Cancellare l’oltraggio al Duce serebbe un bene per l’antifascismo

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Cancellare l’oltraggio al Duce serebbe un bene per l’antifascismo

03 Maggio 2010

All’articolo, apparso su L’OCCIDENTALE domenica scorsa 2 aprile, in cui difendevo la proposta di Stefania Craxi di «cancellare l’oltraggio al Duce» di Piazzale Loreto con un gesto simbolico di riconciliazione di tutti gli Italiani, nel segno di un 25 aprile generoso e democratico, l’amica Michela Nacci – una stimatissima collega, autrice di saggi che hanno lasciato il segno nella storia delle dottrine politiche del nostro paese – ha così risposto: «E’ una delle poche – pochissime, anzi – volte in cui non concordo con Dino Cofrancesco. O meglio, concordo con la sua analisi, limpida come sempre; ma non concordo con la richiesta pratica che ne trae: quella (già avanzata da Stefania Craxi) di deprecare pubblicamente l’uccisione di Mussolini e Claretta Petacci a piazzale Loreto e lo strazio dei loro cadaveri.

Non perché mi paia un comportamento encomiabile quello della folla di allora, ma perché ho l’impressione che condannarlo avrebbe l’unico effetto di acuire i conflitti tuttora aperti sul nostro passato fascista e la fine di quel regime. Per questo, così come un ripensamento in questo senso si impone alle coscienze individuali, altrettanto non può essere chiesto alla coscienza pubblica, che su questi temi non è affatto unita. Sarebbe bello se la storia funzionasse secondo le leggi del giusto e del buono, ma sappiamo bene che non è così. Tutti i dittatori (si pensi anche a quelli più vicini a noi) attraggono su di sé in modo quasi inevitabile vendetta, violenza, detronizzazione e gesti di spregio. Ci sono episodi sui quali non ci si riconcilia neppure dopo secoli: come possiamo pensare che lo si faccia dopo poco più di mezzo secolo? Con l’ammirazione di sempre Michela Nacci». Le rispondo non per amor di polemica ma per chiarire meglio il mio pensiero sulla ‘vexata quaestio’ e per segnare, con  maggiore precisione, i  punti di consenso e di dissenso con una studiosa, che si muove tanto agevolmente sia nel campo della ricerca storica che in quello della riflessione filosofica.

Cara Michela,

concordo sul fatto che la «coscienza pubblica su questi temi non è affatto unita».L’essere e il dover essere, però, come insegnava il nostro vecchio David Hume, si collocano su diversi piani. Si può ritenere  – ed io concordo con te– che la proposta di Stefania Craxi sarebbe ‘divisiva’, scatenerebbe un pandemonio, attiverebbe marce, sit in, cortei di protesta capeggiati da Ezio Mauro,da Marco Travaglio, da Concita De Gregorio & C., appelli all’Europa contro ‘il fascismo che torna’ e, forse, persino ‘articoli di comprensione’ di ‘FareFuturo’; se ne può dedurre saggiamente che in un periodo difficile, come quello che stiamo attraversando, sarebbe consigliabile lasciar perdere e non mettere nuova carne al fuoco con altri scontri rovinosi tra le ‘due culture’ da sempre in conflitto mortale. Ma ciò detto perché questa ‘prudentia’ politica dovrebbe far ignorare che  la ‘provocazione’ di Stefania Craxi rappresenta, oggettivamente, un decisivo ‘salto di qualità rispetto alla political culture finora dominante nel nostro paese (grazie anche ai silenzi – ancora da spiegare, compito…per Giampaolo Pansa – degli uomini della DC per tanti anni al governo) e che la sua accettazione sarebbe il segno inequivocabile che il lungo dopoguerra ideologico è finito per sempre e che  siamo finalmente  in grado  di concedere l’onore delle armi ai vinti e persino di riconoscere i torti che li hanno fatti passare dal rango di ‘carnefici’ a quello di ‘vittime’. (E’ difficile dire quanto strumentalmente, ma anni fa Luciano Violante si era messo su questa strada).

Proviamo a immaginare una possibile targa commemorativa che un governo democratico, non importa di quale colore, potrebbe apporre sull’edificio di Piazzale Loreto davanti al quale Mussolini e la Petacci, a testa in giù, vennero appesi alle pompe di benzina:

«In questo luogo, nell’aprile 1945,un popolo esasperato dall’occupazione straniera, dalle privazioni, dalla fame, dalla perdita al fronte di cari congiunti, dalla soppressione di ogni  parvenza di costituzionalismo e di libertà democratiche,dai bombardamenti causati dalla guerra fascista, infierì selvaggiamente sui cadaveri del responsabile primo, a livello istituzionale, delle sue disgrazie, e della sua incolpevole amante, facendone scempio. Si trattò di una reazione barbara e ripugnante, che non solo poneva gli autori del gesto efferato sullo stesso piano morale del tiranno ma dimostrava pure  quanto il conflitto bellico e  venti anni di regime avessero spento l’antica umanità del popolo italiano. La Repubblica italiana, proprio perché s’ispira ai valori più alti della civiltà occidentale, non riconosce come suoi figli  quanti diedero sfogo alla loro sete di vendetta e ad essi non consente di celebrare la Festa della Liberazione che è festa di spiriti liberi, di coscienze intemerate, di uomini  che si sono battuti per assicurare i diritti civili e la democrazia politica non solo alla propria parte politica ma a tutti i loro connazionali».

Ebbene ti rivolgo una domanda:  «In un paese civile, chi, in coscienza, a destra o a sinistra, potrebbe opporsi a una lapide del genere?» Immagino la risposta:«Tu non conosci i nostri connazionali. Non sai che ci sono famiglie politiche per le quali la Resistenza, come la Rivoluzione francese, è da prendere en bloc?». Ma anche tu puoi immaginarti, forse, la mia controreplica:« So benissimo che per molti Italiani il bene e il male si dividono sempre con un taglio netto ma il ‘fatto’  mai come in questo caso può fondare un ‘valore’». Se la lapide ci trova in disaccordo significa, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non siamo ancora un paese civile, che il vento dell’Occidente seguita a non soffiare sulle nostre contrade, che Marco Tullio, Cesare Beccaria, Carlo Cattaneo, Benedetto Croce sono nati da noi per sbaglio e che l’etica tribale continua, come sempre, a far parte dei nostri riflessi (morali) condizionati.
Un Realpolitiker, lo ripeto, è tenuto a prenderne atto e ad attenersi alla regola di buon senso che i conflitti politici, come gli entia della Scolastica medievale, «non sunt multiplicanda praeter necessitatem». E avrebbe ragione a comportarsi così ma per noi ‘lavoratori della mente’, che operiamo nelle scuole, scriviamo articoli e libri, non c’è anche un dovere di «dire le cose come stanno», di portare il nostro granello di sabbia alla formazione di una nuova cultura, di una nuova ‘etica politica’ che, come sai, per me non consiste nell’educazione civica o nel ‘catechismo democratico’ ma nella comprensione (che non è giustificazione) degli interessi e dei valori per i quali si battono gli uomini e nell’analisi della idoneità dei mezzi al raggiungimento di determinati fini? (Ho in mente i cosiddetti ‘giudizi tecnici’, «se vuoi costruire una società libera e democratica certe rappresaglie ti sono vietate»; «se vuoi indurre abiti di obbedienza assoluta all’autorità, devi dare esempi di efferatezza e di crudeltà che spengano, nei sudditi, ogni tentativo di ribellione»; «Quanti intendevano fondare una Repubblica che accogliesse nel suo seno tutti gli italiani avrebbero dovuto deferire i criminali di Piazzale Loreto davanti a una Corte di Giustizia»).

Tu scrivi: « Ci sono episodi sui quali non ci si riconcilia neppure dopo secoli». E’ vero e non sarò certo io a negarlo. Avresti, però, dovuto aggiungere che tali episodi  creano fratture irreparabili soprattutto nei paesi che meno conoscono le ‘pratiche’ e i climi della ‘società aperta’. Il conflitto che nel Nord America produsse una delle più sanguinose guerra civili dell’Ottocento, a livello di immaginario collettivo, col tempo, ispirò straordinari simboli di riconciliazione – da Via col vento (1939) di Victor Fleming ai grandi western di John Ford come Soldati a cavallo (1959) – da noi neppure pensabili, nonostante le massicce dosi di buonismo gratuitamente offerte da tutte le farmacie ideologiche, laiche e cattoliche. In Francia, al contrario,i devoti di ’Giovanna d’Arco’ e i cultori dell’albero della Federazione, i simboli dell’Ancien regime e della presa della Bastiglia, non deposero mai le armi e il risultato fu la ‘strana disfatta’ descritta da Marc Bloch, prima di morire,  in pagine memorabili per acume analitico non meno che per coraggio morale.  Eppure anche in Francia, dopo la seconda guerra mondiale, vi furono pacificazioni non poco significative. A Strasburgo, ad esempio, si può ammirare la grande statua voluta da Charles de Gaulle: la Madre Alsazia che sorregge da un lato un caduto francese e, dall’altro, un caduto tedesco. E in fondo, su questo piano, persino la Spagna del Generalissimo Francisco Franco – uno dei dittatori più spietati della storia contemporanea – è riuscita a darci una lezione  di civiltà cristiana col grande   cimitero di guerra – la Val dos Caidos – in cui riposano le  ‘camisas nuevas’ di Arriba Espana,  e le camice rosse e verdi della Repubblica di Manuel Azaña y Diaz e di Francisco Largo Caballero.

In Italia, a tuo avviso, i tempi potrebbero non essere maturi  e forse, potresti  aver ragione tu nel vedere in  Piazzale Loreto uno di  quegli «episodi sui quali non ci si riconcilia neppure dopo secoli». E’ una previsione pessimistica sulla quale potrei anche concordare ma il punto è un altro ed è che se nel dna dell’antifascismo fosse davvero iscritto il  tabù su Piazzale Loreto, come italiano, sarei costretto a vergognarmi sia del fascismo che dell’antifascismo, anche se mi rendo conto che la loro contrapposizione, almeno nel nostro paese, pare destinata  a sopravvivere, nei secoli, alla stessa differenza sessuale.