo luogo all’irriducibilità delle due destre francesi, separate traumaticamente non solo dalle scelte compiute durante la Resistenza, ma ancora di più dalla vicenda dell’Algeria e dai postumi della lotta dell’OAS e del revanchismo pied noir contro il generale De Gaulle. A questo dato storico-ideologico si sono sicuramente aggiunti altri elementi fattuali, come la diffidenza del ceto medio moderato verso la radicalizzazione no-euro oppure la relativa freddezza della Le Pen  –  e soprattutto del suo vice Philippot  –  verso i temi cari ai cattolici conservatori: non si dimentichi che il nerbo della organizzazione di Fillon, quella che lo aveva spinto fortemente nelle primarie, era costituito da militanti vicini alla Manif pour tous.

C’è poi un secondo e importante elemento di natura squisitamente ideologica e politica che è andato a vantaggio di Macron: il fatto che in Francia una profondissima linea di faglia ancora divide la destra dalla sinistra: nonostante che la cultura politica francese sia forse quella storicamente più incline al mescolamento, nonostante una lunga vicenda di intrecci e suggestioni anche forti (basta ricordare la linea che unisce Boulanger e Barrès, fino a Drieu La Rochelle e al “fascismo immenso e rosso” di Brasillach), la persistenza della linea divisoria nella mentalità e nella sociologia di fatto ha ostacolato la ricongiunzione di antieuropeismo e antiglobalismo di destra e di sinistra, che in termini numerici sarebbe stata assai probabilmente maggioritaria.

Se dalla Francia, in cui il terreno della contaminazione pure è notoriamente fecondo, ci spostiamo verso altri paesi, che non hanno conosciuto il nazionalismo giacobino e il suo afflato quasi fisico verso la Patrie, la linea di demarcazione appare ancora più chiara. Infatti i paesi che hanno ereditato la “libertà degli inglesi” sono caratterizzati da una divisione destra/sinistra ancora più radicata: la linea non è certo immobile, ma è sempre riconoscibile.

Così capita in Gran Bretagna - dove la lotta politica tra conservatori e laburisti è sempre centrale e solo occasionalmente dà spazio a “terze vie”, come si vede anche oggi nella competizione tra May e Corbyn; negli Stati Uniti all’interno del Partito Repubblicano, nonostante le peculiarità del fenomeno Trump, la destra della right nation è stata sempre presente in varie gradazioni, fino a diventare emblematica con Goldwater e poi maggioritaria ed egemone da Reagan in poi. Ma la chiarezza della linea è ben visibile soprattutto nei paesi “minori” dell’Anglosfera, le cui vicende politiche al dettaglio abitualmente non attirano l’attenzione dei nostri media: Australia, Nuova Zelanda, Canada.

Non so se altri osservatori, oltre a Marco Faraci su Strade, hanno notato che pochi giorni fa, il 27 maggio, al termine di un lungo processo di “primarie” ad eliminazione, dopo 13 ballottaggi, Andrew Scheer, 38 anni, è stato incoronato leader del Partito Conservatore. Gli aspiranti erano tanti, con profili più o meno liberisti, più o meno aperti sul tema dei nuovi diritti, ma alla fine di un percorso durato quasi un anno ha prevalso la linea di Scheer, conservatore sui temi etici e sociali e liberale in economia, sconfiggendo l’ultraliberista Bernier, piuttosto libertario sui temi etici, mentre la candidata più “trumpiana”, Kellie Leitch, è rimasta molto al di sotto delle aspettative.

Nell’accettare la nomina Scheer ha ribadito che il partito conservatore sarà sempre il “partito della prosperità e non dell’invidia”, il “partito dei contribuenti e non degli insider” e ha ribadito come fondamento dell’azione politica il concetto che la società viene prima dello Stato; ha promesso di intervenire sulle università che impediscono il dibattito e di operare contro la censura del “politicamente corretto”.

Come conclusione mi pare di non poterne fare una migliore di quella di Marco Faraci: “Contrariamente a chi ritiene che ormai la politica ruoti attorno ad altre polarità e che quindi serva farsi bastare anche dei Trudeau, dei Macron e, ça va sans dire, dei Renzi, i risultati economici ottenuti negli ultimi anni dai paesi anglofoni dimostrano che l’unica ricetta politica in grado di produrre crescita di lungo periodo e non solamente di gestire il declino è quella della “destra liberista” classica. Altro che “third way” o “liberalsocialismo”. Back to the basics: qui servono dei Reagan e delle Thatcher e in certi paesi, per fortuna, ancora se ne trovano”.

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1 COMMENT

  1. Destra e sinistra esistono, sono esistite anche 2000 anni fa ed ancor prima ed esisteranno sempre. Possono essere ricondotte a due ossessioni:
    – la prima (il tormento della destra) è la fobia verso gli elementi percepiti come incompatibili con i modelli in uso nella società;
    – la seconda (l’assillo della sinistra) è l’intolleranza nei confronti dei modelli che appaiono imposti dalla società.
    Per afferrare il significato di queste righe, occorre spiccare un salto indietro negli anni, ricordandoci le principali inquietudini che ci hanno assalito durante il processo d’inserimento nella società, quando, da bambini, abbiamo intrapreso a frequentare la scuola, meglio: la classe.
    Proprio all’interno della classe abbiamo avuto a che fare con un compagno fonte di un certo disagio: era il “cattivo Giannino”, lo scolaro dall’atteggiamento irriguardoso e dal profitto non proprio brillante, l’alunno seduto all’ultimo banco che quasi certamente ti rubava la merenda, l’abituale ritardatario munito di un solo quaderno, deformato dalle innumerevoli orecchie e zeppo di orribili scarabocchi, il delinquentello dal quale era meglio tenersi alla larga, se non volevi ritrovarti con qualche livido o col grembiule strappato. Ancora: l’irrecuperabile discolo che aveva l’impudenza di mostrare il pistolino alla compagna del secondo banco e che, al rientro dal gabinetto, emanava un terribile odore di sigaretta.
    Certamente il “cattivo Giannino” ha costituito, per chi più e per chi meno, un cruccio all’interno della classe/società. Non dobbiamo però scordarci di un altro compagno, origine di angosce forse più devastanti, era il “bravo Pierino”, rampollo di buona famiglia: lo scolaro che occupava il primo banco, attento alla lezione, rispettoso verso gli insegnanti, premuroso nei confronti dei compagni indigenti, beneducato, vestito in modo consono con l’ambiente frequentato, mai spettinato, provvisto di libri foderati e disposti bene in ordine. Quello che riponeva con cura le matite nell’astuccio dopo averle usate, che eseguiva con diligenza i compiti assegnati, nella cui pagella erano riportati i voti più alti, che tutte le mattine sostava davanti al portone della scuola per almeno cinque minuti, nell’attesa della campanella d’ingresso.
    Un modello da imitare, la pietra di paragone quando percepivamo l’ansia di non essere all’altezza nella competizione sociale, e ogniqualvolta il rimbrotto del genitore, o l’osservazione dell’insegnante, facevano riferimento, più o meno sottinteso, a quella figura.
    Era proprio il “bravo Pierino” che ci turbava particolarmente, soprattutto quando lo avvertivamo imposto dalla società come modello comportamentale.
    E’ di fondamentale importanza rimarcare che il “bravo Pierino”, nei propositi della presente “trattazione”, non è da considerarsi bravo in senso assoluto, ma come modello di riferimento che la società, a volte sbagliando, valuta positivamente, ma soprattutto che pretende di imporci. Analogamente il “cattivo Giannino” non va inteso come sicuramente riprovevole, ma come elemento che la società, cadendo non di rado in errore, considera negativamente.
    Si può osservare come il disagio generato della figura del “bravo Pierino” prevalga nelle persone emotivamente a sinistra, mentre la fobia nei confronti del “cattivo Giannino” sia una peculiarità della destra.
    Per fornire una ulteriore conferma a quanto ho esposto, mi limito a far osservare le visioni antropologiche del genere umano espresse da Jean Jacques Rousseau e Thomas Hobbes, che sono normalmente accettate per interpretare le “filosofie prevalenti” nelle due fazioni.
    – L’idea che gli esseri umani sono naturalmente buoni è di sinistra. In questo caso il “cattivo Giannino” non rappresenta un grosso problema nella società. La visione di sinistra prende spunto dal pensiero di Rousseau: l’uomo è, per natura, buono, anche se poi viene corrotto dalla società. Si osservi che il “bravo Pierino”, cioè l’ossessione della sinistra, rappresenta la società, essendo il modello che questa pretende di imporre.
    – L’idea che sono naturalmente diabolici è di destra: quest’altro assillo scaturisce dal sospetto che, dietro ogni individuo, possa celarsi un perfido “cattivo Giannino”. La visione di destra, elaborata da Hobbes, nasce dalla convinzione che l’uomo è, per natura, cattivo. L’uomo tenta sempre di ingannare il prossimo, depredarlo e sottometterlo: “Homo homini lupus” (l’uomo è un lupo per l’uomo). In questo caso è compito della società ricondurre il “cattivo Giannino” a più miti consigli, utilizzando, ove necessario, metodi… “sufficientemente persuasivi”. Se poi facciamo un tuffo nel passato possiamo intuire le pulsioni emotive che, circa duemila anni fa (non duecento anni fa, periodo nel quale la gente crede sia nata la dicotomia), determinarono la scelta di una folla di ebrei inferociti quando preferì avviare al patibolo un personaggio riconosciuto innocente da chi deteneva il potere militare (ma forse non quello politico), piuttosto che un altro certamente colpevole di diversi delitti.
    Per gli ebrei di quei tempi, chi affrontò il supplizio si poneva come modello positivo verso cui la società si sarebbe dovuta adeguare. E’ quindi plausibile considerare orientata a sinistra l’emotività “cavalcata” dai capipopolo di quel lontano episodio. Facendo leva su un’emotività destrorsa, è probabile una diversa piega degli eventi: sarebbe stato certamente l’altro a essere, per così dire… “messo in croce”, e senza neppure indagare se la strada sbagliata intrapresa, fosse magari, conseguenza di un’infanzia mortificata da un padre perennemente ubriaco, o da una madre che, battendo assiduamente il marciapiede, trascurava prole e incombenze domestiche.

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